ISPI Dossier
26 Aprile 2018
2010 – Stati Uniti

Poche vicende della storia possono  paragonarsi a quella di Barack Obama: un personaggio politico relativamente poco conosciuto nella sua stessa patria diventa, nell’arco di meno di un anno, l’uomo più potente del pianeta e viene salutato in ogni parte del mondo come l’ispiratore di una nuova stagione di giustizia nel suo paese e di collaborazione e pace tra i popoli. Di fronte a tali aspettative, era inevitabile che il primo anno di presidenza suscitasse anche delle delusioni e che queste si riflettano inevitabilmente sul secondo.

Sul piano interno la sua azione si è misurata finora soprattutto su tre parametri: il modo in cui ha affrontato la crisi economica, l’avvio di un processo di trasformazione della produzione verso fonti di energie alternative e la riforma sanitaria. Sul primo punto, l’intervento dell’amministrazione è stato forte nel sostegno a grandi imprese e banche in difficoltà, timido (a dir poco) quanto a regole per il futuro, Se Obama vuole continuare a guardare lontano non potrà trascurare a lungo questo punto. Quanto alla disoccupazione, essa ha raggiunto il 10%, ed è soprattutto  nell’anno che inizia che farà sentire il suo peso nella vita delle famiglie. Sulle energie alternative, Obama ha mantenuto la rotta, ma è solo nella fase di avvio di un lungo processo. La riforma sanitaria, invece, può considerarsi acquisita, seppur con sacrifici rispetto alle impostazioni iniziali: l’assistenza statale si estenderà ad ampie fasce sinora escluse anche se a condizioni diseguali e a costi più alti del previsto. Si tratta comunque di un traguardo storico e rappresenta il più prezioso capitale politico con cui il Presidente affronta l’anno nuovo.

La capacità di risolvere i problemi di ordine interno sta anzitutto nella volontà di chi comanda e nella compattezza di chi lo sostiene. Non così nei problemi internazionali, dove la volontà di un solo attore serve a mostrare la linea ma non basta  a raggiungere il risultato.

L’impostazione multilaterale della politica estera di Obama ha evidentemente carattere irreversibile. Tale è stata anche sul problema dell’Afghanistan, dove da tempo ci si aspettava che l’America dicesse una parola decisiva. Obama ha preferito invece attendere a lungo. Prima di esprimersi in pubblico, ha consultato gli alleati sulla loro disponibilità a rafforzare i rispettivi contingenti. E quando ha definito la linea strategica, lo ha fatto con rispetto e attenzione per le posizioni altrui, richiamandosi ad esigenze di carattere morale più che ad interessi contingenti. La sua posizione sulla “guerra necessaria”, argomentata a Stoccolma con il Nobel, sembra comunque essere stata accettata, forse anche più del previsto.

Le sfide sul piano internazionale non gli mancheranno. Obama deve anzitutto decidere se proseguire la politica della mano tesa verso l’Iran, che pure non ha sinora dato frutti. La situazione interna di quel paese glie ne dà l’occasione: è ovvio che l’estendersi della protesta interna, soprattutto giovanile, è legata in parte a un’immagine non conflittuale dell’America. La miglior politica verso l’Iran è forse oggi proprio una assenza di politica, assieme  ai contatti con quel mondo islamico moderato che guarda all’Iran con diffidenza.

Comprendere i problemi  e le esigenze altrui, evitare i contrasti e prendere la via mediana sembra, d’altronde, una posizione congeniale ad Obama. E’ ciò che ha fatto con la Russia, quando ha rinunciato al sistema antimissile europeo senza visibili contropartite; è ciò che ha fatto con la Cina, quando ha preferito non vedere il Dalai Lama o quando si è astenuto dal forzare la mano sul clima; è ciò che ha fatto con il conflitto israeliano, rinunciando sinora a pressioni dirette sulle parti in causa. Il rischio, evidentemente, è per Obama quello di passare dall’immagine di un grande leader che traccia il nuovo corso del mondo a quello di un leader ricco di eccellenti propositi – come portare la pace in Oriente, salvare il clima, negoziare il disarmo nucleare – ma che poi non ha la forza di imporre la sua visione. Un leader ricco di splendide carote ma incapace di mostrare, e ancor più di usare, all’occorrenza il bastone.

Saranno le elezioni di mezzo termine, con il rinnovo dei 465 membri della Camera dei Rappresentanti e di 36 dei 100 senatori, a dire se la grande visione di Obama può ancora essere realizzata. E’ una visione, la sua, che richiede  coerenza e determinazione all’esterno e, ancor più, maggioranze sicure all’interno. Se il modesto declino di popolarità segnalato recentemente dai sondaggi dovesse tradursi il 2 novembre del 2010 in un analogo declino di voti, il sogno nato con Obama potrebbe svanire con lui. Non è un sogno, quello, che si realizza con il piccolo cabotaggio.

Boris Biancheri

 

3 commenti »

  1. Il Suo corsivo ha affrontato i 3 punti fondamentali per delineare Obama nel Suo primo anno non facile, vista la situzione internazionale. Ha centrato per ora un solo bersaglio, e dovrà adoperarsi per gli altri due, ma è sorto di nuovo il problema della sicurezza, che sembra sia stato affrontato all’interno della burocrazia governativa in modo superficiale, ma mi chiedo se non ci sia dell’altro derivato dal contrasto con i conservatori.
    vittoria buttiglione

  2. Sono d’accordo con Lei che il sogno potrebbe finire presto…
    Secondo me gli USA e tutto il mondo occidentale avrebbero bisogno di fatti più che di buoni propositi,solo che fino alle elezioni di medio-termine non si possono attuare perchè altrimenti perderebbe ulteriori consensi… però auspico che se così non fosse,l’Unione Europea nel suo complesso prenda la palla al balzo e si rilanci nella politica internazionale provando a dettare una linea più chiara e decisa …..

    -Davide-

  3. [...] Stati Uniti [...]

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