ISPI Dossier
26 Aprile 2018
Tecnocrazia e Populismo – BACKGROUND

Tecnocrazia e Populismo

Sappiamo benissimo cosa dobbiamo fare, ma una volta fatto non sappiamo come essere rieletti
Jean-Claude Juncker (Primo ministro Lussemburgo, Presidente Eurogruppo) 2005.

Il populismo sembra trovare terreno fertile nella crisi dell’Eurozona. In Italia, Finlandia, Olanda, Ungheria e Romania i partiti populisti stanno cercando di usare a proprio vantaggio le incertezze e lo scontento che l’attuazione della politica di austerity voluta dall’Unione Europea porta con sé. L’insediamento di Governi c.d. tecnici in Grecia, Italia e Romania ha fornito un ulteriore argomento ai movimenti politici che cavalcano l’onda populista. Questi ultimi – lungi dal sottolineare come tale soluzione sia stata adottata per far fronte al momento più delicato della crisi del debito sovrano ed evitare un pericoloso vuoto di potere – condannano l’insediamento di governi non legittimati da un voto popolare come mezzo di espropriazione della sovranità popolare.

Grecia

Il rischio di bancarotta del paese ellenico è stato dichiarato per la prima volta alla fine del 2009 dal neoeletto Premier George Papandreou. Nel maggio 2010, l’approvazione da parte di Commissione Ue, Bce e Fmi (la c.d. Troika) di un pacchetto di aiuti di 110 miliardi di Euro in tre anni veniva subordinata all’adozione di misure di austerità volte a ridurre il debito pubblico attraverso significativi tagli alla spesa (che comprendevano, tra l’altro, una riduzione del 20% degli stipendi dei dipendenti pubblici). La manovra non ha tuttavia invertito la tendenza e nel corso del 2011 il tasso di disoccupazione ha raggiunto la soglia del 15,9%. Nonostante una situazione sociale divenuta esplosiva (caratterizzata dal susseguirsi di scontri di piazza e scioperi generali) lo sblocco delle diverse tranches di aiuti alla Grecia è avvenuto solo dopo l’adozione di due ulteriori manovre finanziarie (luglio e settembre 2011) che hanno comportato l’immediata messa in mobilità di circa 30.000 dipendenti pubblici, l’imposizione di una tassa sugli immobili e l’attuazione di un pacchetto di privatizzazioni. Dopo il rafforzamento dell’Efsf (approvata dal Parlamento tedesco il 30 settmbre 2011), l’Europa ha chiesto ad Atene di implementare un duro piano di salvataggio all’approvazione del quale ha peraltro condizionato il proprio apporto finanziario. Il Primo Ministro Papandreou, che arvebbe voluto sottoporre i provvedimenti richiesti a referendum popolare, è così stato costretto a dimettersi per essere sostituito da un governo di unità nazionale guidato da Lucas Papademos (novembre 2011). L’ulteriore peggioramento della crisi finanziaria nel corso dei primi mesi del 2012 ha portato all’adozione, il 12 febbraio, di nuove misure strutturali e di austerità aggiuntive (tra le quali il taglio del 22% dei salari minimi) che dovrebbero sbloccare aiuti della Troika pari a circa 130 miliardi di Euro, necessari per rimborsare i titoli pubblici in scadenza a marzo per un importo di quasi 15 miliardi di Euro. La situazione sociale è divenuta nel frattempo critica; violente proteste sono suscitate dalla proposta avanzata dalla Germania (il paese più esposto verso il debito greco) di trasferire la sovranità nazionale del governo greco sulle proprie finanze a Bruxelles. La Commissione europea si è opposta alla proposta di Berlino.

Romania

La via della politica del rigore è stata intrapresa anche dalla Romania. Già nel 2009, infatti, il FMI aveva assegnato al Governo di Bucarest un fondo anticrisi di 20 miliardi di Euro che aveva comportato dolorose riforme strutturali (colpendo soprattutto il sistema pensionistico) e consistenti tagli alla spesa nel settore pubblico (taglio del 25% dei salari). Come nel caso della Grecia, tuttavia, il prolungarsi della crisi finanziaria ha reso necessari nuovi interventi esterni di sostegno, concretizzatisi nel marzo 2011 nella firma di un accordo ancora con il FMI per la concessione di un prestito “di tipo preventivo” di circa 5 miliardi di Euro a fronte di nuovi tagli della spesa dello Stato. La difficile situazione economica è sfociata (gennaio 2012) in proteste di piazza contro il Primo Ministro Emil Boc costretto infine a dimettersi per fare spazio a un Governo tecnico dichiaratamente ispirato all’esperienza di Monti in Italia. La scelta del Presidente Traian Basescu è caduta su Mihai Rzvan Ungureanu, ex Capo dei servizi segreti e già Ministro degli Esteri tra il 2004 e il 2007. Il 9 febbraio, il nuovo Governo ha ottenuto la fiducia del Parlamento. La scelta del Presidente Basescu, se ad alcuni è apparsa coerente con l’impellente necessità di evitare di anticipare il voto (previsto per novembre prossimo) per scongiurare conseguenze ben più gravi, non ha mancato di suscitare proteste da parte di coloro che – cavalcando l’onda del malcontento popolare – lo hanno accusato di avere espropriato il popolo del diritto a eleggere i propri rappresentati e di avere favorito l’instaurazione di uno stato di polizia.

