ISPI Dossier
22 Gennaio 2018
USA 2010: Obama al Mid Term – Background

Elezioni di mid-term: cosa sono

Le elezioni di medio termine si tengono ogni due anni, a metà mandato del presidente in carica. Quest’anno cadono il 2 novembre. Si vota per rinnovare il Congresso: un ricambio totale alla Camera dei rappresentanti (House of Representatives), che conta 435 seggi, e di 37 seggi su 100 al Senato. Inoltre, in 37 Stati su 50 si voterà per un nuovo governatore.

I sondaggi

A ridosso delle elezioni i sondaggi dell’agenzia Rasmussen danno in leggero vantaggio i repubblicani (49 per cento) rispetto ai democratici (40 per cento) mentre l’11 per cento degli interpellati si dichiara indeciso. Gli “swing voters” – gli elettori indecisi appunto – sono stati determinanti per la vittoria di Barack Obama alle presidenziali, stavolta però – dato fornito dagli stessi sondaggi – si considerano delusi dall’operato della Casa Bianca.

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(Fonte: Rasmussen)

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(Dall’alto in basso: Senato, Camera, governatori. Fonte: RealClearPolitics)

Nelle elezioni presidenziali del 2008 i democratici hanno assunto il controllo del Congresso. Oggi i repubblicani possono ambire allo stesso risultato. Siedono alla Camera 255 democratici contro 178 repubblicani (2 i seggi rimasti vacanti). Al Senato invece 56 posti sono occupati da democratici, 41 da repubblicani e 2 dagli indipendenti (1 seggio vacante).

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(Fonte: Election Forecast; Five Thirty Eight Nyt. Stime elaborate dopo 100mila simulazioni)

Guarda come cambiano le previsioni in tempo reale su Google 2010 Us Election Ratings

La Camera ai repubblicani, il Senato ai democratici?

Un Congresso di colore diverso dalla presidenza della Casa Bianca non è un’anomalia. Nel passato 12 elezioni su 18 hanno decretato un simile risultato. Un Congresso con un colore differente da quello del governo può sfociare in un rapporto conflittuale con la Casa Bianca. Per esempio, durante la prima presidenza Clinton, il Congresso a maggioranza repubblicana tra il 1995 e il 1996 aveva deciso di tagliare le risorse per servizi governativi ritenuti non essenziali. La decisione era stata presa quasi “in ritorsione” nei confronti del presidente Bill Clinton che si era rifiutato di avallare delle modifiche al budget di Stato. Il più delle volte, però, i presidenti in carica sono riusciti a costruire un rapporto proficuo con i rappresentati dell’opposizione. Infatti, l’unico potere del presidente (che non appartiene in alcun modo al Congresso) è quello di veto. Il processo legislativo si traduce dunque – in ogni caso – in un dialogo di negoziazione, anche quando l’Amministrazione è dello stesso colore del Parlamento. Se le aspettative dei sondaggi venissero confermate per la prima volta dal 1930 si avrebbe solo un’ala del Parlamento, in questo caso la Camera, con una maggioranza diversa dal Senato. La presenza di un Congresso con due maggioranze differenti accentuerebbe la difficoltà di approvare nuove leggi come successo negli ultimi mesi. I democratici, infatti, hanno faticato a promuovere leggi seppur di minor rilievo.

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(Grafico. In rosso: l’indice di gradimento dei presidenti dal 1950 ad oggi. In blu: i seggi persi dal partito dei presidenti in carica dal 1950 ad oggi. Fonte: Policy Brief Mattiacci)

I temi della campagna

1. Economia - Con un tasso di disoccupazione al 9,5 per cento da mesi – un dato molto elevato per la storia degli Stati Uniti – l’economia è stata il tema principale della campagna elettorale. Alcuni Stati come Michigan, Nevada, California e Florida, dove i governatori sono giunti a fine mandato, sono tra i più colpiti da questo problema. I repubblicani accusano il governo di non aver aiutato abbastanza l’economia con il pacchetto di stimoli al mercato del lavoro approvato dal Congresso. I democratici invece difendono la loro linea facendo riferimento al salvataggio dell’industria dell’autoveicolo, senza il quale la situazione sarebbe addirittura peggiore. Altro tema caldo è il deficit federale, vicino alla cifra record del 10 per cento in rapporto al Pil. I repubblicani in questo caso rimproverano al governo di non riuscire a preservare il futuro delle giovani generazioni dopo la spesa di 787 miliardi di dollari nel tentativo di risollevare il ciclo economico. D’altro canto i democratici ricordano che la recessione è un retaggio della presidenza repubblicana di George W. Bush, al potere per otto anni consecutivi.

2. Sanità - Il pacchetto di riforma sanitaria varato dal presidente Obama all’inizio dell’anno non ha ancora avuto completamente seguito. I repubblicani osteggiano la riforma e la corrente del Tea Party (vedi paragrafo sui Tea Party più sotto), più estremista, vorrebbe l’abrogazione integrale della normativa. E’ sfavorevole, in particolare, la fetta più anziana dell’elettorato che al contempo si è dimostrata molto attiva in campagna elettorale a favore dei repubblicani. I democratici, al contrario, sono convinti che la maggior parte degli elettori non sia pronta a difendere la legge che impedisce alle compagnie assicurative di negare o annullare la copertura sanitaria.

