ISPI Dossier
26 Aprile 2018
Autunno caldo per la Primavera araba – SCENARI

Gli scenari per l’area MENA dopo la primavera araba rimangono molto incerti. Per diverse ragioni, comprensive della reale novità che la rivolta araba ha rappresentato per larga parte della popolazione con la chiara emersione di richieste di cambiamento, ma anche delle difficoltà dovute alla complessa fase di transizione e allo scontro/confronto con le forze di contro-rivoluzione,  possono essere esclusi a priori due estremi: una rapida evoluzione democratica dei paesi dell’area da una parte, e un semplice ritorno alla situazione pre-rivolte dall’altra.

All’interno di questo spettro di possibilità sono però individuabili una varietà di scenari determinati dalla molteplicità di fattori endogeni alle società e ai paesi in questione e di fattori esogeni, indotti dal ruolo delle potenze esterne e dai tempi d’evoluzione delle varie “crisi” ancora aperte.

A grandi linee si possono tracciare due scenari in una prospettiva di medio periodo.

Scenario A: Riforme pro-democratiche e maggiore isolamento dei regimi autoritari

Lo scenario più probabile è che alcuni paesi dell’area riescano a evolversi in senso meno autoritario e che importanti elementi di rappresentanza e democrazia possano venire introdotti in diversi regimi. Potrebbe essere un processo lungo e irto di difficoltà, in alcune fasi potrebbe riproporsi la protesta su larga scala che abbiamo visto in questi mesi e potrebbero crearsi diversi equilibri a seconda delle caratteristiche tipiche del paese. A breve termine questa trasformazione potrebbe comportare rilevanti fasi di instabilità con conseguenze difficilmente prevedibili. In particolare andranno osservati i due paesi cha hanno avuto un ruolo “pionieristico” nella primavera araba: la Tunisia e l’Egitto. Seppure attraverso strade diverse entrambi i paesi hanno aperto al multipartitismo e hanno indetto future competizioni elettorali. Negli ultimi mesi sono sorte molte formazioni politiche nuove, mentre altre che vivevano in clandestinità o in regime di tolleranza, ma senza alcun diritto, potrebbero avere in futuro importanti ruoli di governo. In particolare i partiti di tradizione islamica, come i Fratelli Musulmani in Egitto (costituitisi nel partito Libertà e Giustizia) sembrano essere partecipativi alla fase di transizione e pronti ad accettare una competizione elettorale in maniera pacifica. Inoltre, la partecipazione politica di gruppi islamisti moderati sarà funzionale nel contenere le frange estremiste. Per quanto divisi e disorganizzati, i gruppi rivoluzionari laici, sia liberali sia di sinistra, godono dell’appoggio degli intellettuali e di una buona parte della classe media urbana, e la persistenza delle mobilitazioni di piazza (comprese quelle boicottate dagli islamisti) sottolinea la loro capacità di mobilitazione popolare. Con il passare del tempo, l’apertura dello spazio politico venutasi a creare con l’esilio di Ben Ali e Mubarak permetterà a questi gruppi di tradurre queste loro capacità in termini elettorali. E’ quindi probabile che l’influenza politica dei gruppi laici aumenti progressivamente. In questa visione “idealista” che si contrappone a una più realista, nonostante le difficoltà che inevitabilmente si prospetteranno, l’espansione democratica nell’area pare più di un’ipotesi teorica.

Il panorama politico che emergerà alle prossime elezioni sarà disomogeneo e frazionato, e difficilmente una singola forza, nemmeno gli islamisti, potranno emergere come partito di maggioranza. Se da una parte questo renderà il processo di ratifica costituzionale lento e frustrante, dall’altra costringerà le forze in campo a scendere a compromessi, producendo un testo costituzionale rappresentativo delle varie realtà politiche e sociali piuttosto che di una singola cultura politica, rendendo il processo di transizione più inclusivo.

I paesi ricchi di petrolio, specialmente le monarchie del Golfo, si limiteranno ad aumentare la spesa pubblica e le politiche ridistributive, ma i paesi della regione che non dispongono di sufficienti risorse economiche per sussidiare la stabilità sociale avranno poche alternative alla concessione di maggiore rappresentanza o alla repressione. I paesi più moderati, come il Marocco, che ha già inaugurato una nuova costituzione, si vedranno costretti probabilmente a fare ulteriori concessioni sul piano politico. Le riforme si limiteranno a concessioni minime senza capovolgere l’attuale ordine politico, ma potrebbero essere sufficienti per stabilire fori di discussione politica e canali di espressione popolare.

