ISPI Dossier
20 Aprile 2018
Sarkozy: alla ricerca della Grandeur perduta – Background

Francia, politica estera, l’interesse per l’Africa e il Mediterraneo

Negli ultimi anni la politica estera della Francia ha rilanciato le relazioni transatlantiche riequilibrando una situazione precedente di più marcato europeismo. Gli interessi francesi nel mondo si muovono dunque su quattro direttrici: Europa, legami transatlantici, Mediterraneo, Africa e Medio Oriente. Gli stretti rapporti con il continente africano e alcuni paesi della sponda sud del Mar Mediterraneo caratterizzano gli interessi economici e strategici francesi, sia commerciali sia militari. Parigi infatti intende tuttora mantenere viva la propria influenza sui territori che furono colonie di Francia.

Il passato coloniale ha generato un rapporto privilegiato tra la Francia e le antiche aree di dominazione che oggi consente a Parigi di giocare un ruolo importante nelle strategie e nelle politiche regionali del Nord Africa, del centro Africa e del Medio Oriente. A dimostrazione dell’importante necessità di mantenere la propria influenza sull’area mediterranea c’è il tentativo del presidente Nicolas Sarkozy di lanciare l’Unione Per il Mediterraneo (UPM; 2008), un organismo internazionale che riunisce sotto lo stesso ‘ombrello’ i paesi Ue, quelli del Nord Africa e balcanici bagnati dal Mediterraneo (43 membri in tutto). L’intenzione francese è di collaborare per rendere l’area stabile e profittevole per gli attori che la popolano. Fin dall’inizio però le difficoltà sono state notevoli. Il cancelliere Angela Merkel, per esempio, ha visto nell’organizzazione un potenziale concorrente dell’Unione europea con il rischio, almeno teorico, di sbilanciare i rapporti interni tra i 27 membri dell’Unione. Sarkozy ne è stato presidente insieme al suo omologo egiziano Hosni Mubarak, ora deposto in conseguenza alle rivolte popolari scoppiate nel paese nel gennaio 2011. Il processo ha subito diverse battute d’arresto, tant’è che il secondo summit del giugno 2010 a Barcellona (sede istituzionale) non ha avuto luogo e una volta rinviato a novembre è saltato di nuovo. Inoltre, i rivolgimenti politici che hanno interessato il Maghreb e il Mashrek mettono ulteriormente a rischio il successo del progetto fortemente voluto dal presidente francese. Sarkozy, inoltre, aveva invitato la Libia di Muammar Gheddafi nell’organizzazione, ma senza successo. Il rifiuto del colonnello libico è dovuto al rischio di indebolimento dell’Unione Africana.

L’interesse per l’Africa e le ex colonie

La Francia mantiene uno stretto legame politico, militare ed economico con le ex colonie africane. Il termine “Francafrique” lo testimonia. Si tengono infatti incontri regolari e continui tra i capi di stato di turno francesi e i loro omologhi africani al summit Francia-Africa dove si tratta politica ed economia. Il dispiegamento di forze militari in Africa (vedi in basso) è indice dell’interesse politico francese nel mantenere un forte legame e anche, in alcuni casi, come la Costa d’Avorio, di far valere la propria posizione sulle scelte diplomatiche di quei paesi. A fare da collante a questi rapporti ci sono rilevanti interessi economici. In Africa sono presenti alcune delle maggiori multinazionali francesi, interessate soprattutto al settore energetico, allo sfruttamento delle materie prime, ai trasporti e alle telecomunicazioni. La politica economica francese degli investimenti diretti all’estero (IDE) ha rinnovato il proprio interesse per il continente africano: nel 2009 sono aumentati in maniera consistente i flussi d’investimento superando i 60 miliardi di dollari. Il legame è ancora più palese, e non solo per il forte valore simbolico, quando si guarda alla cosiddetta “zona franco”, cioè 14 ex colonie che usano come moneta il franco Cfa (Communauté Financière Africaine), valuta oggi ancorata all’euro ma originariamente al franco francese.

