ISPI Dossier
20 Aprile 2018
Il Brasile dopo Lula – Background

Uscito dall’ultimo periodo di autocrazia militare che, tra alterne vicende, aveva accompagnato il paese per più di un ventennio (1964-1985), il Brasile ha impiegato altri vent’anni per raggiungere la stabilità politica ed economica e superare le crisi economiche ricorrenti ereditate dal regime. Il perdurare di alti tassi di inflazione e l’accumularsi progressivo di un elevato debito pubblico hanno deluso le aspettative generate dal passaggio di poteri al governo civile. Neppure Fernando Henrique Cardoso, prima ministro delle Finanze e poi presidente (1995-2003), riuscì, nonostante gli sforzi, a risollevare il paese. L’inaugurazione di un piano di stabilizzazione economica nel 1994 sembrò avviare Brasilia a un periodo di maggiore solidità finché il contagio delle crisi finanziarie asiatica e russa ripiombò il paese in una spirale di maxi-svalutazione (1999) e in una crisi energetica che, nel 2001, obbligò le autorità al razionamento delle scorte e al blackout in molte città, denunciando così lo stato di arretratezza del sistema energetico brasiliano.
Nonostante le tensioni subite dalla sua struttura economica, però, oggi il Brasile è un leader regionale naturale per le dimensioni della sua economia (il suo Prodotto interno lordo è più di cinque volte quello di Argentina e Venezuela). Il paese è dotato di vaste risorse naturali e di un grande bacino di forza lavoro giovanile. Gli otto anni di presidenza Lula sono stati decisivi per liberare le grandi potenzialità del Brasile, e per stabilire il nuovo ruolo che il paese sarebbe arrivato a giocare sullo scacchiere mondiale.

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L’economia sotto Lula

1) la politica economica: nonostante i proclami populisti cavalcati nella campagna elettorale del 2002, Lula ha adottato sin da subito una linea macroeconomica piuttosto ortodossa, non troppo dissimile da quella di Cardoso, abbracciando con poche esitazioni il liberismo negli scambi commerciali. La grande apertura ai mercati internazionali si è tuttavia accompagnata ad uno scartamento dalle politiche liberiste di Cardoso, virando verso un marcato dirigismo statale che condiziona le scelte dei soggetti economici.

La politica macroeconomica ha continuato a puntare sulla stabilità: a) tasso di cambio flessibile; b) politica monetaria mirata al contenimento dell’inflazione; c) una forte pressione fiscale per generare avanzi fiscali primari (cioè una spesa statale minore delle tasse raccolte, al netto del pagamento degli interessi sul debito).

2) gli effetti delle politiche: tra il 2000 e il 2006 il paese ha attraversato anni di stabile crescita economica (il Pil è cresciuto di circa il 2,7% all’anno in termini reali), e la forte inflazione di un tempo è stata ricondotta sotto controllo (l’obiettivo del 4,5% e una fluttuazione massima del 2% sono stati entrambi raggiunti dalla Banca Centrale). Relativamente più preoccupante la situazione del rapporto debito/Pil: se precedentemente si era ridotto (dal 60% nel 2002 al 42% nel 2008), negli ultimi anni è tornato a crescere (siamo oggi di nuovo attorno al 60%) a causa dei forti costi di sistema determinati dall’interventismo statale sull’economia e dal peso e dai costi della pubblica amministrazione. Tra il 2007 e il 2010 la politica economica del governo è stata guidata dal PAC (Programma di accelerazione della crescita), un enorme piano d’investimenti pubblico-privato da 235 miliardi di dollari (il 18% del Pil del 2007), gestito in parte da Dilma Rousseff.

3) l’impatto della crisi: la crisi economica e finanziaria internazionale non ha colpito duramente il paese. Nel 2009 l’economia brasiliana ha segnato una battuta d’arresto ma non è entrata in recessione (-0,2%), mentre il ‘rimbalzo’ previsto per il 2010 è oggi tanto notevole (+7,2%) da far temere rischi di overheating (un ‘surriscaldamento’ dell’economia generato dall’afflusso eccessivo di capitali esteri, che trovando un mercato già saturo finanziano investimenti improduttivi). Molto significative anche le previsioni per il 2011: se il +7% di quest’anno poteva essere giustificato con la ripresa della produzione dopo lo stop del 2009, il +4,5% atteso per il 2011 sarebbe un dato di pura crescita economica. L’ottimismo con cui il Brasile guarda al futuro sembra pienamente giustificato.

