ISPI Dossier
26 Aprile 2018
Elezioni 2013: Israele gioca in difesa – Background

Il fronte interno

Il panorama politico israeliano alla vigilia delle elezioni per il rinnovo della Knesset si presenta quanto mai frammentato e attraversato da forti tensioni interne. Il primo dato è la scomparsa della sinistra sionista socialista – un tempo assai forte –, se non per i tre seggi attualmente detenuti da Meretz (partito nato negli anni Novanta dalla fusione del vecchio partito socialista Mapam con altri piccoli gruppi). Il partito laburista, che da sinistra si è spostato verso il centro, detiene al momento 8 seggi ma potrebbe, secondo i sondaggi, arrivare a quota 16 attraverso l’assorbimento di Azmaut, partito fondato da Ehud Barak nel gennaio 2011 dopo la fuoriuscita di quest’ultimo dal Partito laburista.  Al centro si registra un inedito affollamento. Kadima, partito fondato da Ariel Sharon nel 2005 e che con Tzipi Livni aveva tecnicamente vinto le elezioni del 2009, sotto l’attuale leadership di Shaul Mofaz registra una caduta nei gradimenti, rendendo incerto il superamento della soglia di sbarramento del 2% prevista dal sistema politico israeliano. Sempre al centro, cercherà di mantenere i suoi 7 seggi il Movimento (Ha Tnuah) fondato proprio da Tzipi Livni nel novembre 2012 raggruppando esponenti fuoriusciti da Kadima e dal Partito laburista. Il giornalista Yair Lapid guida invece Yesh Atid (C’è un futuro), partito che pone una forte enfasi sui diritti civili e che potrebbe arrivare a conquistare 9 seggi.

È a destra però che bisogna guardare per tentare di comprendere i possibili sviluppi futuri della politica israeliana, ed è proprio all’interno di questo campo che si consumerà la battaglia elettorale. Il Likud si presenta alle elezioni in alleanza con Israel Beiteinu (Israele nostra casa), partito nazionalista guidato dal controverso ex ministro degli esteri Avigdor Lieberman, dimessosi nel dicembre scorso dopo la condanna per frode e abuso di ufficio. I piani della lista Likud-Beiteinu, che fino a poco tempo fa appariva come l’unica forza maggioritaria capace di guidare stabilmente il paese per i prossimi cinque anni, rischiano però di essere stravolti dall’ingresso sulla scena politica di Habait Hayehudi (La casa ebraica), partito di estrema destra guidato dal miliardario, nonché ex braccio destro di Netanyahu, Naftali Bennett. Se il motivo dietro l’alleanza Netanyahu-Lieberman era il desiderio di formare un governo forte, che evitasse di cadere ostaggio dei partiti religiosi e che quindi avrebbe avuto i numeri per riformare la controversa Legge Tal (che definisce i rapporti tra stato e ebrei ultraortodossi ed è considerata da molti un serio ostacolo allo sviluppo economico del paese dal momento che provvede al sostentamento degli haredim a spese dello stato), rischia invece di accadere il contrario. Il Likud-Beiteinu, che oggi conta 27 deputati del Likud e 15 di Israel Beiteinu, si sta spostando sempre più a destra con l’ingresso di molti esponenti della destra dei coloni e la fuoriuscita di personaggi politici più moderati; nonostante questo, viene dato in perdita, sorpassato a destra da La casa ebraica, che si presenta alleato con l’Unione nazionale.

Qualunque risultato uscirà dalle urne, il primo problema che il nuovo governo si troverà ad affrontare sarà quello della crisi economica. L’aumento del costo degli alloggi e l’innalzamento del carovita sono solo alcune tra le conseguenze dell’attuale fase di recessione, a sua volta riconducibile alla crisi che colpisce Stati Uniti e Unione europea, principali mercati di esportazione di Tel Aviv. Il peggioramento della situazione economica nel paese ha innescato proteste e tensioni sociali, principalmente dovute al senso di ingiustizia che una parte della popolazione avverte nei confronti del trattamento riservato agli ebrei ultraortodossi, che rappresentano ormai un quinto della popolazione totale. Gli ebrei haredim, che non forniscono un contributo diretto né alla difesa né all’economia israeliana, sono infatti percepiti come un peso per la restante comunità israeliana. Economia e attenuazione della conflittualità sociale si pongono dunque al centro dell’agenda del prossimo governo israeliano, che dovrà affrontare queste questioni se vorrà evitare di ricadere nella prassi consolidata delle legislature incomplete e delle elezioni anticipate.

