ISPI Dossier
20 Aprile 2018
Religione e relazioni internazionali – Background

Negli ultimi anni il ruolo delle religioni si è intrecciato inevitabilmente con i fenomeni della globalizzazione. In primo luogo, nell’epoca della globalizzazione è venuta meno l’identificazione geografica delle religioni: la diffusione dell’islam va ben oltre i paesi arabi, mentre il cristianesimo sta spostando il suo centro di gravità dai paesi industrializzati a quelli in via di sviluppo. Ciò ha necessariamente eroso il legame tra religione e appartenenza etnico-culturale. In secondo luogo, assistiamo al passaggio dalle tradizionali forme di pratica religiosa verso forme di religiosità più carismatiche e fondamentaliste. È questo, per esempio, il caso dell’evangelismo, del pentecostalismo, del salafismo. Il fondamentalismo sembrerebbe essere la forma religiosa che meglio si adatta alla globalizzazione. Tuttavia, sarebbe riduttivo identificare la globalizzazione del fenomeno religioso esclusivamente con le nuove forme di radicalismo. In terzo luogo, la globalizzazione, per l’intensificazione degli scambi e delle occasioni di incontro che produce, ha innescato inevitabilmente dei processi di omogeneizzazione delle pratiche religiose. È interessante ad esempio notare come religioni anche profondamente diverse tra di loro facciano riferimento agli stessi benefici per gli individui. In un mondo globalizzato e post-ideologico, infine, il dibattito sul ruolo delle religioni nelle relazioni internazionali si è focalizzato sulla dicotomia scontro/dialogo tra le civiltà. Da questa prospettiva, il potere unificante delle ideologie ha progressivamente lasciato posto a nuovi modelli di appartenenza nei quali religione, cultura e potere territoriale sono intrinsecamente associati tra loro. Questo passaggio si è accompagnato evidentemente al rafforzamento della percezione culturale e, più in generale, del ruolo della religione.

Da un punto di vista teorico la questione del ritorno del fenomeno religioso è stata affrontata solo di recente. Dopo essere stata a lungo esclusa nella disciplina delle relazioni internazionali la religione ha riacquistato centralità e importanza. In particolare, gli aspetti su cui gli analisti di politica internazionale mettono l’accento sono la relazione tra la crescente instabilità internazionale e il nuovo ruolo politico delle religioni. Le manifestazioni più esplicite di tale instabilità sarebbero il legame tra terrorismo e fondamentalismo religioso e la religione come forza al centro dello “scontro di civiltà”. Ciò ha condotto i teorici delle relazioni internazionali a pensare le religioni quasi esclusivamente come un fenomeno identitario che, nel momento stesso in cui impone la scelta tra appartenenze esclusive, traccia un confine tra il noi e l’altro-da-noi, per ciò identificando come “diversi” quei soggetti portatori di valori e ideali in potenziale conflitto con i nostri. In questi termini, pertanto, il rapporto tra religione e politica internazionale viene visto prevalentemente come generatore di instabilità, conflitto e disordine.

Sebbene l’epoca delle guerre di religione sembri rimanere confinata a un passato molto lontano, sembra che le religioni non abbiano perso il loro carattere di catalizzatore di conflitti latenti e talvolta addirittura di veicolo per la diffusione di violenza a livello internazionale (basti pensare allo stretto rapporto fra il fondamentalismo islamico e la rete terroristica di al-Qaeda). In alcuni casi infatti, soprattutto dalla prospettiva occidentale, il ritorno della religione nelle relazioni internazionali viene identificato con la manifestazione più evidente del processo di “rivolta contro l’Occidente”, che ha come contraltare la rivalorizzazione per l’appunto delle tradizioni religiose.

Se recentemente le religioni sono venute a occupare un posto molto importante nelle relazioni internazionali e nella determinazione dell’assetto sociale interno di molti stati del mondo, la dottrina delle relazioni internazionali deve porsi la necessità di ripensare il loro ruolo, liberandole da un’interpretazione esclusivamente pessimista e negativa sugli effetti che hanno sulle dinamiche internazionali e superando anche la visione dell’inevitabilità del  processo di secolarizzazione legato alla globalizzazione.


Breve cronologia “religioni e relazioni internazionali dopo l’11 settembre”, incontri e scontri di religione:

- 2003-oggi. Dall’invasione dell’Iraq, le violenza tra islamici sunniti e sciiti trovano lì il contesto dove esprimersi più compiutamente, anche a causa del retaggio storico della dittatura di Saddam Hussein, sunnita, che adottò politiche repressive sia nei confronti della minoranza curda, sia verso la maggioranza sciita del paese.

- Settembre 2004. Alliance of Civilizations: nasce su iniziativa del presidente spagnolo Zapatero dopo gli attentati del 11 marzo 2004 a Madrid. Nel giugno del 2005 il Presidente turco Erdogan decide di farsi co-sponsor dell’iniziativa con lo scopo di “fondare un’alleanza delle civiltà tra Occidente e mondo arabo e islamico”. Un mese dopo il segretario generale dell’Onu Kofi Annan annuncia la creazione della “Alliance of Civilizations Initiative”; il progetto è istituzionalizzato in seno alle Nazioni Unite dal 2006.
http://www.unaoc.org/

- 27 novembre 2004. per “promuovere l’unità dei Cristiani”, papa Giovanni Paolo II restituisce le reliquie dei patriarchi Giovanni Crisostomo e Gregorio Nazianzeno a Costantinopoli. I resti di entrambi i dottori della Chiesa furono prelevati come bottino di guerra da Costantinopoli dai Crociati nel 1204. A simboleggiare l’avvenuta distensione, il patriarca ecumenico Bartolomeo I, insieme con altri capi delle Chiese autocefale orientali, presenzia poi ai funerali di papa Giovanni Paolo II, l’8 aprile 2005. Nel corso del suo viaggio pastorale in Turchia, il 30 novembre 2006, papa Benedetto XVI ha incontrato il patriarca Bartolomeo I, firmando una dichiarazione congiunta e ribadendo la necessità del dialogo fra le due Chiese
(http://www.avvenireonline.it/papa/Extra/Le+parole+del+Papa/documenti/20061130.htm).

