ISPI Dossier
26 Aprile 2018
Prospettive della sicurezza energetica europea
- Background -

La sicurezza energetica in Europa

1) Il concetto di sicurezza energetica. La sicurezza energetica si può considerare da due punti di vista speculari: da una parte, per quanto riguarda i paesi importatori di energia, il concetto è legato alla possibilità per tali paesi di disporre di un flusso costante di energia a prezzi ragionevoli; dall’altra parte, per quanto riguarda i paesi esportatori, la sicurezza energetica è direttamente legata ai prezzi di mercato dell’energia e alla capacità di esportarla a prezzi che gli consentano di ottenere introiti periodici sufficienti a soddisfare le esigenze interne.

Volgendo ora l’interesse più specificamente verso l’Europa, il problema della sicurezza energetica è emerso in tutta la sua evidenza quando gli eventi internazionali hanno messo in dubbio la continuità delle forniture di gas di provenienza russa. In quella occasione i paesi del continente europeo hanno affrontato lo stesso problema in maniere diverse, e ciò ha contribuito a mettere in luce le differenze tra due tipi di approccio possibili al tema della sicurezza energetica da parte dei paesi importatori. I governi dell’Europa occidentale hanno teso a circoscrivere la vicenda ai capitoli di politica economica, e hanno spesso trattato con i paesi produttori (soprattutto la Russia, l’Algeria e la Libia) e le loro imprese perseguendo obiettivi di contenimento del prezzo. I governi di questi paesi tendono a considerare i problemi politici che insorgono tra la Russia e i paesi di transito come svantaggiosi per loro quanto per Mosca, e mirano a risoluzioni rapide delle vertenze contrattuali, cercando allo stesso tempo di ridurre al minimo la comparsa di rivendicazioni collegate (spesso politiche) che provocherebbero il proseguimento della disputa.

I paesi dell’Europa orientale e centro-orientale (il gruppo di Visegrad – Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia e Ungheria –, l’Ucraina e la Bielorussia) sono invece stati condizionati da preoccupazioni politiche che affondano in vertenze storico-culturali e in altre più prettamente politico-strategiche, sia per via del loro passato sovietico (che altera i loro rapporti con la Russia rendendoli più tesi e diffidenti), sia per la loro fondamentale caratteristica di paese di transito del gas russo. Per questi motivi i governi di questi paesi non soltanto dimostrano maggior volontà di contrapporsi alle imposizioni contrattuali delle controparti russe, ma insieme possono contare su un maggior peso negoziale in quanto paesi-chiave per l’arrivo del gas ai grandi paesi consumatori dell’Europa occidentale.

Questa frattura tra due modi di concepire la sicurezza energetica ostacola la formazione di un fronte di paesi consumatori compatto, e ha rischiato spesso in passato di compromettere la solidarietà intra-europea. D’altra parte la Russia ha ogni interesse a mantenere disunito il gruppo dei paesi consumatori di gas, in modo da poter trattare con ciascuno stato e diluire il peso della sicurezza energetica europea in decine di casi nazionali.

2) Prima della crisi: la sicurezza energetica ai primi posti nelle agende dei governi europei.

Nessun governo al mondo ha mai potuto ignorare la questione della sicurezza energetica, perché il funzionamento della macchina statale e il benessere dei cittadini dipendono dal livello di soddisfacimento della domanda energetica interna e dalla prevedibilità degli andamenti della quantità di energia disponibile in futuro. Tuttavia con l’aumento della dipendenza da gas e petrolio per usi industriali, riscaldamento e trasporto, e a causa della distribuzione diseguale degli idrocarburi tra i vari paesi del mondo, le tensioni internazionali e le questioni di sicurezza energetica sono andate crescendo.