4) energia e infrastrutture: il paese è dotato di notevoli risorse anche in campo energetico. E’, innanzitutto, uno dei maggiori produttori mondiali di energia idroelettrica. Inoltre, grazie ad un aumento della produzione petrolifera, dal 2006 Brasilia ha raggiunto la virtuale autosufficienza energetica, anche se la carenza di impianti di raffinamento e di infrastrutture di trasporto obbliga il paese a far processare all’estero parte della sua produzione nazionale. La scoperta di nuovi giacimenti al largo delle coste brasiliane è uno degli avvenimenti più importanti degli ultimi due anni: se Petrobras, la compagnia energetica statale, riuscirà a raccogliere l’ingente capitale necessario per investire nei nuovi impianti, la produzione petrolifera brasiliana, secondo proiezioni della stessa compagnia, potrebbe aumentare del 70% entro il 2020.
Le infrastrutture del paese (strade, ferrovie, porti e aeroporti) restano invece fortemente sottosviluppate. Queste inefficienze restano uno dei più grandi problemi che il governo di Brasilia dovrà affrontare per evitare che la crescita rallenti.

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Il sistema politico e la società brasiliana

1) frammentazione politica: il sistema presidenziale brasiliano si appoggia su una democrazia multipartitica che, a differenza di un altro grande paese democratico come l’India, non è stata travagliata da grandi violenze interetniche. I problemi più gravi per il sistema politico emergono attorno alle questioni della disciplina partitica e della corruzione. La legge elettorale proporzionale e il sistema di elezione federale al Senato rendono il quadro politico molto frammentario (il primo partito in termini di seggi dal 2006 non è più il Partito dei Lavoratori di Lula ma l’alleato centrista PMDB), e i partiti divisi in molti rivoli localistici. Le iniziative più importanti del Presidente possono essere bloccate dai due rami del Parlamento, e i veti incrociati dei partiti hanno finito per essere un freno alle più attese riforme strutturali.

2) crimine organizzato e violenza: Il crimine organizzato è uno dei maggiori problemi del paese. Gruppi di bande armate operano nelle maggiori città (Rio de Janeiro e São Paulo, soprattutto), e sono coinvolte nelle reti dell’economia illegale. Il problema della sicurezza interna è ancora uno dei più sentiti dal governo e dall’opinione pubblica brasiliani. I risultati nelle lotta al crimine degli ultimi anni sono positivi. Secondo dati riportati dall’Instituto Sangari, il numero di omicidi nel paese è diminuito costantemente tra il 2003 (28,9 omicidi ogni 100.000 abitanti) e il 2008 (25,2), tuttavia il Brasile risulta ancora tra i primi dieci stati al mondo per questo tipo di crimine.

3) corruzione: la corruzione del sistema politico è un problema che dalla fine della dittatura complica le interazioni tra la politica stessa e la società civile, rischiando di incrinare il rapporto di fiducia che sussiste tra governanti e governati. Il Presidente dispone di pochi strumenti a riguardo, e gli scandali sono continuati sotto ogni amministrazione. Dal 2006 ad oggi tre ministri e il presidente del Senato si sono dimessi a seguito dell’avvio di indagini per corruzione da parte della magistratura.

4) istruzione: uno dei punti critici della gestione Lula è stata la mancanza di riforme del sistema scolastico. Nel 2005 l’11% dei quindicenni erano ancora analfabeti, uno dei tassi più alti dell’intera America latina. All’interno dello stesso sistema scolastico si è fatta più evidente una dicotomia, che aggrava, rendendole ancora più evidenti, le sue distorsioni: a fronte di una scarsa qualità dell’istruzione primaria e secondaria, infatti, le università statali sono eccellenti.

