ISPI Dossier
26 Aprile 2018
Elezioni 2013: Israele gioca in difesa – Scenari

Uno dei pochi punti fermi delle elezioni del 22 gennaio è rappresentato dal fatto che la lista Likud-Yisrael Beiteinu di Netanyahu-Lieberman otterrà la maggioranza dei voti e che Netanyahu, riconfermato primo ministro, cercherà di formare una coalizione abbastanza vasta da non risultare ostaggio di nessun partito;  egli vuole infatti evitare che la fuoriuscita dell’uno o dell’altro gruppo – cosa che accade sovente nella politica israeliana – faccia cadere il governo impedendo ancora una volta di completare il quadriennio di legislatura.

La variabile indipendente è però rappresentata dalla quantità di voti raccolti dagli altri partiti;  essa andrà ad incidere sul tipo di governo che si formerà nei prossimi mesi.

Gli scenari possibili sono tre:

Scenario A – Coalizione Likud-Beiteinu + destra nazionalista religiosa

Nella lista Likud-Israel Beiteinu sono presenti candidati che si collocano molto più a destra di quello che attualmente seggono in Parlamento tra le file del Likud. Ciò riflette la profonda trasformazione alla quale il partito di Netanyahu è stato sottoposto negli ultimi mesi: con la fuoriuscita di membri storici e moderati quali Benny Begin e Dan Meridor, hanno guadagnato sempre più spazio leader politici – quali Danny Danon e Moshe Feiglin – fautori di una linea più oltranzista, che professa apertamente il rigetto della soluzione “Due popoli, due Stati” e si dichiara favorevole all’annessione allo stato israeliano della West Bank. L’alleanza Likud-Israel Beiteinu trova la propria ratio nella volontà di emarginazione della componente religiosa della politica israeliana. Tuttavia, il problema si riproporrà se Netanyahu dovesse decidere di includere nella coalizione il partito della destra nazionalista religiosa Jewish Home, con il quale – secondo i sondaggi – arriverebbe a 50 seggi, rendendo dunque necessario aprire a ulteriori forze politiche, che potrebbero essere rappresentate proprio da quei partiti che ruotano attorno a Jewish Home e che ne condividono le istanze nazionaliste connotate in chiave religiosa (il cosiddetto “sionismo religioso”). A questo punto, la grosse koalition Likud-Israel Beiteinu-Jewish Home-altri partiti della destra nazionalista religiosa darebbe origine a un governo fortemente spostato verso destra ma altrettanto fortemente caratterizzato da un conflitto interno tra la destra laica (il vecchio Likud e Israel Beiteinu) e la destra religiosa. Per Netanyahu diventerebbe dunque estremamente difficile procedere con la riforma della legge Tal, che è considerata uno dei principali nodi da risolvere per stemperare la forte tensione sociale innescata dal peggioramento delle condizioni economiche della classe media e dall’acuirsi del divario ricchi-poveri a fronte del mantenimento intatto di quelli che vengono percepiti come veri e propri privilegi degli ebrei haredim. Inoltre, tale coalizione di governo, che rischia di essere ostaggio della destra religiosa, troverebbe serie difficoltà nell’approvazione dei necessari tagli alla spesa pubblica, che Netanyahu avrebbe voluto operare anche sulle istituzioni religiose del paese, ma sui quali sarà in realtà molto difficile trovare un accordo.

Con un tale spostamento verso destra dell’asse politico israeliano, non sono inoltre prevedibili nel medio periodo progressi per il processo negoziale israelo-palestinese, così come è difficile prefigurare uno scongelamento delle relazioni con Washington, dove il 21 gennaio si è insediato un presidente – Barack Obama – in disaccordo con la politica di Netanyahu. Anche sull’altro fronte caldo della politica estera israeliana – il confronto con i desideri atomici di Teheran – si prospetta una scarsa disponibilità a fare concessioni e, al contrario, il prevalere della linea dell’intransigenza.

