ISPI Dossier
20 Aprile 2018
Israele-Hamas: oltre la tregua – Scenario

Scenario A: Hamas rispetta la tregua

Se Hamas ha la volontà e la capacità di far rispettare la tregua il governo israeliano potrà vantare una vittoria senza aver avuto la necessità di intervenire con le truppe di terra e potrà affermare di ave conseguito l’obiettivo – la fine del lancio di razzi contro il sud di Israele – in un’operazione rapida e con un numero relativamente basso di vittime civili. Ciò avrebbe sicuramente ripercussioni positive per la coalizione al governo, capitanata dall’alleanza Netanyahu-Lieberman, e dal ministro della difesa Ehud Barack.

Hamas può vantare la vittoria per almeno una buona ragione: ha ottenuto il riconoscimento di Israele all’apertura dei valichi con l’Egitto e può dichiarare così – esagerando solo in parte – di aver ottenuto la fine dell’assedio di Gaza. Hamas inoltre in prospettiva più lunga amplierebbe la “distanza” con il campo sciita: il peso politico dell’Iran si ridurrebbe grazie alla scelta “moderata” di Hamas di rivolgersi maggiormente all’Egitto di Morsi come referente, contribuendo a isolare ulteriormente l’Iran e i suoi alleati come Hezbollah libanese e il regime siriano di Assad.

L’Egitto ne uscirebbe invece rafforzato: un “ritorno” al ruolo di leader regionale e di protagonista nella gestione nel conflitto israelo-palestinese. Mursi ha già iniziato ad approfittare di questo importante risultato sul piano internazionale per rafforzarsi su quello interno, introducendo una Dichiarazione costituzionale che gli concede poteri ancora maggiori rispetto a quelli, già notevoli, che possiede. Il presidente egiziano, oltre al potere esecutivo e a quello legislativo, si è arrogato anche il potere di nomina dei vertici del sistema  giudiziario, licenziando il procuratore generale e nominando al suo posto un suo fedelissimo. La Dichiarazione costituzionale contiene inoltre un altro articolo che di fatto fa del presidente il “guardiano della rivoluzione”, avente il potere di prendere qualunque provvedimento necessario per “proteggere la Rivoluzione del 25 gennaio e i suoi obiettivi”. Secondo l’opposizione questa Dichiarazione consegna nelle mani di Mursi poteri da monarca assoluto, e non è improbabile un inasprirsi delle tensioni tra Fratellanza musulmana e i vari gruppi di opposizione.

Sul piano internazionale una prosecuzione della tregua sarebbe una vittoria anche per l’amministrazione americana, che ha tentato da subito di mettere sotto controllo l’escalation di violenza. Per l’amministrazione Obama, oltre che uno dei pochi successi in politica estera mediorientale degli ultimi mesi, la crisi di Gaza è stata anche un banco di prova per la collaborazione con la nuova amministrazione egiziana, che finora è stata più fruttuosa delle aspettative. Se la tregua regge è da aspettarsi un proseguimento e un ulteriore rafforzamento della collaborazione Egitto-Usa sul fronte del conflitto israelo-palestinese.

Scenario B: Hamas non rispetta la tregua

Se la tregua da parte di Hamas non dovesse essere rispettata, Israele potrebbe sfruttare l’occasione per estendere l’operazione militare di terra provando a risolvere definitivamente il problema della sicurezza con Hamas. La ripresa dei razzi sarebbe evidentemente inaccettabile per Netanyahu alla luce anche del difficile momento che vive a livello di credibilità personale: dopo aver desistito dall’attuare l’azione terrestre nonostante, le diverse istanze interne verso questa direzione – provenienti in particolare dagli abitanti della zone meridionali del paese e dall’esercito –, il premier ha concesso secondo quanto dichiarato in conferenza stampa da Netanyahu e da Barak una tregua “unilaterale”, mettendo a rischio la propria riconferma nella tornata elettorale del prossimo gennaio. Una rottura del cessate il fuoco, non di meno, ridimensionerebbe il ruolo di garante dell’Egitto e il prestigio personale del presidente Mursi poiché, pur non condividendo l’eventuale nuova operazione militare israeliana, finirebbe con l’accettare il dato di fatto. A tale riduzione del ruolo politico dell’Egitto potrebbe, di contro, coincidere una ripresa delle ambizioni regionali della Turchia e, soprattutto, del Qatar: quest’ultimo, in particolare, avrebbe l’occasione di rilanciare la propria azione diplomatica anche in virtù della propria forza economica, spostando dunque l’influenza sunnita del Golfo nel cuore del Levante arabo.

Per quanto riguarda i soggetti esterni alla regione, una ripresa degli scontri tra israeliani e palestinesi potrebbe avere come conseguenza per gli Stati Uniti o un nuovo livellamento sulle posizioni israeliane o un coinvolgimento indiretto di Washington nella vicenda delegando all’Egitto la responsabilità della soluzione politica. L’unico a guadagnarci in questo possibile scenario sarebbe Hamas che, pur nell’asimmetria del conflitto, de facto rinsalderebbe il legame con l’Iran, necessitando, evidentemente, di supporto esterno anche da Hezbollah, al momento unico attore dell’arco sciita in grado di tenere impegnato Israele sul fronte nord del paese.

 

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