Tra il 2001 e il 2008, inoltre, quattro fattori di natura politica ed economica si sono combinati per produrre un generale senso di insicurezza energetica nei paesi occidentali e specialmente europei, che fino a qualche anno prima godevano di una posizione privilegiata sui mercati mondiali dal punto di vista delle possibilità di acquisto e dell’accumulo delle scorte possedute:

  • crescita del prezzo degli idrocarburi. se il prezzo medio del gas nel 2001 era di 2$ per MMBTU (1 milione di Unità termiche britanniche, l’unità di misura che permette di comparare le diverse fonti energetiche per mezzo della loro resa calorica), nel 2008 esso era più che quintuplicato, e toccava quota 11$. Allo stesso modo il prezzo del petrolio, che nel 2001 si assestava attorno ai 5$ per MMBTU, nel 2008 aveva raggiunto il picco di 22$. Il rapido aumento dei prezzi costringe i paesi che dipendono dall’estero per una forte quota del loro approvvigionamento energetico a comprimere il reddito disponibile per ciascuna famiglia a parità di consumo energetico (compressione indiretta tramite un aumento delle tasse o una destinazione di una maggior quota del bilancio statale verso la soddisfazione dei bisogni energetici, o diretta a causa dell’aumento del prezzo della benzina, del gas e dei prodotti industriali finali).

energia1

  • ‘crisi del gas’ in Europa orientale. Per l’Europa gli alti prezzi dell’energia rischiarono di crescere ulteriormente, e le forniture di gas di interrompersi, a causa dei dissapori tra la Naftogaz, compagnia nazionale del gas ucraino, e Gazprom, il suo fornitore russo, che raggiunsero il loro apice all’inizio del 2006. I paesi dell’Unione europea dipendono dalla Russia per il 38% circa del totale della fornitura di gas, e l’80% di quel gas giunge in Europa transitando dall’Ucraina. Nella disputa tra Gazprom e Naftogaz, la Russia chiedeva che la compagnia ucraina o il suo governo intervenissero per saldare i debiti accumulati con Gazprom, e allo stesso tempo premeva per rinegoziare al rialzo (rispetto al basso prezzo di favore) il contratto pluriennale di fornitura, o alternativamente di rivedere al ribasso i costi del transito sul territorio ucraino. L’interruzione per tre giorni (dal 1 al 4 gennaio 2006) di tutte le forniture di gas all’Ucraina – e, di conseguenza, verso l’Europa – intimorì i governi europei e li costrinse a mettere mano alle loro scorte energetiche. Nel 2007 tornò a intensificarsi una crisi analoga con la Bielorussia (già verificatasi nel 2004), e nel frattempo la vertenza tra Mosca e Kiev si trascinò tra alti e bassi fino al termine del 2009, con due picchi di riduzione dell’erogazione del gas russo in marzo 2008 e nel gennaio 2009 che obbligarono nuovamente alcuni paesi europei a fare affidamento sulle scorte nazionali.
  • la concorrenza della Cina. Dal 2001 i crescenti bisogni energetici cinesi hanno condotto Pechino a indirizzare nuovi investimenti verso i paesi dell’Asia centrale ricchi di idrocarburi, come il Kazakistan e il Turkmenistan, e a cercare di stipulare con loro nuovi contratti di fornitura, mettendo a rischio la possibilità futura di approvvigionamento da parte europea. In particolare Pechino sta finanziando il gasdotto Turkmenistan-Cina, la cui entrata in funzione è prevista per il 2014 e che potrà trasportare fino a 15 bmc/a (miliardi di metri cubi di gas all’anno).
  • l’attenzione al climate change. Sebbene le variabili che influiscono in maniera più rilevante sulla sicurezza energetica europea siano costituite dai prezzi dell’energia, dall’instabilità politica e dall’emergere di nuovi competitors, la rilevanza che il tema del cambiamento climatico ha acquistato nell’agenda politica dei governi europei esercita una significativa influenza. L’attenzione dell’opinione pubblica e le sempre più accurate predizioni scientifiche spingono a favore delle fonti rinnovabili. Questa spinta potrebbe comunque non essere in contraddizione con alcune precauzioni di diversificazione energetica che sono già state adottate dai governi europei.