Scenario B Coalizione Likud-Beiteinu + partiti di centro-sinistra

Per non consegnare il destino della coalizione di governo nelle mani della destra religiosa, Netanyahu potrebbe optare per un’alleanza con i partiti di centro-sinistra: “C’è un futuro” del giornalista Yair Lapid, “Il movimento” di Tzipi Livni e il Partito laburista guidato da Shelly Yachimovich. Ma la vita politica interna di questa seconda possibile grande coalizione sarebbe altrettanto conflittuale. Proprio le divisioni interne al fronte centrista hanno impedito alle forze che ne fanno parte di allearsi e provare a fare fronte comune per impedire la riconferma di Netanyahu. È difficile inoltre immaginare la creazione di un’adeguata comunanza di intenti tra due leader – Netanyahu e la Yachimovich – che nei scorsi mesi sono stati i protagonisti di velenosi botta e risposta sulle politiche economiche di governo, con la Yachimovich che criticava il neoliberismo e i tagli al welfare di Netanyahu, che avrebbero portato all’acuirsi del divario tra classi e dunque all’aumento della tensione sociale. Se le forze in campo dovessero mettere da parte le proprie divergenze, si arriverebbe a una coalizione di governo laica, che rappresenta l’unica possibilità per arrivare alla riforma della legge Tal, e dunque alla ridefinizione dei rapporti tra stato ed ebrei ortodossi; diversità di vedute si riscontrerebbero invece sul fronte dei rapporti con i palestinesi –  con i falchi favorevoli ad un ampliamento della politica degli insediamenti e il centro-sinistra favorevole alla riapertura di negoziati –  e dell’atteggiamento da tenere verso l’Iran, anche in questo caso con i falchi che tendono a radicalizzare il confronto e le colombe più inclini al negoziato. Le maggiori divergenze, tuttavia, si riscontrerebbero in campo economico: se le forze in campo non riescono a trovare un accordo sui tagli alla spesa pubblica, la vita di governo di questa coalizione potrebbe essere molto breve. Infatti, mentre il Likud opterebbe per tagli al welfare in favore della spesa per la Difesa, il partito laburista preme per la salvaguardia delle agevolazioni ai ceti meno abbienti e a una riduzione delle spese militari.

Scenario C Coalizione Likud-Beiteinu + Jewish Home + partiti di centro-sinistra

Allo scopo di controbilanciare le istanze della destra religiosa, ed evitare dunque di finirne ostaggio, Netanyahu potrebbe con ogni probabilità formare una coalizione comprensiva tanto di Jewish Home quanto dei partiti di centro, con l’esclusione del Partito laburista, che per tramite della sua leader Shelly Yachimovich avrebbe fatto sapere di non essere disponibile ad alleanze post-elettorali con Netanyahu. Quest’ultima possibilità lascerebbe aperte numerose incognite circa la capacità di forze così eterogenee di dare origine a un governo che dovrà prendere decisioni molto importanti – e che quindi necessitano di essere condivise – nei prossimi mesi. Allo stesso tempo, però, essa rappresenta una delle poche possibilità per Netanyahu di formare un governo che possa sopravvivere alle probabili defezioni che si registreranno nel corso della legislatura.

Per quanto riguarda la politica degli insediamenti, i partiti di centro (“C’è un futuro”, “Il movimento”) si dichiarano disponibili al mantenimento dello status quo, ma contrari alla parificazione giuridica tra colonia e stato israeliano; posizione quest’ultima che invece è caldeggiata dalla destra religiosa, che preme per l’annessione dei territori della Cisgiordania allo stato israeliano. Anche sul fronte della politica estera la coalizione rischia di spaccarsi, in particolar modo  sul tipo di atteggiamento da mantenere nei confronti di Teheran: mentre i “falchi” premono per un’iniziativa militare, il centro che gravita attorno a Tzipi Livni si dimostra più incline al pragmatismo e dunque potenzialmente aperto al negoziato.

 

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