- 28 luglio 2005. l’IRA, organizzazione cattolica del nord dell’Irlanda che rivendica l’indipendenza dell’isola dal Regno Unito anglicano, dopo decenni di violenze ordina di cessare la lotta armata. Solo una cellula dissidente, che si definisce Vera IRA, continua a progettare ed eseguire attentati sul suolo inglese.

- Settembre  2006. A Ratisbona, papa Benedetto XVI tiene una lectio magistralis su “Fede, ragione e università”. Il papa si pronuncia nettamente contro ogni forma di imposizione violenta di un credo religioso, e sostiene che il mondo ha un “urgente bisogno” di dialogo tra le diverse culture e religioni. Una parte del discorso del papa cita però Manuele II Paleologo, che sostiene: “mostrami pure ciò che Maometto ha portato di nuovo, e vi troverai soltanto delle cose cattive e disumane, come la sua direttiva di diffondere per mezzo della spada la fede che egli predicava”.
Interpretando queste parole come una provocazione, gran parte del mondo politico e della società civile musulmani insorgono. Il papa torna sul fraintendimento, esprimendo rammarico, ma non offrirà mai scuse ufficiali. Anche alcuni esponenti islamici laici, come Salman Rushdie, si schierano con il Pontefice: le parole di Ratzinger sembrano essere state davvero fraintese, e in alcuni casi strumentalizzate. Il discorso del papa è l’esempio più lampante della difficoltà del dialogo interreligioso: un discorso a favore del dialogo, sebbene controverso e criticabile sotto diversi punti di vista, viene travisato dai destinatari del messaggio fino ad essere interpretato come un invito allo scontro.

- Settembre 2007: Birmania. Le proteste contro l’aumento del prezzo dei carburanti e il taglio dei sussidi di agosto 2007 vengono estese contro l’intera giunta birmana, a capo di uno dei regimi più violenti ed elusivi del mondo. Da settembre migliaia di monaci buddisti scendono in piazza e si uniscono alla rivolta, facendosene carico ma protestando solo in maniera nonviolenta. Dopo otto giorni le autorità birmane scelgono la via della repressione violenta della protesta, provocando centinaia di morti, di cui soltanto 13 ammessi dal governo.

- Marzo 2008. Cina-Tibet: circa 400 monaci buddisti lamaisti partecipano ad una marcia di protesta a Lhasa, in concomitanza con le manifestazioni organizzate dai tibetani in esilio per commemorare la rivolta anticinese del 10 marzo 1959 (che provocò l’esilio del loro leader spirituale, il Dalai Lama, a Dharamsala, India) e promuovere la causa del Tibet in vista dei Giochi Olimpici di Pechino di agosto. Le manifestazioni durano per diversi giorni e causano l’intervento cinese: i tibetani denunciano l’uccisione di più di un centinaio di persone mentre fonti dell’esercito e del governo cinese negano. Altre manifestazioni hanno luogo nelle province di Gansu, Qinghai e Sichuan. Pechino accusa il Dalai Lama, che a sua volta nega, di organizzare le proteste.

- Giugno 2008 – oggi. Scontri di frontiera Cambogia-Tailandia per un’area che circonda il tempio Preah Vihear. La costruzione era stata utilizzata fino al X secolo come tempio induista, e poi riconvertita in tempio buddista. Le popolazioni di entrambi i paesi professano in fortissima maggioranza (oltre il 95%) forme di buddhismo Theravada: l’area è contesa tra stati con la stessa religione, anche se nel periodo dei Khmer rossi le religioni in Cambogia erano state proibite.
La disputa frontaliera, in gran parte frutto del retaggio storico del predominio dell’impero tailandese sui vassalli cambogiani, è oggi strumentalmente diventata anche un confronto su questioni religiose secondarie.

- Agosto 2008: estremisti indù contro cristiani. Sono salite a dieci le vittime cattoliche. drammatica la situazione in India, nell’Orissa, dove è in corso un’ondata di violenze anticattoliche. Gli indù legati al gruppo militante Vhp (Vishwa Hindu Parishad) distruggono e radono al suolo chiese, conventi, parrocchie, e scatenato la loro furia verso i religiosi e le religiose che operano nella regione.  L’escalation di distruzioni avviene dopo l’uccisione del leader radicale indù Swami Laxanananda avvenuta il 23 agosto 2008, di cui sono stati accusati i cristiani.

- gennaio-marzo 2009. Esplodono le violenze tra pastori musulmani e contadini cristiani attorno alla città di Jos, nel centro della Nigeria. Oltre ad essere il paese più popoloso dell’Africa (e l’ottavo al mondo), la Nigeria è spaccata a metà dall’appartenenza religiosa: il 52% dei suoi abitanti è musulmano, il 46% cristiano. Gli scontri del 2009 fanno circa 600 vittime accertate, ma cifre indipendenti indicano che i morti sarebbero più di 1.000. Le tensioni interreligiose nell’area restano a tutt’oggi molto alte.


 

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