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Politica estera, l’ascesa di una media potenza

1) retaggi del passato: il ventennio dell’ultima dittatura militare utilizzava la retorica del Brasil Grande per esprimere le sue aspirazioni all’egemonia regionale. Paradossalmente, la discrepanza tra ambizione e realtà è andata colmandosi proprio negli ultimi anni, a seguito dell’ascesa economica brasiliana.

2) media potenza: al di là delle inclinazioni personali di Lula e del suo partito, negli ultimi anni il Brasile si è mosso nella scena internazionale con l’obiettivo primario di riconfigurare la geografia commerciale e diplomatica internazionale in un senso più favorevole.

Nella sua proiezione come “media potenza” il Brasile ha potuto contare su due leve di riequilibrio del differenziale di potere internazionale: l’hard e il soft balancing. Il consolidamento delle capacità di hard balancing ha fatto affidamento sull’aumento della spesa militare brasiliana, cresciuta dai 9,2 miliardi di dollari del 2003 ai quasi 24 del 2009 (l’esercito brasiliano è il più grande della regione). Il soft balancing ha invece compreso: 1) il sostegno a norme e istituzioni internazionali atte a “controllare” la potenza statunitense; 2) la preferenza per il multilateralismo; 3) la costruzione di coalizioni regionali e internazionali per bilanciare indirettamente l’influenza statunitense.

3) rapporto con gli Stati Uniti: in ragione delle preferenze politiche verso un riequilibrio della distribuzione del potere internazionale, i rapporti con gli Stati Uniti sono stati prevedibilmente tesi. Ma, per varie ragioni, vi è stato anche più di un motivo di convergenza.

  • convergenze: – desiderio condiviso di stabilità in America Latina e nel contesto internazionale; – confidenza nei benefici dell’ordine economico liberal-capitalista; – condivisione di un sistema politico democratico; – interesse a contenere il regime populista di Chávez;
  • attriti: – retorica antimperialista e antiegemonica di Lula e del Partito dei Lavoratori; – convinzione brasiliana che le attuali regole della finanza e del commercio internazionale penalizzino il paese, pregiudicandone il pieno sviluppo; – ricerca da parte di Brasilia di maggiore influenza in ambito regionale; – vertenza sui dazi d’importazione statunitensi verso le maggiori esportazioni brasiliane, come l’etanolo; – aperture brasiliane all’Iran, considerato dagli Stati Uniti un paese fortemente ostile.

4) l’asse sud-sud: il Brasile ha cercato di ottenere il ruolo e la considerazione di leader regionale ritagliandosi uno spazio personale, attraverso:

  • relazioni bilaterali: relazioni di questo tipo hanno diversificato le opzioni disponibili al Brasile, aumentando la sua flessibilità strategica. Con la Cina, per esempio, il commercio è aumentato di dodici volte tra 2001 e 2009, e con l’entrata in funzione del giacimento petrolifero di Tupi il Brasile diventerà il primo fornitore di petrolio di Pechino. Per quanto riguarda l’Iran, invece, il tentativo di costruire assieme alla Turchia un asse per alleggerire le tensioni statunitensi nei confronti di Teheran è fallito con l’imposizione del quarto round di sanzioni da parte del Consiglio di Sicurezza dell’Onu. Infine, con paesi come Francia e Russia il Brasile sta approfondendo i suoi rapporti commerciali e di collaborazione militare;
  • relazioni multilaterali: nel 2003, a Cancun, durante i negoziati di Doha del Wto il Brasile riuscì a ricavarsi il ruolo di guida di un gruppo di più di venti paesi che considerava il termine dei sussidi agricoli occidentali condizione indispensabile per accettare il ‘pacchetto di Singapore’. Il fallimento del “Doha round” fu considerato uno dei successi della diplomazia brasiliana, che era riuscita a bilanciare efficacemente le pressioni occidentali. Più di recente il ruolo assunto dal G20, di cui il Brasile è membro, come foro privilegiato per le discussioni economiche internazionali ha aumentato la capacità di influenza del paese. Inoltre, nel 2011, il Brasile avrà un potere di voto maggiore negli organi di controllo del Fondo monetario internazionale e della Banca mondiale. Infine l’istituzione di forum multilaterali dall’afflato globale come l’IBSA (India-Brasile-Sud Africa) e il BRIC (Brasile-Russia-India-Cina) sono un ulteriore strumento utile alla creazione di una politica estera più proattiva.

