ISPI Dossier
24 Gennaio 2018
Il Brasile dopo Lula – Scenario

Qualsiasi sia il vincitore delle elezioni del 3 ottobre prossimo, il Brasile si troverà a fare i conti con l’eredità dell’attuale Presidente Lula. Da una parte la candidatura di Dilma Rousseff da parte del  Partido dos Trabalhadores costituisce un elemento di totale continuità con la politica e le aspettative di Lula. La scelta di uno dei sui più stretti collaboratori delinea la volontà politica del partito di puntare sulla continuità. Dall’altra l’opposizione punta su un candidato affidabile come Josè Serra, una storica figura della politica brasiliana.

Un fattore potrà essere molto rilevante ed incidere sugli scenari futuri sia in caso di vittoria di un candidato che dell’altro: la crescita economica. Se essa si attesterà in futuro sui valori che gli ultimi indici riportano (+7% per il 2010, + 4,5% per il 2011 – fonte Economist Intelligence Unit) consentirà in campo interno l’attuazione di importanti politiche di sviluppo, in politica estera la continuazione della forte proiezione internazionale del Brasile.

Scenario A. Vittoria Dilma Rousseff: l’ipotesi più probabile è quella di una vittoria di Dilma Rousseff, delfino dell’attuale presidente Lula. La Rousseff si porrebbe in piena continuità con la politica interna ed estera di Lula. In particolare, in politica estera, potrebbe continuare il rapporto dialettico con gli Stati Uniti, con l’alternarsi di momenti di confronto e di convergenza. In ogni caso gli Stati Uniti rimarrebbero un partner economico molto rilevante. Con la crisi, le esportazioni del Brasile verso gli Usa sono calate di circa il 30% e da aprile 2009 la Cina è divenuta il maggior partner commerciale del Brasile. Potrebbero perdurare i contrasti sui sussidi nordamericani all’agricoltura (etanolo, cotone, zucchero e carni fresche), per i quali il Brasile ha portato avanti azioni legali in sede OMC ed è stato autorizzato ad applicare rappresaglie commerciali alle importazioni americane. Inoltre, sul piano politico, l’accordo militare tra Stati Uniti e Colombia potrebbe portare ancora forti preoccupazioni per il Brasile a causa di possibili sconfinamenti delle truppe Usa in territorio brasiliano.

Se supportato dalla spinta di una forte crescita economica, il governo della Rousseff rafforzerebbe il ruolo di “media potenza” del Brasile e continuerebbe a cercare nuovi spazi di manovra internazionali, soprattutto nell’ambito della collaborazione sud-sud. Sarà difficile però che possa continuare un attivo dialogo con l’Iran sulla questione del dossier nucleare dopo che i margini di manovra diplomatici si sono definitivamente chiusi a seguito dell’approvazione delle sanzioni contro Teheran. Infatti, l’ottenimento della garanzia sull’uso pacifico della tecnologia nucleare da parte dell’Iran, secondo quando stabilito nel triplice accordo Turchia-Brasile-Iran del maggio scorso, si è rivelato un risultato transitorio e il prestigio ottenuto dal Brasile nella vicenda ne è uscito assai ridimensionato.

Sul piano interno la politica economica continuerebbe a puntare alla stabilità con la continuazione della politica del tasso di cambio flessibile e una politica monetaria adeguata al contenimento dell’inflazione. La maggior incognita rimane legata alla figura della Rousseff. Il peso politico di Lula ed il suo carisma sono stati, sotto molteplici aspetti, la chiave sia della stabilità democratica interna sia della politica di influenza regionale del Brasile. All’interno di un panorama latinoamericano legato a leadership di sinistra, il Brasile è riuscito ad evitare la deriva populista alla Chavez o alla Morales a favore di una politica molto più collaborativa con gli Stati Uniti. Sotto il punto di vista personale, seppur evidenziando anche in campagna elettorale tutti i fattori di continuità, permangono oggi i dubbi sulla possibilità che la Rousseff possa giocare un ruolo carismatico al pari del suo predecessore.

Scenario B. Vittoria Josè Serra: seppur improbabile dagli ultimi sondaggi la vittoria del partito socialdemocratico del Brasile (PSDB) porterebbe ad alcuni rilevanti cambiamenti sia in politica estera che in politica interna. Relativamente alla prima è prevedibile che Serra possa, un volta al governo, stemperare gli atteggiamenti “terzomondisti” della politica condotta da Lula. Il rapporto bilaterale con gli Stati Uniti tornerebbe centrale sulla base di alcune importanti convergenze che già si sono delineate nell’era Lula: l’interesse ad una forte stabilità in America Latina e la necessità di misure di contenimento del populismo di Chavez.  Il Brasile, pur senza diminuire il proprio peso politico internazionale, soprattutto se l’economia del paese – come sembra – continuasse a procedere in maniera molto positiva,  tornerebbe probabilmente ad una politica estera più in linea con le direttrici tradizionali. Gli interventi “fuori area” come quello con la Turchia in una mediazione con l’Iran sul dossier nucleare potrebbero restare una parentesi nella politica internazionale del Brasile. Tuttavia il nuovo governo difficilmente potrebbe abbandonare i maggiori spazi di manovra nel continente sudamericano guadagnati da Lula. Il Brasile ha infatti riempito il vuoto lasciato da Washington ed è divenuto il polo da cui sono scaturite le iniziative multilaterali a vocazione regionale; ha contenuto le pulsioni politiche centrifughe dei paesi marcatamente antiamericani (Venezuela e Bolivia); ha fatto da mediatore nelle relazioni problematiche della Colombia con i paesi vicini (Venezuela e Ecuador).

In politica interna Serra potrebbe avere un approccio “ideologico” più fiducioso nei benefici dell’ordine economico liberista-capitalista. Come ciò si possa tradurre in politiche concrete resta però incerto. Le maggiori critiche mosse da Serra in campagna elettorale riguardano il PAC, Programa de Aceleração do Crescimento, piano d’investimenti pubblico-privato da 235 miliardi di dollari (enorme, 18% del Pil del 2007) gestito dalla Rousseff e basato principalmente su ingenti opere infrastrutturali. Le accuse non si sono concentrate però sull’opportunità di questo vasto piano, ma sulla sua incompleta e parziale realizzazione e sui risultati inferiori alle attese dello stesso. Altri punti sui quali Serra potrebbe attivare nuove politiche potrebbero essere il sistema scolastico ed educativo, giudicato assai lacunoso durante la campagna elettorale, e la riforma del pesante settore pubblico, percepito come un rilevante freno dell’economia.

 

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