La politica estera di Nicolas Sarkozy

Operazione Liocorno, paradigma di intervento militare unilaterale francese

Il nome in codice “operazione Liocorno” si riferisce all’intervento militare francese in Costa d’Avorio, una ex colonia della “Francafrique”. Il dispiegamento di forze è iniziato nel settembre 2002, in coincidenza con l’inizio della guerra civile nel paese, in ottemperanza all’accordo bilaterale tra Francia e Costa d’Avorio siglato nel 1961 e in autonomia dalle Nazioni Unite. L’operazione è sotto l’egida delle Nazioni Unite dal 2004 ed è stata rinominata Unoci (acronimo che sta per missione Onu in Costa d’avorio). Da quel momento il compito dei francesi è stato quello di fornire appoggio militare alle operazioni. Quello stesso anno il contingente francese di stanza nella località di Bouké è stato attaccato dalle forze aree del governo ivoriano. Dopo l’immediato contrattacco il presidente francese Jacques Chirac ha anche ordinato la distruzione della flotta ivoriana per prevenire attacchi futuri.

Nel marzo 2011 scoppia una seconda guerra civile, generata dal risultato delle elezioni presidenziali del 2010, che hanno consegnato il mandato nelle mani del candidato Alassane Ouattara sfidante di Laurent Gbagbo, presidente fin dal 2000. Il paese è diviso in due fazioni. Da una parte i sostenitori del presidente uscente. Dall’altra, quelli di Ouattara. La Francia, a livello diplomatico, in seguito ai risultati elettorali, ha sostenuto la presidenza Ouattara. Per sedare il conflitto e gli scontri tra civili, i militari francesi sono intervenuti direttamente permettendo il successo dell’arresto di Gbagbo, peraltro mentre le forze aeree di Parigi erano impegnate nella guerra di Libia. La Francia per la prima volta si trova così coinvolta in tre conflitti contemporaneamente: Afghanistan, Libia, Costa d’Avorio.

Strategia militare e Difesa

La strategia militare francese è basata sul concetto di indipendenza nazionale, autosufficienza bellica e deterrenza nucleare. Parigi possiede infatti 300 testate atomiche e seppure non abbia sottoscritto il Trattato sulla messa al bando totale degli esperimenti nucleari lo ha ratificato nel 1996, quattro anni dopo aver ratificato anche quello sulla non proliferazione nucleare.

Sono 352.771 i militari in servizio, cui si aggiungono 70.300 riservisti. La maggior parte sono impiegati come forze di terra (134.000) seguono aviazione (57.600), marina (44.000) e altri settori (117.000).

La Francia spende il 2,4 per cento del proprio PIL in spesa militare. Vende armamenti per 14,02 miliardi complessivi (2002-09) a partner come Emirati Arabi Uniti, Singapore, Arabia Saudita e Grecia. Importa invece armi per 474 milioni di dollari da Usa, Austria, Italia.

I nuovi accordi militari con la Gran Bretagna, un altro Saint Malo?

Il 2 novembre 2010 il premier inglese David Cameron e il presidente francese Nicolas Sarkozy hanno stretto un accordo che consente alle rispettive forze armate di condividere uomini e mezzi.

“Oggi abbiamo deciso di intensificare la nostra cooperazione. Vogliamo consentire alle nostre forze [armate] di operare insieme per massimizzare le nostre capacità e ottenere maggiori ritorni dalle spese nel settore della Difesa. Abbiamo programmato di aumentare l’ampiezza e la capacità dei nostri programmi difensivi e spingere per più stretta cooperazione industriale”, si legge nel documento finale franco-britannico.

Un trattato di collaborazione in materia di difesa che può essere visto come un’ulteriore rafforzamento dell’intesa militare bilaterale oppure come un nuovo slancio verso la costituzione di un vero e proprio esercito europeo. E cioè la stessa ambizione che aveva spinto i due paesi a sottoscrivere la Dichiarazione di Saint Malo del 1998 con la quale Londra e Parigi esprimevano la necessità, in chiave europea, di integrare e far lavorare in maniera congiunta gli eserciti nazionali per consentire all’Ue una proiezione militare solida sugli scenari internazionali.

L’accordo di novembre è arrivato però in un momento economicamente complicato per entrambi i paesi che si sono trovati costretti, per via della crisi fiscale nazionale, a tagliare i rispettivi budget per la Difesa. L’intesa va letta infatti in chiave strategica per quanto riguarda l’influenza delle due nazioni nei confronti di alleati, nemici e istituzioni internazionali.

Francia e Gran Bretagna insieme rappresentano il 43 per cento della spesa militare dei paesi europei sotto la NATO che spendono nel complesso 188 miliardi all’anno per la Difesa; 61 per cento con l’aggiunta della Germania. Peraltro in un contesto di spesa eccessiva, sprechi ed inefficienza dovuta alla necessità di sostentamento dell’intero apparato senza un razionalizzazione delle basi e dei quartieri generali e l’assenza di una vera e propria catena di comando.

 

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