ISPI Dossier
20 Aprile 2018
Casa Bianca 2012: per un pugno di voti – Scenari

La vittoria di uno o dell’altro candidato potrebbe comportare alcune importanti correzioni di linea politica interna ed estera. Tuttavia il compito primario del neo Presidente sarà, comunque, quello di rimettere in moto l’economia e sistemare i conti pubblici. Mai come in questa elezione, il mandato presidenziale dipenderà dalla composizione del Congresso. Se verrà confermata l’attuale situazione politica interna (Congresso ai repubblicani e Presidente ai democratici) è molto forte il rischio di uno stallo e di una ingovernabilità su tutti i temi socio-economici di maggiore interesse nazionale.

In politica estera, invece, i fronti aperti rimarranno le questioni relative alle Primavere Arabe, al terrorismo qaedista, alla Siria, al nucleare iraniano ed, infine, ai rapporti con Russia e Cina. Come dimostrato anche dall’ultimo dibattito televisivo, Obama e Romney hanno trovato un terreno comune nel sostenere Israele, nel rifiutare un intervento militare in Siria e nell’assicurare il rientro delle truppe dall’Afghanistan entro il 2014. Più divergenti, invece, sono risultate le loro posizioni per quanto concerne i rapporti con Cina e Russia.

Qui di seguito si individuano alcuni scenari che potrebbero caratterizzare le due presidenze.

Scenario A – la riconferma di Obama
Politica interna
Una riconferma dell’attuale inquilino della Casa Bianca, garantita da una netta maggioranza democratica al Congresso, potrebbe permettere ad Obama una maggiore libertà di azione in politica interna ed estera. Sul piano interno il Presidente potrebbe essere più aggressivo e risoluto nel portare avanti le sue battaglie su immigrazione, energia e, soprattutto, riduzione del fiscal cliff (debito pubblico) senza l’assillo di doversi preoccupare dell’opposizione repubblicana. Tutto ciò sarà possibile solo attraverso la conferma dei suoi più importanti successi ottenuti durante il primo mandato, ossia la riforma sanitaria (“Obamacare”) e la legge sulla riforma dei mercati finanziari (“Dodd-Frank”). Misure queste che potrebbero trasformare interi settori dell’economia e permettere un notevole risparmio per il contribuente Usa. Con nuove risorse, Obama potrebbe rilanciare nello specifico il suo programma economico, fatto di investimenti in istruzione, energia e sgravi fiscali per chi rilocalizza nel Paese invece di portare lavoro all’estero (es. in Cina).
Politica estera
In politica estera la linea di Obama sarà basata sulla continuità rispetto al primo mandato e improntata a un maggiore pragmatismo verso i principali temi di politica internazionale. Una riconferma potrebbe consentire al Presidente uscente di avere mano libera sui dossier più delicati di politica internazionale come il terrorismo qaedista, il programma nucleare iraniano e i rapporti con Russia e Cina. Obama potrebbe tornare ad avere un ruolo più proattivo e cercare di rilanciare il “soft power” americano, come ha cercato di fare più assiduamente con la prima fase del suo quadriennio. Con Pechino, Obama potrebbe preferire un ulteriore consolidamento dei rapporti economici e, allo stesso tempo, proseguire con un maggiore rafforzamento della presenza politica e militare nell’Asia-Pacifico. Con Mosca, invece, Obama si è dichiarato disponibile a rinegoziare il dispiegamento dello scudo missilistico, ma senza venir meno ai progetti già in atto con la NATO. Ad ogni modo, la partita tra Washington e Mosca si giocherà sul fronte mediorientale visto anche il differente approccio sui temi Iran e Siria. Infine, il dossier iraniano. Sebbene i rapporti con Teheran rimangano tesi, il duro effetto delle sanzioni e l’isolamento diplomatico dell’Iran avrebbero fatto avanzare alla Repubblica islamica una proposta di disponibilità al dialogo diretto con Washington, con Obama interlocutore unico. Il Presidente pur esplorando ogni via diplomatica non esclude, in ultima ipotesi, un intervento militare qualora il programma iraniano giunga ad un livello tale da minacciare concretamente l’alleato israeliano.
Obama potrebbe generalmente dedicare ancora più attenzione alla questione israelo-palestinese, ormai in stallo da diverso tempo, e proporre iniziative più concrete per l’Africa, anche nel tentativo di arginare la crescente forza cinese nell’Africa. Tuttavia, il sempre più probabile addio di Hillary Clinton al Dipartimento di Stato nazionale potrebbe costituire un’incognita nella linea politica da seguire da Obama nel nuovo mandato.

