ISPI Dossier
24 Gennaio 2018
Religione e relazioni internazionali – Scenario

Sembra esistere oramai un ampio accordo sulla rilevanza crescente del fattore religioso nelle relazioni internazionali contemporanee. È sufficiente pensare al discorso islamista di Al-Qaida, ai riferimenti religiosi nella politica estera dell’amministrazione Bush, ma anche al ruolo delle comunità cristiane nel movimento transazionale contro la guerra in Iraq. Non bisogna nemmeno dimenticare che la religione sembra essere ritornata in modo imperioso nelle dinamiche politiche interne e al centro dei dibattiti pubblici di molti stati non occidentali, e non soltanto dell’ipersorvegliato e fortemente mediatizzato mondo mussulmano: si pensi, per esempio, al dibattito sui valori asiatici in Asia orientale, al ruolo del partito induista in India e a quello dell’ortodossia nella ridefinizione dell’identità e della missione politica della Russia di Putin. A ciò va aggiunta anche la nuova centralità della questione religiosa nei dibattiti e nelle dinamiche politiche delle società “moderne e secolarizzate” del mondo occidentale: dal problema del velo islamico nella scuola repubblicana alla riapertura del dibattito sulla laicità in Francia, dalla questione del riferimento all’eredità culturale cristiana nel preambolo della costituzione europea al ruolo della destra cristiana nelle cultural war d’oltreoceano che in qualche modo rischiano di essere “importate” nello scontro politico nostrano sulle cosiddette questioni eticamente sensibili.
Sono quindi diverse le sfide teoriche poste dal ritorno della questione religiosa nelle relazioni internazionali; allo stesso modo, a seconda delle visioni, gli scenari che si aprono possono essere molto differenti.

A- Le religioni e l’aumento della conflittualità nel sistema internazionale

E’ possibile immaginare che l’emersione o la riemersione delle religioni possano alimentare, in futuro, tutti i conflitti di matrice etnica e culturale, approfondendo il grado di conflittualità a livello internazionale e regionale. Questo scenario verrebbe a risultare dall’incontro di due fenomeni. Il primo, il quale rappresenta una novità della politica internazionale successiva alla fine della guerra fredda, riguarda la proliferazione di conflitti etnico-culturali, nei quali la dimensione religiosa gioca un ruolo di primo piano. Il secondo è un aspetto associato tradizionalmente, ancorché a volte erroneamente, alla religione: la propensione a introdurre nei conflitti una lotta per i “valori ultimi”, che inevitabilmente tende a esacerbare i conflitti stessi.

B- Le religioni come elemento di pacificazione

Un’ipotesi del tutto ribaltata rispetto allo scenario precedente, immagina un ruolo nuovo delle religioni, del tutto diverso rispetto ai fantasmi delle guerre di religione che hanno insanguinato l’Europa in età moderna. Il risultato dell’evoluzione delle religioni stesse verso l’abbandono delle posizioni più fondamentaliste e intransigenti, unita a un più efficace dialogo interreligioso intensificatosi nell’era della globalizzazione, sarebbe quello di dare alle religioni un ruolo di pacificazione dei conflitti internazionali e intrastatali. In condizioni nuove, dunque, le religioni potrebbero scoprire tutte le loro risorse culturali e sociali per stemperare le ragioni dei conflitti e delle dispute fra i popoli. Un “antidoto” al ruolo delle religioni come elemento di ulteriore conflittualità del sistema internazionale è offerto dallo stesso Samuel P. Huntington; un nuovo ordine mondiale fondato anche sulla rappresentanza etnica, religiosa e culturale: “un ordine internazionale basato sulle civiltà è la migliore protezione dal pericolo di una guerra mondiale”.

C- Il ruolo delle religioni nei contesti regionali

È realistico aspettarsi che in futuro, come nel passato, le religioni assumano un ruolo di volta in volta diverso nelle aree di crisi e di conflitto. Da questa prospettiva risulta sbagliato assegnare un ruolo sempre uguale a se stesso alle religioni, indipendentemente dal contesto in cui esercitano la propria azione. Gli effetti che esse possono produrre verranno a dipendere da molti fattori. In primo luogo, dal tipo di ragioni per cui esiste un conflitto: ragioni di ordine economico o di classe offrono, ad esempio, margini di opportunità per un ruolo pacificatore delle religioni; al contrario, se le ragioni sono di tipo culturale, etnico o confessionale. In secondo luogo, gli stessi effetti dipenderanno dal grado di diffusione di una o più religioni in un contesto di crisi. In terzo luogo, gli effetti che producono le religioni cambieranno radicalmente se esse rispecchiano esattamente le parti in conflitto, oppure se la diffusione di un credo è trasversale ad esse. Infine, non vanno ignorati altri fattori contestuali come la stabilità regionale, l’intervento di organizzazioni internazionali, il ruolo della diplomazia, questi influenzano, caso per caso, la dimensione confessionale di un conflitto o di una crisi.

D- L’irresistibile processo di secolarizzazione della politica internazionale

Benché il dibattito sorto negli anni ’90 sul conflitto di civiltà abbia attratto l’attenzione del pubblico e degli esperti, è possibile immaginare questi anni di contrapposizione fra culture e religioni come un periodo transitorio. Come un accidentale arresto di un processo di più lungo periodo e tendenzialmente inarrestabile: quello della secolarizzazione. Un processo cominciato in età moderna e, inevitabilmente, alimentato dalla globalizzazione e dai processi di omologazione culturale che questa ha introdotto. Da questa prospettiva, l’elemento religioso, è destinato a rimanere confinato nella sfera privata degli individui, esercitando un ruolo decrescente a livello politico nazionale e internazionale.

 

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