ISPI Dossier
26 Aprile 2018
L’Euro si salverà. E l’Italia? – Background

Le tappe dell’unione monetaria

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Salvare l’Euro e l’Europa dalla crisi del debito

La crisi del debito ha reso evidenti le debolezze della costruzione dell’Euro e spinto al rafforzamento della governance economica europea attraverso tre tipi di interventi: rafforzare il monitoraggio, l’esecuzione e l’apparato sanzionatorio del Patto di stabilità e crescita; vigilare (ed eventualmente sanzionare) comportamenti degli stati membri non coerenti con il quadro di convergenza economica dell’Eurozona; istituire uno stabile meccanismo di salvataggio per i paesi in difficoltà

Nell’ottobre 2010 il Consiglio europeo ha cominciato a muoversi in questa direzione a partire dalle istanze presentate da Herman Van Rompuy, presidente del Consiglio Ue, per rafforzare la sorveglianza macroeconomica. Una proposta che include due passaggi per incrementare la vigilanza. Il primo è costituito da una serie di statistiche e rilevamenti che intendono monitorare i punti di debolezza e gli squilibri macroeconomici. Il secondo passaggio vuole rafforzare questa routine. In concreto: la Commissione europea si riserva la possibilità di lanciare “early warning”, allarmi preventivi, sullo stato di salute dei paesi membri che, in caso di “gravi squilibri”, potrebbero essere soggetti al giudizio del Consiglio; le raccomandazioni della Commissione possono cadere solo nel caso in cui la maggioranza dei paesi membri del Consiglio esprimessero parere contrario; la Commissione deve anche vigilare sull’implementazione delle politiche segnalate, in caso di un intervento deficitario da parte del paese membro soggetto della segnalazione saranno applicate sanzioni.

In Europa, inoltre, la volontà dei politici è quella di evitare il fallimento degli stati periferici con un alto debito anche tramite meccanismi di salvataggio non momentanei ma bensì permanenti attraverso – ma non solo – il supporto di organizzazioni economiche sovranazionali come il Fondo monetario internazionale (Fmi). Con il fondo europeo cosiddetto “salva stati”, l’European financial stability facility (Efsf) costituito a maggio 2010, che dispone nel complesso di 750 miliardi di euro, 440 dei quali da parte dei paesi membri, 60 da bilancio Ue, e 250 dal Fmi, l’Europa ha creato un primo impianto economico in grado di garantire che i paesi in difficoltà possano trovare risorse sufficienti e disponibili per tamponare le emergenze fiscali e bancarie, com’è stato nel caso dell’Irlanda, le cui banche nazionali sono state supportate da questo strumento con 85 miliardi di euro. La necessità di avere un meccanismo di salvataggio perpetuo e funzionante ha portato alla costituzione dell’European stability Mechanism (Esm) che secondo i piani di Bruxelles dovrà sostituire l’Efsf alla sua scadenza naturale nel 2013. I ministri finanziari dei 17 paesi dell’Eurozona sono giunti a un accordo di massima per ampliare le disponibilità finanziarie effettive dell’Esm. Le modalità concrete con cui il tale aumento avreà luogo verranno finalizzate entro giugno 2011.

Leggi la cronologia della crisi del debito dall’inzio del 2011

Il Patto di Stabilità e Crescita, oggi.

La crisi ha portato a una proposta di riforma da parte della Commissione europea comprendente la revisione del Patto di Stabilità e Crescita, oltre che strumenti per l’individuazione tempestiva e la correzione di dinamiche nazionali divergenti. L’obiettivo dichiarato è quello di un maggiore coordinamento fra esigenze di bilancio, controllo degli squilibri macroeconomici e delle potenzialità d’innovazione e crescita allo scopo di conciliare la necessità di una politica fiscale sostenibile con gli obiettivi a lungo termine contenuti nella strategia Europa 2020. Per tale ragione gli Stati membri sono chiamati a presentare congiuntamente nell’ultimo trimestre dell’anno il Programma di Riforma Razionalizzata, previsto dalla strategia Europa 2020, e il Programma Annuale di Stabilità e Convergenza, previsto dal Patto di Stabilità. Il risultato sarà la creazione del Semestre europeo nel quale tali documenti consuntivi e programmatici (seppur mantenuti distinti) verranno congiuntamente analizzati e attraverso i quali la Commissione potrà valutare la presenza di eventuali squilibri. Ciò sarà corredato da un set di indicatori inseriti all’interno di un “scoreboard”, sulla base dei quali la Commissione potrà mettere lo Stato membro sotto inchiesta attivando una Excessive Imbalance Procedure (EIP), fino alla possibile imposizione di sanzioni pari allo 0,1% del PIL. All’interno di questo quadro si inserisce la proposta di riforma del PSC in senso stretto ossia la modifica dei criteri di convergenza e degli strumenti di sorveglianza, prevenzione e correzione.

