ISPI Dossier
26 Aprile 2018
Tecnocrazia e Populismo – SCENARI

Le tensioni generate dalla crisi del debito presentano un pericoloso potenziale di destabilizzazione delle democrazie europee. Dopo circa due anni di dubbi e divisioni che hanno enfatizzato la mancanza di visione politica comune e messo in risalto tutti i limiti dell’attuale costruzione europea, l’opinione pubblica nei Paesi membri mostra segni sempre più tangibili di insofferenza tanto nei riguardi degli esecutivi nazionali quanto riguardo al “progetto europeo” nel suo complesso. Gli esiti socio-politici della crisi economica saranno più chiari nei prossimi mesi, ma al momento sembrano emergere due tendenze: tecnocrazia e populismo.

Governi formati da tecnocrati sono oggi presenti nella Grecia di Papademos, nell’Italia di Monti e nella Romania di Ungureanu. I governi di questi Paesi hanno dovuto abbandonare il loro incarico a causa delle difficoltà incontrate nell’imporre ai propri cittadini stringenti misure di austerity volute, più o meno direttamente, da Bruxelles per tentare di riportare in ordine i conti pubblici e riacquistare credibilità sui mercati internazionali. L’altra faccia della medaglia della crisi è invece rappresentata dal populismo, ovvero dalla facilità per alcuni partiti politici di cavalcare il malcontento popolare a fini elettorali sia nei confronti delle istituzioni nazionali che verso quelle europee (si pensi al partito dei Veri Finlandesi, il Ppv in Olanda o, appena al di fuori dell’Eurozona, il partito Jobbik in Ungheria).

Dato questo complesso intrico tra populismo e tecnocrazie che sembra emergere in Europa, si possono individuare i seguenti due scenari.
1. Rafforzamento dei governi tecnici.

Di fronte a nuovi attacchi speculativi e rinnovati rischi di default per i Paesi più esposti, i governi tecnici ritrovano centralità in quanto ritenuti gli unici possibili per porre in essere quelle misure che altri governi non avrebbero né la forza né la volontà (pena la loro sconfitta alle successive elezioni) di realizzare. Questo scenario è più probabile in quei Paesi, come l’Italia, per i quali si presenta più un rischio legato alla liquidità che alla solvibilità. In altri termini, tali Paesi possono poggiare su un’economia relativamente solida e su risparmi privati/reddito pro capite piuttosto alti e quindi in grado di assorbire i sacrifici richiesti dai governi tecnici. Come ha ribadito recentemente il Presidente del Consiglio europeo, Herman Van Rompuy, a Pechino in occasione del vertice tra Unione Europea e Cina, in questa fase della crisi “non c’è spazio per il populismo” e sono gli esecutivi nazionali, anche quelli tecnici, a dover guidare con chiarezza i rispettivi Parlamenti e l’opinione pubblica.
2. Deriva populista.

Qualora il Paese fosse sull’orlo del default in quanto la sua solvibilità è fortemente compromessa da un quadro economico piuttosto debole e/o (come nei Paesi dell’Est) il reddito pro capite/ricchezza dei privati risultasse basso, le probabilità di derive populiste sono decisamente più alte. I cittadini infatti considererebbero inutili i sacrifici da sopportare dato che la possibilità di default non può essere esclusa, ma più verosimilmente rimandata (come nel caso greco); inoltre, molti di tali sacrifici risulterebbero insopportabili proprio a causa delle difficoltà economiche in cui versano i privati (siano essi cittadini che imprese). Ma rischi esistono anche nei più virtuosi paesi del Nord Europa (si pensi a Finlandia, Olanda o alla spaccatura della coalizione di governo in Germania sul pacchetto di aiuti alla Grecia) in quanto difetti di comunicazione da parte dei leader politici sulle conseguenze per il Paese di una propagazione della crisi possono esacerbare gli animi di chi non ritiene giusto aiutare con le proprie tasse i cittadini di altri Paesi; tanto più se questi ultimi non dimostreranno che al di là degli impegni formali assunti per il riordino dei conti pubblici non saranno in grado di assicurare la loro completa implementazione. In tal caso infatti i cittadini dei Paesi del Nord Europa avrebbero la percezione di sopportare un onere a cui non corrisponde un concreto vantaggio, né tantomeno un equivalente onere da parte dei cittadini dei Paesi aiutati.

 

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