Ungheria

Esempio concreto del crescente successo di fenomeni populisti alimentati nell’ambito dell’Europa continentale dalla crisi economica, è certamente l’Ungheria. Nell’aprile 2010 – dopo una prima esperienza compresa tra il 1998 e il 2002 – è tornato al Governo Victor Orban, leader del partito conservatore Fidesz. Questi, forte di una maggioranza del 70% alle camere (con l’appoggio, tra l’altro, del partito ultranazionalista Jobbik, 16,6%, per la prima volta in Parlamento nella storia del Paese), ha varato all’inizio dell’anno una riforma in senso autoritario della costituzione magiara che ha di fatto imposto uno stretto controllo sull’attività della Corte Costituzionale, limitato la libertà di stampa, soppresso l’indipendenza della Banca centrale e compromesso l’autonomia dei poteri legislativo e giudiziario. L’ascesa del nuovo Primo Ministro è stata senza dubbio facilitata dall’esplodere della crisi economica nel 2008 che aveva messo a nudo tutte le difficoltà economiche del Paese e portato alla caduta del Governo socialista di Ferenc Guyrcsany, sostituito dal Governo tecnico di Gordon Banaj fino alle elezioni del 2010. Primo paese dell’Unione Europea a richiedere l’intervento della Troika, nell’ottobre 2008, l’Ungheria aveva ottenuto un finanziamento di 20 miliardi di Euro a fronte di considerevoli tagli alla spesa pubblica (riduzione dei sussidi all’agricoltura e al trasporto, congelamento per due anni dello stipendio dei funzionari pubblici) e di riforme strutturali (riforma dell’intero sistema pensionistico e innalzamento della soglia a sessantacinque anni). Le misure adottate hanno fatto venir meno il sistema di garanzie sociali sino a quel momento vigente e provocato il malcontento della popolazione, favorendo così la vittoria della destra conservatrice. Dopo essersi insediato, infatti, il nuovo Governo ha reso pubblici dati preoccupanti sulla situazione economica del Paese e, accusando l’esecutivo precedente di aver falsato i conti, si è trovato costretto ad ammettere che il rapporto deficit/Pil per il 2010 era del 7,5%, ben oltre la soglia del 3,8% concordata con il FMI al momento della concessione degli aiuti. Al fine di contenere il debito entro i limiti concordati, Orban, contrariamente alle indicazioni del Fmi, ha ottenuto dal Parlamento l’approvazione di una tassa straordinaria sull’intero settore finanziario (0,45% sull’attivo delle banche, ben oltre lo 0,15% imposto da Obama negli USA); la risposta del Fondo al suo rifiuto di adottare nuove misure di austerity non si è tuttavia fatta attendere e il 17 luglio è stata sospesa l’erogazione dei fondi residui. Il perdurare degli squilibri economici ha portato l’Ungheria a una situazione critica e le pressioni, tanto da parte dell’Unione Europea quanto da parte del Fmi, per l’adozione di misure specificatamente destinate alla riduzione della spesa pubblica si sono fatte sempre più insistenti. A fine gennaio, il Commissario dell’Ue agli affari economici e monetari, Olli Rehn, ha minacciato di sospendere gli impegni del fondo di coesione già previsti a partire da gennaio del 2013. Parallelamente, sono in corso i negoziati con il FMI per un piano di aiuti di circa 20/25 miliardi di Euro. L’intransigenza dei funzionari del Fondo rispetto alle misure da adottare sembra abbia suggerito maggiore mitezza all’entourage di Orban che, da ultimo, si è mostrato anch’egli disponibile ad assecondare per lo meno alcune delle richieste pervenute (modifica della controversa legge sulla Banca centrale).

Olanda

Fenomeni populistici, antieuropeisti e a tratti anche dichiaratamente xenofobi sono recentemente emersi, per la prima volta, in Olanda, vale a dire in quello che insieme al Belgio – formando il Benelux – costituisce da sempre il bastione dell’Unione Europea. Dalle elezioni del 2009, il Partito per la libertà (Pvv), gruppo di estrema destra e anti-musulmano guidato da Geert Wilders, è di fatto la seconda formazione del paese. Dato ancora più sorprendente se si considera che il movimento è nato solo sei anni fa. Come se non bastasse, si tratta di una forza in continua ascesa, su cui la coalizione di governo deve necessariamente fare affidamento per decidere in alcuni importanti settori. Circostanza questa che contribuisce a far aumentare in maniera spoporzionata il suo peso politico. Era già annunciato che il Pvv avrebbe tentato di boicottare i tagli proposti dall’UE. La presentazione in Parlamento delle conclusioni del vertice euopeo da parte del ministro delle Finanze Jan Kees de Jager ha confermato quanto si attendeva. La reazione di Gert Wilder è stata di dura condanna. Il paese sembra quindi destinato a procedere in senso contrario all’UE.