Scenario B: Riforme modeste e più instabilità internazionale

A far propendere per un’ipotesi più pessimistica ci sono tuttavia numerosi altri fattori. Se guardiamo alle dinamiche interne i gruppi più organizzati nelle società arabe sono tendenzialmente le forze armate e le agenzie di sicurezza da una parte e gli islamisti dall’altra. I partiti laici liberali (ove esistono) sono deboli e divisi, e hanno poche speranze di prevalere alle urne nel prossimo futuro (in Tunisia e Egitto per esempio). L’azione pro-democratica di Facebook e Twitter non sarebbe sufficiente all’instaurazione di regimi democratici. In realtà la “transizione democratica” in Egitto rimarrebbe vincolata al ruolo dell’esercito, che ne detterebbe tempi e le imporrebbe vincoli. In quanto istituzione cardine del regime uscente, i militari condividono molti degli interessi (anche economici) dei network clientelari su cui erano fondati i regimi autoritari. La loro posizione dominante può permettergli di influenzare il processo di scrittura della nuova costituzione, garantendosi ampie prerogative e il sostanziale dominio indiretto del futuro sistema politico dietro la facciata di un governo civile. La continuazione di disordini, manifestazioni di piazza, scioperi e scontri settari, offre alle forze reazionarie l’opportunità di imporre restrizioni delle libertà politiche e civili in nome della stabilità e del mantenimento della pace sociale. Individui vicini ai deposti e dittatori continuano a controllare posti chiave nelle istituzioni statali, finanziarie e dell’economia, da cui possono ostacolare il processo di democratizzazione. Sia in Tunisia che in Egitto il sistema partitico del dopo rivoluzione si prospetta frazionato e caotico. Difficilmente sarà capace di gestire le difficoltà economiche, alimentando la frustrazione della popolazione e soffocando il supporto per sistema un democratico paralizzato e inefficiente, lasciando mano libera a forze decisioniste, in grado di garantire ordine e chiarezza in cambio delle libertà politica.

Per quanto il futuro politico di Siria e Yemen rimanga incerto, la brutalità con cui i regimi hanno risposto alle proteste è bastata per eliminare qualsiasi possibilità di una transizione mediata. In Siria la violenza ha seriamente esacerbato le tensioni etniche, mentre lo stato yemenita è sull’orlo del disfacimento. In entrambi i casi la priorità assoluta per qualsiasi autorità politica si verrà a definire sarà il mantenimento dell’ordine e prevenire il conflitto civile aperto. Cosa che invece sta già avvenendo in Libia, senza che si possa intravedere con chiarezza una fine della crisi. Chi preverrà qui, comunque, potrebbe, nel rapporto con la gestione del potere, non discordarsi troppo dal ruolo paternalistico precedente: lo stato distribuisce rendita in cambio dell’acquiescenza dei cittadini alla gestione del potere.

Vista in un contesto più ampio, la primavera araba – in ottica realista – sarebbe una conseguenza della riduzione del peso politico americano nell’area alla quale corrisponderebbe una crescita dell’instabilità. Gli USA devono essere parsimoniosi nell’uso delle proprie forze (con la ricerca del disimpegno da Iraq, Afghanistan e il mancato pieno coinvolgimento in Libia). L’atteggiamento tenuto durante la primavera araba ha allargato il divario tra Stati Uniti e Arabia Saudita. I leader sauditi non hanno apprezzato l’abbandono del regime egiziano dopo tre decadi di cooperazione. Gli americani, da parte loro, erano contrari alla decisione saudita di intervenire militarmente in Bahrein. Tuttavia, è probabile che la politica estera saudita diventi progressivamente più indipendente e meno coordinata agli interessi americani, soprattutto se gli sforzi internazionali per fermare il programma nucleare iraniano non dovessero arrivare a nulla. Inoltre, i Sauditi hanno dimostrato di essere determinati ad influenzare il progresso della primavera araba ovunque possibile. Oltre ad aver partecipato alla repressione in Bahrein, i sauditi sono generosi finanziatori di gruppi islamisti reazionari in tutta la regione, di cui intendono rafforzare l’influenza per deragliare il processo democratico.

Come scritto da Richard Haas, per quanto riguarda l’Iran, gli eventi recenti hanno portato vantaggi e svantaggi. Il rincaro del prezzo del petrolio, la caduta dell’anti-iraniano Mubarak, e l’avvicinarsi della riduzione della presenza americana in Iraq e Afghanistan hanno rafforzato la posizione iraniana. Questi vantaggi sono compensati dalla debolezza del suo stretto alleato siriano, e dalle rivalità interne alla repubblica islamica. Ma le conseguenze hanno ripercussioni ancora più ampie. Le relazioni tra israeliani e palestinesi sono sempre più tese. Gli israeliani sono più determinati che mai a non fare concessioni, preoccupati dal caos che li circonda, mentre la neonata opinione pubblica araba rende più difficile la via del compromesso per i governi arabi. Per quanto i gruppi terroristici non abbiano avuto nulla a che fare con le rivolte, possono guadagnare dall’indebolimento dei regimi che li hanno storicamente tenuti a bada. Le prime avvisaglie di questo processo si sono verificate in Yemen, e potrebbe essere solo una questione di tempo prima che si verifichino in Libia.

 

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