Il piano regionale

Rispetto alle elezioni del 2009, lo scenario mediorientale, anche a causa della Primavera araba, è totalmente cambiato, lasciando Israele sempre più isolato politicamente. Egitto, Siria e Iran sono i principali dossier della politica estera ebraica. L’Egitto appare al momento essere una grande incognita nella geo-strategia israeliana: è ancora un alleato affidabile? Tel Aviv ha assistito come spettatore interessato in questi due anni a quanto accaduto al Cairo, ma l’ascesa di un fronte islamico alla guida del Paese e i continui problemi di sicurezza nel Sinai – dove proliferano gruppi fondamentalisti legati alla galassia qaedista, tribù beduini e criminali comuni che approfittano dello stato di sottosviluppo, disoccupazione e degrado in cui versa la provincia egiziana – mettono in discussione i rapporti tra i due Paesi. Se a ciò si aggiunge il ruolo di mediatore nella crisi di Gaza e nella riconciliazione palestinese, Israele ha iniziato a guardare l’Egitto, quanto meno, con diffidenza rispetto all’accresciuto potere dei Fratelli Musulmani nel Paese. Anche nei confronti della Siria, la posizione di Tel Aviv sembra essere mutata soprattutto in relazione ad una possibile proliferazione di armi chimiche nel territorio israeliano. La paura è che queste armi possano entrare dal Golan destabilizzando così un confine che per 30 anni è stato relativamente sicuro, facendolo divenire un nuovo Sinai. Infatti, nella recente riunione di Gabinetto del governo dello scorso 6 gennaio, nel Golan verrà incrementata non solo la presenza militare israeliana, ma saranno dati avvio ai lavori per erigere in tempi serrati una barriera di 100 chilometri, analoga a quella di 253 appena completata lungo il confine egiziano. Resta, infine, il caso Iran, che continua ad essere il principale tema anche nella campagna elettorale. Il programma nucleare continua imperterrito e tutti ormai sono concordi nel ritenere che non sia soltanto a fini civili. Sebbene il governo spinga per un’operazione militare, Stati uniti e Unione Europea si oppongono strenuamente a tale opzione garantendo, invece, un appoggio diplomatico a Tel Aviv. Anche esercito e agenzie di intelligence israeliane ritengono che un’azione militare potrebbe essere un gesto avventato e controproducente. Intanto, si intensificano le pressioni della comunità internazionale per un ulteriore irrigidimento delle sanzioni e degli embarghi contro Teheran, nel tentativo di frenare un intervento militare israeliano.

Infine, una menzione merita la Giordania, impegnata il prossimo 23 gennaio con delle difficili elezioni parlamentari. Amman da due anni è alle prese con una grave crisi politica ed economica che ha portato ad una forte radicalizzazione delle parti e a numerose proteste di piazza contro il sovrano hashemita Abdallah II. La paura è che le prossime elezioni, anche sull’onda lunga dei recenti fatti egiziani, possano vedere la vittoria dello IAF (Islamic Action Front – il braccio politico dei Fratelli Musulmani giordani), con il rischio, soprattutto per Israele, di trovarsi un nuove fronte caldo da dover coprire.

Rapporti Israele Palestina

Negli ultimi mesi le tensioni tra Israele e Palestina sono state molto forti a causa sia dell’ennesima guerra contro Hamas e le frange islamiste della Striscia di Gaza, sia per il voto favorevole dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite che ha portato ad un riconoscimento formale di un’entità statuale palestinese. In particolar modo, quest’ultimo episodio ha cambiato la situazione interna ad Israele radicalizzando ulteriormente il fronte religioso e di governo del duopolio Likud-Yisrael Beitenu. L’elettorato israeliano, infatti, ha subito negli anni un forte slittamento a destra, tanto che le posizioni già forti di Netanyahu nei confronti dei palestinesi potrebbero essere ritenute in un certo senso “moderate” se confrontate con quelle di Lieberman o Bennett. Infatti, dal voto alle Nazioni Unite in poi, è stato un susseguirsi di azioni dimostrative nei confronti dei palestinesi: dapprima con il blocco delle tasse, fino a terminare con l’aumento spropositato delle colonie in West Bank. Lo scorso 2 dicembre, il Ministro delle Finanze Yuval Steinitz, ha annunciato il congelamento per il mese di dicembre dei gettiti fiscali che Tel Aviv raccoglie per l’Autorità Nazionale Palestinese, secondo quanto stabilito dagli accordi di Parigi del 1994 per una cifra complessiva di 460 milioni di shekel (120 milioni di dollari). Oltre a questa misura di carattere economico l’esecutivo, la Commissione per la progettazione e l’edilizia del governo ha autorizzato a concedere il maggior numero di autorizzazioni possibili per la costruzione di 3 mila nuove case dentro insediamenti ebraici che già esistono nella parte araba di Gerusalemme e in Cisgiordania, nella cosiddetta zona E1. Secondo l’Ong israeliana Peace now, i nuovi progetti edilizi nel solo 2012 dovrebbero essere circa 6.676 unità, un aumento di costruzioni del 300%. Si tratta evidentemente di azioni di rappresaglia nei confronti della Palestina che, in vista delle elezioni del 22 gennaio, possono essere lette come un tentativo di Netanyahu di compattare maggiormente un’opinione pubblica israeliana che avrebbe preferito una maggiore intransigenza del proprio governo anche nella recente crisi di Gaza. Quanto alle opposizioni, i partiti sia di centro, sia di sinistra si sono dimostrati molto vaghe sui temi delle colonie, dei rapporti che il governo dovrebbe avere con i palestinesi e sul processo di pace. Questa radicalizzazione interna però non ha fatto altro che favorire un riavvicinamento interno alle fazioni palestinesi con Hamas e Fatah che dopo anni di gelo politico si sono gradualmente riavvicinate. Dall’ultima crisi di Gaza, soprattutto negli ultimi mesi e grazie anche alla mediazione del presidente egiziano Morsi, ci sono stati segni di un progressivo riavvicinamento tra le due parti che hanno mostrato una graduale ma significativa unità di intenti, fissando al Cairo una serie di appuntamenti nel quale discutere dell’accordo di riconciliazione palestinese, firmato nel maggio 2011 tra Fatah e Hamas,  ma da allora rimasto irrisolto.

 

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