Finlandia

Analoga la situazione in quello che fino ad ora è stato il più europesta tra i paesi nordici. La decisione del vertice europeo sulla crisi del debito – che limiterebbe rigorosamente la spesa nei firmatari – ha spinto il leader dei Veri Finlandesi, Timo Soini, a chiedere al governo di centro-destra un voto di fiducia. Evento questo che non deve sorprendere, se si considera che i terzi classificati alle elezioni finlandesi dello scorso 17 aprile hanno apertamente affermato di rifarsi a una politica nazionalista, populista e di stampo anti-europeista. Contrari all’ammissione della Finlandia nella NATO ed euroscettici, si erano peraltro da subito dichiarati ostili alle politiche dirette all’esterno e agli aiuti allo sviluppo. E non si tratta di una voce isolata. Un dato particolarmente significativo, e confermato dall’ultimo risultato elettorale, è che nel parlamento finlandese avanzano solo i gruppi euroscettici, mentre gli altri perdono consensi. Nemmeno la vittoria al ballottaggio del 5 febbraio con il 63% dei voti del nuovo presidente Niinisto, europeista convinto e conservatore, primo capo di stato del partito Kokoomus dal 1956 (dopo trent’anni di egemonia socialdemocratica) sarà forse sufficiente a rafforzare la coesione del paese e frenare l’avanzata del populismo. Ma è certamente un tiepido segnale di speranza per l’UE.

Democracy Index

La mappa globale secondo il Democracy Index dell'Economist Intelligence Unit

Qui di seguito i 27 paesi membri dell’Unione Europea per sistema di governo, la posizione in classifica nel Democracy Index 2011 elaborato dall’Economist Intelligence Unit, e le prossime elezioni in calendario.  In evidenza i governi tecnici attualmente al potere.

Austria – Repubblica Parlamentare Federale – Democracy index 13° – Legislative Settembre 2012

Belgio – Monarchia Parlamentare  – Democracy Index 23° – Parlamentari 2014

Bulgaria – Repubblica Parlamentare – Democracy Index 52° – Parlamentari 2013

Cipro – Repubblica Presidenziale – Democracy Index 40° – Presidenziali Febbraio 2013

Danimarca – Monarchia Costituzionale – Democracy Index 3° – Parlamentari settembre 2015

Estonia –Repubblica Parlamentare – Democracy Index 34° – Parlamentari marzo 2015

Finlandia – Repubblica Parlamentare – Democracy Index 9° – Presidenziali avvenute il 5 febbraio 2012

Francia – Repubblica Presidenziale – Democracy Index 29° – Presidenziali aprile-maggio 2012; legislative giugno 2012

Germania – Repubblica Federale – Democracy Index 14° – Parlamentari 2013

Grecia – Governo tecnico – Democracy Index 32° – Parlamentari 6 maggio 2012

Irlanda – Repubblica Parlamentare – Democracy Index 12° – Parlamentari 2016

Italia – Governo tecnico – Democracy Index 31° – Parlamentari aprile 2013

Lettonia. Repubblica Parlamentare – Democracy Index 48° – Parlamentari 2015

Lituania: Repubblica Parlamentare – Democracy Index 41° – Parlamentari ottobre 2012

Lussemburgo: Monarchia Parlamentare – Democracy Index 11°- Parlamentari 2014

Malta: Repubblica Parlamentare – Democracy Index 15° – Parlamentari marzo 2013

Paesi Bassi: Monarchia – Democracy Index 10° – Parlamentari maggio 2015

Polonia: Repubblica Parlamentare – Democracy Index 45° – Presidenziali 2015

Portogallo: Repubblica Parlamentare – Democracy Index 27° – Parlamentari 2015

Regno Unito: Monarchia Parlamentare – Democracy Index 18° – Parlamentari giugno 2015

Repubblica Ceca: Repubblica Parlamentare – Democracy Index 16° – Legislative ottobre 2012

Romania: Governo tecnico – Democracy Index 59° – Parlamentari novembre 2012

Slovacchia: Repubblica Parlamentare -  Democracy Index 38° – Parlamentari 10 marzo 2012

Slovenia. Repubblica Parlamentare -  Democracy Index 30° – Presidenziali 8 ottobre 2012

Spagna: Monarchia Parlamentare – Democracy Index 25° – Parlamentari 2015

Svezia: Monarchia Costituzionale -  Democracy Index 4° – Parlamentari settembre 2014

Ungheria: Repubblica Parlamentare – Democracy Index 49° – Parlamentari aprile 2014

 

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