5) processo di consolidamento regionale: il Brasile ha cercato di emergere come leader nella propria regione.

  • A livello bilaterale, molti progressi sono stati fatti nel riavvicinamento con l’Argentina, un tempo rivale naturale del Brasile ma oggi economicamente più debole. Rimane dialettico il rapporto con Chávez in Venezuela, così come controverso resta quello con la Bolivia di Morales, che ha nazionalizzato le imprese dei settori petrolifero e gasifero a partecipazione brasiliana ma che mantiene a regime il più grande gasdotto del Sudamerica, il GasBol, che trasporta 11 miliardi di metri cubi all’anno di gas verso Brasilia.
  • Relativamente all’integrazione regionale: il Brasile è membro del Mercosur (un patto commerciale e doganale con Argentina, Uruguay e Paraguay). Quando le tensioni con Chávez hanno rischiato di paralizzare l’organo, Lula ha lanciato l’IIRSA (iniziativa per l’integrazione delle infrastrutture regionali sudamericane): nonostante tale progetto sia stato accolto freddamente, esso rappresenta comunque un tentativo di risolvere l’impasse. Infine i brasiliani vedono l’Unasur (una recente organizzazione internazionale, costituita nel maggio 2008 con il trattato di Brasilia allo scopo di integrare Mercosur e Comunità andina in un’unione sul modello di quella europea) come un possibile foro per risolvere le controversie regionali, contenere Chávez ed escludere Washington dagli affari regionali.

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Le elezioni

Alla fine del suo secondo mandato il presidente Lula gode di un amplissimo consenso dell’opinione pubblica brasiliana (attorno al 78%), mentre il Brasile che si avvia verso le elezioni sta dimostrando una delle migliori performance economiche a livello mondiale. Entrambi i contendenti maggiori di queste elezioni, Dilma Rousseff e José Serra, hanno dunque impostato una campagna elettorale nel solco della continuità con l’operato del presidente uscente. Solo di recente, viste le dimensioni apparentemente incolmabili del suo svantaggio, Serra ha inasprito i toni della sua campagna e la Rousseff ha tentato di difendersi dal primo scandalo che l’ha coinvolta.

I candidati

  • Dilma Rousseff: già capo del gabinetto del presidente Lula dal 2005, ha beneficiato del ruolo di primo piano da lei esercitato sul coordinamento del PAC, il Programma di accelerazione della crescita, e della sua responsabilità dell’applicazione delle politiche del governo. Rousseff ha combattuto come membro della guerriglia contro la dittatura militare. Dopo un periodo in carcere di quasi tre anni, nel 1979 ha fondato con altri il Partito democratico laburista. Ha aderito al Partito dei Lavoratori solo nel 2001, e il Congresso del partito, incoraggiato da Lula, l’ha scelta all’inizio di quest’anno per succedere al presidente uscente.
  • José Serra: candidato del Partito social-democratico brasiliano. Già sconfitto da Lula alle elezioni presidenziali del 2002, è un economista e guida l’ala progressista del suo partito. Durante il mandato del presidente Cardoso (1995-2003) ha occupato i posti di ministro della Pianificazione e di ministro della Salute. La sua campagna sanitaria contro l’Hiv è stata particolarmente efficace. Un suo punto di forza è il radicamento sul territorio. Sindaco e Governatore di Saõ Paulo (2005-2006), ha riscosso importanti successi in questi ultimi otto anni di carriera dopo la sconfitta al ballottaggio proprio con il Presidente Lula.

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    I sondaggi

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    Proiezioni su intenzioni di voto: marzo-agosto

    Fonte: Economist su dati Datafolha

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    Intenzioni di voto dal 20 agosto al 27 settembre

    Fonte: Datafolha

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    Documentazione – Dopo Lula, il Brasile al voto

 

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