Il risultato dell’interazione di questi quattro fattori, a grandi linee contemporanei, ha condotto i governi occidentali a specificare meglio le loro politiche energetiche per cercare di mantenere la sicurezza percepita su un livello stabile nel tempo. Le politiche adottate vanno in diverse direzioni, ma in particolar luogo mettono l’accento sulla necessità di:

  1. diversificare il mix energetico interno, cioè la quota nazionale di energia prodotta tramite le varie fonti energetiche. L’obiettivo è quello di dipendere meno dai combustibili fossili (carbone, petrolio e gas), che sarebbe necessario importare, e di sviluppare altre fonti di energia sul territorio nazionale (nucleare, idroelettrico, solare, eolico, ecc.).
  2. diversificare i fornitori – cosa spesso è impossibile, dal momento che i costi di trasporto degli idrocarburi e la concentrazione geografica delle riserve rendono il mercato energetico naturalmente oligopolistico – o almeno le rotte di fornitura. Per questo i governi europei hanno lanciato autonomamente, o in collaborazione con la Russia, i progetti di gasdotto Nord Stream (che partendo da Vyborg, in Russia, giungerebbe in Germania passando per il mare del Nord), Nabucco e South Stream (che, passando per la Turchia o per le sue acque territoriali, raggiungerebbero la Bulgaria e di lì i paesi europei). Tali gasdotti trasporterebbero il gas russo in Europa senza dover transitare per paesi problematici per i loro rapporti con la Russia, quali l’Ucraina, la Bielorussia e la Polonia.
  3. diminuire i consumi interni e/o aumentare l’efficienza energetica. Va da sé che un paese che consuma meno energia è meno dipendente dalla sua importazione dall’esterno. In tal senso l’Unione europea ha aderito nel 2006 al Protocollo di Kyoto, e alla sua promessa di tagliare i consumi energetici del 20% entro il 2020, e il 19 maggio 2010 il Consiglio dell’Unione e il Parlamento hanno adottato una direttiva sullo standard minimo di performance energetica degli edifici (all’interno dei quali viene utilizzato circa il 40% del totale dell’energia consumata).

energia2

3) L’ambiguo arretramento delle questioni di sicurezza energetica (2009-2010). Nell’ultimo anno e mezzo almeno tre fattori hanno condotto gli analisti a ipotizzare una discontinuità rispetto al recente passato di potenziale crisi energetica per l’Europa:

  • la crisi economica. La crisi finanziaria globale ha generato un crollo produttivo, e questo ha a sua volta provocato una significativa contrazione dell’utilizzo dell’energia in ambito industriale e talvolta domestico. Per questa via i consumi energetici dei paesi a economia avanzata, Europa compresa, si sono ridotti, e con essi le importazioni di energia.
  • la ‘bolla del gas’. Per quanto riguarda specificamente il mercato del gas, che come abbiamo visto è molto rigido ed è per questo il più sensibile per i paesi importatori europei, la forte competitività che ha recentemente acquisito il Gnl (gas naturale liquido, trasportato via nave e rigassificato nei paesi di destinazione) e lo sfruttamento dei nuovi giacimenti di gas non convenzionale, soprattutto negli Stati Uniti, abbinati al calo della domanda europea, hanno causato un eccesso di offerta di gas che si è tradotto in un abbattimento del suo prezzo.
  • il miglioramento delle condizioni politiche in Europa orientale. Alle elezioni ucraine del gennaio 2010 è stato eletto presidente Viktor Janukovyč, il candidato più favorevole a una pacificazione dei dissidi con il governo e le imprese russi. L’evento ha contribuito alla ricomposizione delle fratture politiche tra Kiev e Mosca (che datavano dalla cosiddetta ‘rivoluzione arancione’ del 2004), sigillata dall’accordo tra le due parti di questo aprile. In cambio del rinnovo della concessione alla Russia dell’uso della base di Sebastopoli, nel golfo di Crimea, per 25 anni dopo il 2017, Mosca ha acconsentito a concedere un forte sconto sul prezzo del gas che Gazprom esporta in Ucraina. L’Ucraina sembra per il momento essere tornato un paese di transito amico di Mosca, e questo ha contribuito ad aumentare la sicurezza degli approvvigionamenti energetici verso l’Europa.

energia3

 

Nessun commento

Non c’è ancora nessun commento.

Al momento l’inserimento di commenti non è consentito.


ISPIChi siamoContatti