La crisi, stimolando un’analisi approfondita della governance europea, ha portato a una proposta di

riforma da parte della Commissione europea comprendente la revisione del Patto di Stabilità e

Crescita, oltre che strumenti per l’individuazione tempestiva e la correzione di dinamiche nazionali

divergenti. L’obiettivo dichiarato è quello di un maggiore coordinamento fra esigenze di bilancio,

controllo degli squilibri macroeconomici e delle potenzialità d’innovazione e crescita allo scopo di

conciliare la necessità di una politica fiscale sostenibile con gli obiettivi a lungo termine contenuti

nella strategia Europa 2020. Per tale ragione gli Stati membri sono chiamati a presentare

congiuntamente nell’ultimo trimestre dell’anno il Programma di Riforma Razionalizzata, previsto

dalla strategia Europa 2020, e il Programma Annuale di Stabilità e Convergenza, previsto dal Patto

di Stabilità. Il risultato sarà la creazione del Semestre europeo nel quale tali documenti consuntivi e

programmatici (seppur mantenuti distinti) verranno congiuntamente analizzati e attraverso i quali la

Commissione potrà valutare la presenza di eventuali squilibri. Ciò sarà corredato da un set di

indicatori inseriti all’interno di un “scoreboard”, sulla base dei quali la Commissione potrà mettere

lo Stato membro sotto inchiesta attivando una Excessive Imbalance Procedure (EIP), fino alla

possibile imposizione di sanzioni pari allo 0,1% del PIL.

All’interno di questo quadro si inserisce la proposta di riforma del PSC in senso stretto ossia la

modifica dei criteri di convergenza e degli strumenti di sorveglianza, prevenzione e correzione.

Il nuovo Patto, così come formulato nella proposta della Commissione, prevede che:

gli stati dell’Eurozona procedano all’abbattimento del debito pubblico eccedente la soglia del

60% del PIL al ritmo di un ventesimo l’anno, allo scopo di evitare la creazione di un deposito

pari allo 0,2% del PIL;

gli Obiettivi a Medio Termine siano resi operativi. Ciò in pratica significa porre un freno

all’espansione della spesa pubblica e utilizzare eventuali proventi imprevisti e straordinari per

la riduzione del debito;

le sanzioni relative allo sforamento dei criteri per debito e deficit siano di fatto automatiche: la

decisione spetterà alla Commissione. Il Consiglio potrà contrastare la decisione della

Commissione con un voto contrario preso a maggioranza (“reverse voting”). Lo stesso

meccanismo è previsto per la EIP.

La Germania, fautrice di una politica fiscale restrittiva, così come lo fu di una politica monetaria

altrettanto restrittiva e focalizzata sulla prevenzione dell’inflazione, sostiene la linea della severità.

La locomotiva europea, forte com’è di un avanzo delle partite correnti e della necessità di far

riacquistare credibilità al Patto di Stabilità propone che:

il Patto di Stabilità e Crescita venga approvato mantenendo i riferimenti legislativi del 3% del

PIL per il deficit e del 60% del PIL per il debito (rendendo anche questo secondo un limite

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operativo). Un principio ancora più stringente è contenuto nella Costituzione tedesca che

prevede che il deficit del paese non sfori il tetto massimo del 0,35% del PIL a partire dal 2015;

i paesi che non rispettino il Patto di Stabilità siano privati temporaneamente del diritto di voto

in seno al Consiglio. Ciò richiederebbe una modifica dei trattati con la conseguente ratifica di

tutti gli Stati membri;

non vengano previste sanzioni per i paesi con una bilancia delle partite correnti positiva;

venga istituito un meccanismo di gestione del default che non fomenti i problemi legati al

moral hazard”. Decisione questa quanto mai importante alla luce del “no-bail out-principle”

stabilito dai Trattati (inoltre lo European Financial Stability Facility ha natura temporanea e

potrà operare solo fino al 2013).

L’incontro Merkel-Sarkozy dello scorso ottobre ha di fatti messo in evidenza il relativo

automatismo delle sanzioni (legato al “reserve voting”) permettendo tuttavia agli Stati membri di

fornire risposte adeguate entro 6 mesi. Si è inoltre sottolineato che una rinegoziazione parziale e

guidata del debito dei paesi in difficoltà non è da escludere (la cancelliera Merkel ha peraltro dovuto

recentemente rassicurare i mercati che ciò riguarderebbe solo il nuovo debito emesso dai paesi

membri dopo l’avvio del meccanismo di gestione del default, ovvero dopo il 2013.

Queste nuove proposte franco tedesche non hanno mancato di suscitare aspre critiche anche

all’interno dell’ECOFIN, soprattutto nella parte riguardante la revisione dei Trattati. Il Consiglio

europeo di dicembre ha chiarito che le decisioni riguardanti la riforma della governance economica

europea andranno prese entro giugno 2011.

 

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