3. Afghanistan – Il presidente Obama è esposto a critiche da entrambi i lati. Gli esponenti a sinistra del partito democratico non sono d’accordo con la decisione presa l’anno scorso di aumentare il contingente americano in Afghanistan e mettono addirittura in discussione il coinvolgimento americano nel conflitto. A destra i repubblicani come, John McCain, candidato alle presidenziali del 2008, hanno criticato aspramente la decisione di fissare una data utile per cominciare il ritiro, il cui inizio è previsto nel luglio 2011. Il timore dei repubblicani è che in questo modo si incoraggino i ribelli ad attendere il ritiro americano lasciando dubbi sulla possibile pacificazione dell’area e creando incertezza tra i civili locali che contano sulla presenza statunitense.

4. Trivellazioni petrolifere – La fuoriuscita di petrolio causata dalla compagnia inglese British Petroleum che ha inquinato la costa del Golfo del Messico, ha contribuito a gettare ombre sulla politica nazionale. Per molti democratici, la fuoriuscita evidenzia la necessità di una rigorosa sorveglianza del governo sulle risorse naturali e una moratoria delle trivellazioni. Molti repubblicani, invece, hanno diretto la loro rabbia sia contro la BP che contro il governo, accusandolo di incompetenza. Molti a sinistra vorrebbero vietare del tutto la perforazione in giacimenti off-shore, un’idea che non è per niente condivisa dai conservatori che già avevano sostenuto la campagna di Sarah Palin nel 2008, la cosiddetta “drill baby drill!”, che puntava ad aumentare gli investimenti per l’approvvigionamento di petrolio lungo le coste statunitensi.

Le elezioni più “costose” in tempi di crisi

Quelle del 2 novembre si annunciano come le elezioni più costose della storia americana in termini di fondi elargiti dai privati e spesi dai candidati. Cifre provvisorie parlavano di una previsione di 5,1 miliardi di dollari contro il miliardo delle presidenziali di due anni fa. Cifre confermate alla vigilia del voto indicano comunque un record fissato a 2 miliardi di dollari spesi da politici di entrambi gli schieramenti. Le compagnie di Wall Street propendono per i repubblicani, mentre quelle salvate dallo Stato durante la crisi finanziaria, come le case auto Gm e Chrysler, per i democratici (stime: Center for Responsive Politics). Un fenomeno inusuale rispetto al passato quando le grandi società preferivano elargire fondi ai rappresentanti di entrambi i partiti pressoché in uguale quantità.

Gli abbandoni nella “squadra Obama”

Negli ultimi mesi il “dream-team” del presidente Barack Obama ha perso alcune delle personalità più importanti. Nell’ordine, hanno lasciato l’entourage della Casa Bianca il presidente dei consiglieri economici, Christina Romer, il direttore dell’Ufficio budget, Peter Orszag, il consigliere economico, Lawrence Summers e Rahm Emanuel, capo dello staff dell’Amministrazione, senza contare l’allontanamento di Stanley McChrystal, ex comandante delle truppe Usa e alleate in Afghanistan, e la più recente defezione del responsabile alla sicurezza nazionale, il generale James Jones.

Il movimento del Tea Party: fenomeno temporaneo o nuova corrente repubblicana?

Il movimento del Tea Party costituisce un elemento di novità delle elezioni di Medio Termine 2010, ma è probabilmente destinato a far sentire il proprio peso anche una volta passato il periodo elettorale. Si propone come movimento ultra conservatore e anti-establishment. Alle primarie ha guadagnato numerosi consensi affiancando il partito repubblicano. Di fatto ne costituisce però un’alternativa più estrema. Alcuni candidati che si richiamano a questa corrente sono in corsa per un seggio alla Camera dei rappresentanti; in sei stati hanno conquistato la nomination al Senato e sono in lizza per candidature al governo degli stati federali. Il nome Tea Party nasce dalla rivolta dei coloni che nel 1773 gettarono nel porto di Boston alcune casse di the in segno di protesta contro le tasse imposte dal governo britannico. Episodio che segnò l’inizio della rivoluzione americana. I rappresentanti del Tea Party accusano la presidenza Obama di un eccesso di spesa pubblica e di aumentare la pressione fiscale, in particolare attraverso l’applicazione della riforma sanitaria. Con manifestazioni che possono sembrare folcloristiche e prese di posizione a volte controcorrente, gli esponenti del Tea Party sono riusciti ad ottenere l’appoggio di politici, media e magnati finanziari. In particolare vengono sostenuti da Sarah Palin, ex candidata alla vicepresidenza degli Usa a fianco di John MacCain nel 2008, dalla televisione nazionale Fox News, di proprietà dell’editore di origine australiana Rupert Murdoch, e ricevono finanziamenti da parte di ricchi donatori repubblicani.

 

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