Scenario B – la vittoria di Romney
Politica interna
L’elezione di Romney costituirebbe sicuramente un’inversione di tendenza rispetto alla linea Obama. Tratti caratteristici del neo Presidente sarebbero una minore presenza dello stato in economia, cancellazione delle leggi “Dodd-Frank” e “Obamacare”, privatizzazione del Medicare e affidamento totale ai singoli Stati della potestà legislativa in materia sanitaria. Romney sarebbe favorevole anche al mantenimento delle riduzioni di imposta per i redditi sopra i 250mila dollari l’anno, ad una complessiva riduzione della spesa federale e a puntare all’indipendenza energetica attraverso una maggiore attività esplorativa interna dei giacimenti di petrolio e gas. Inoltre, l’ex governatore del Massachussets per favorire la sua politica interna potrebbe decidere di cambiare i vertici della Fed poiché il suo Presidente Ben Bernanke avrebbe assecondato la politica espansionistica di Obama favorendo l’indebitamento statale. Tuttavia desta qualche dubbio la strategia economica di Romney in quanto non risulta chiaro come si favorire un’occupazione per 12,5 milioni di nuovi posti di lavoro, tagliare sulle tasse per circa 8mila miliardi, dedicare una maggiore attenzione alla spesa militare senza compensare sul fronte fiscale e non aggravando il già forte debito nazionale.

Politica estera
È difficile che la vittoria di Romney possa avere come primo effetto immediato l’accantonamento completo della strategia multilaterale di Obama,  ma certamente potrebbe favorire un approccio più incline alla tradizione repubblicana e riprendere in parte la retorica della “dottrina Bush” o forse ancor più probabilmente della “dottrina Powell”. Molti consiglieri sulla politica internazionale di Romney hanno avuto esperienza nelle più recenti amministrazioni Bush. Romney molto probabilmente cercherà di rilanciare l’immagine degli Stati Uniti come “poliziotto globale” riaffermando il ruolo di leader di Washington nel mondo. Tuttavia anche una futura amministrazione repubblicana non potrà non tener conto del ridimensionamento del rapporto risorse/impegni che sta costringendo gli Stati Uniti a un ri-orientamento della propria politica estera. Un ritorno ad una “retorica” più aggressiva potrebbe comportare il definitivo affossamento del tentativo di recupero del “soft power” americano a cui ha fatto ricorso – per la verità con risultati molto relativi – l’amministrazione Obama.
Le priorità del neo Presidente risiederanno nei rapporti con Russia e Cina, identificate quali principali minacce geopolitiche, nell’appoggio incondizionato a Israele e in atteggiamento più risoluto nei confronti del nucleare iraniano. In merito alla questione cinese è improbabile che il candidato repubblicano possa dichiarare una guerra valutaria nei confronti di Pechino in virtù del fatto che quest’ultima detiene una grossa fetta del debito pubblico statunitense, mentre è più verosimile che intraprenderà una politica più protezionistica. Nei confronti di Teheran, Romney crede nell’utilizzo di un’opzione militare (anche se al momento non è ritenuta plausibile sia per via della congiuntura economica, sia per evitare ulteriori destabilizzazioni del quadro strategico mediorientale), in sanzioni più dure e nel sostegno al cosiddetto “movimento verde” di opposizione al regime degli Ayatollah. Il forte appoggio dato da Romney a Israele in campagna elettorale potrebbe creare una sorta di chain ganging, ossia la convinzione israeliana di avere un appoggio americano in caso di azione militare contro Teheran, contribuendo favorevolmente ad una decisione in tal senso da parte di Tel Aviv.
Il repubblicano ha promesso, infine, nessun taglio alla spesa nel comparto difesa, ma difficilmente questa ipotesi potrebbe essere mantenuta nell’attuale situazione economica. Romney, piuttosto, punterebbe a razionalizzare le spese e a incrementare, in particolare, le disponibilità del settore navale.

 

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