ISPI Dossier
24 Gennaio 2018
Italia al voto: Politica estera cercasi – Background

La politica estera italiana

Gli avvenimenti internazionali degli ultimi anni hanno colto l’Italia in un momento particolarmente debole sia dal punto di vista economico, per il protrarsi di una crisi economica che sembra colpire specificamente il paese, sia dal punto di vista politico, per l’involuzione del quadro interno e le difficoltà legate alla stabilità dei governi. A questa situazione va aggiunta la progressiva perdita di rilevanza strategica che l’Italia ha assunto agli occhi del grande alleato statunitense nell’ultimo ventennio. Se, infatti, l’Italia durante l’epoca bipolare si trovava ai confini della sfera d’influenza statunitense – avanguardia e insieme barriera degli interessi e dei valori occidentali in Europa e nel Mediterraneo nel costante confronto con la minaccia sovietica – nel ventennio seguente ha perso questa centralità geopolitica, “superata” dall’espansione della democrazia in Europa e dalla asimmetrica guerra al terrorismo. Fattori interni, economici e politici, e fattori internazionali di natura geopolitica hanno avuto quindi profonda influenza sulla capacità italiana di esprimere una politica estera all’altezza delle ambizioni del paese.

L’Italia degli ultimi anni ha continuato a considerare la NATO, vale a dire gli Stati Uniti, come un cardine fondamentale e l’Europa come un obiettivo indispensabile della propria politica estera. Ma con qualche variazione d’accento, che è dipesa dalla composizione dei suoi governi. Quelli di centro-sinistra sono stati complessivamente più europei che atlantici, quelli guidati da Silvio Berlusconi più filo-americani che europei. Ma anche nel caso di Berlusconi la politica estera italiana ha avuto almeno un altro polo: il rapporto con la Russia di Putin, che ha continuato sotto altre forme il “micro-gollismo” degli anni della Guerra fredda.

Governo Berlusconi III (8 maggio 2008 – 16 novembre 2011)

Gli anni del terzo mandato di Silvio Berlusconi sono stati caratterizzati da alcune scelte di indirizzo politico improntate principalmente su azioni bilaterali. L’Italia non ha certamente abbandonato le proprie sfere di appartenenza: i rapporti con gli Stati Uniti e con l’Europa sono rimasti prioritari, tuttavia, se negli anni della presidenza di George W. Bush i rapporti diplomatici tra Roma e Washington sono stati positivi, con l’insediamento di Barack Obama (gennaio 2009) la personal diplomacy su cui il presidente del Consiglio è sembrato puntare è stata privata della propria forza e sostituita dall’instaurazione di rapporti formalmente cordiali ma talvolta freddi con l’alleato statunitense. Allo stesso tempo anche le relazioni con le istituzioni europee e con alcuni dei principali partner ed attori continentali, la Germania di Angela Merkel e la Francia di Nicolas Sarkozy, hanno subito importanti contraccolpi. Alcuni passaggi internazionali, come i vertici europei o l’intervento in Libia contro il regime di Gheddafi, hanno rischiato di lasciare in posizione isolata l’Italia.

Il governo Berlusconi ha continuato a rafforzare i legami con la Russia di Vladimir Putin e con la Libia di Muammar Gheddafi in virtù dei quali le compagnie italiane hanno potuto siglare importanti contratti energetici su gas e petrolio. Proprio lo scoppio della crisi libica, da un lato, e l’aggravarsi della situazione economica nazionale e dell’eurozona, dall’altro, hanno segnato un momento di tensione nelle relazioni atlantiche ed europee dell’Italia avvicinando così il paese ad un cambio alla guida dell’esecutivo. Punto di non ritorno è stato il G-20 di Nizza che, evidenziando le perplessità di Washington e Bruxelles nei confronti del premier Berlusconi e del suo operato, ha aperto la strada alla formazione del governo tecnico di Monti.

In definitiva, oltre a motivazioni di credibilità internazionale legate alla propria leadership, Berlusconi, che nella primavera del 2011 è stato sottoposto anche a richieste a procedere per via giudiziaria nei suoi confronti, ha puntato su una politica estera che ha certamente conseguito risultati positivi, ma fortemente caratterizzata da personalizzazione. Privilegiando il bilateralismo nelle strategie di carattere politico-economico ed energetico ha finito per indebolire il ruolo italiano di “ponte” tra la comunità occidentale ed alcuni attori esterni. Pur rispettando gli obblighi internazionali e gli impegni con i nostri alleati storici, l’Italia spesso ha gestito questioni internazionali senza tener conto dei contesti multilaterali, producendo malumori tra i nostri partner occidentali – i richiami dell’ambasciatore statunitense ai pericoli di una politica energetica troppo dipendente, per esempio – e finendo per generare una percezione di isolamento diplomatico, talvolta persino immeritata come nel caso della mancata citazione del ruolo italiano nell’azione Nato in Libia.

Governo Monti (16 novembre 2011 – in carica)

Il governo tecnico di Mario Monti, dagli ultimi mesi del 2011, ha perseguito l’obiettivo di una piena ricomposizione delle fondamentali direttrici della politica estera italiana, atlantismo e europeismo, a cominciare dalla nomina dei ministri, come dimostrato dalle nomine di Giulio Terzi di Sant’Agata, Ambasciatore negli Usa, al Ministero degli Esteri, e dell’Ammiraglio Giampaolo Di Paola, capo del Comitato Militare della Nato, al dicastero della Difesa. Con l’insediamento di Mario Monti, il governo ha cercato quindi di segnare una certa rottura con il recente passato per lo meno sul piano dell’immagine. Ciò ha garantito anche un recupero di credibilità internazionale, lasciando tuttavia irrisolti diversi problemi dal punto di vista politico e diplomatico. Connotato fin da subito da una forte valenza internazionale, il governo uscente ha avuto tra gli obiettivi principali il rilancio dell’immagine e del ruolo dell’Italia all’estero, a partire anzitutto dall’Europa – dove la stessa figura di Mario Monti era molto apprezzata –, rassicurando i mercati finanziari internazionali nella capacità di solvenza del paese sul suo debito e riconferendo autorità nei meccanismi decisionali europei e internazionali. La politica estera del nuovo esecutivo si è caratterizzata subito per un orientamento atlantista e mirata al rinsaldamento dei legami con Washington, come ha testimoniato il viaggio di Monti negli Stati Uniti nel febbraio 2012.

Oltre ai temi europei e transatlantici, altro punto di forza dell’agenda Monti è stato il rilancio, attraverso diplomazia economica e cooperazione bilaterale, delle politiche di vicinato con la sponda sud del Mediterraneo, cercando di assumere un ruolo importante tanto nella transizione dei paesi attraversati dalle rivolte arabe, in particolar modo l’Egitto e la Libia. Il governo Monti non ha comunque risolto i classici gap in merito alla competitività del paese nello scacchiere internazionale, con particolare riferimento ad un miglioramento e ad una ridefinizione degli strumenti e delle risorse da destinare in politica estera. Non sono mancati inoltre, problemi politico-diplomatici, come il caso dei Marò in India, che hanno piuttosto chiaramente rilevato come la proiezione internazionale del paese, e in definitiva il suo rango, non siano più quelli del passato. Altre scelte politiche anche coraggiose, come la decisione di dare il benestare al riconoscimento della Palestina in seno alle Nazioni Unite, sono sembrate forse più determinate da contingenze esterne, come la posizione di qualche partner europeo competitor nell’area, più che un provvedimento meditato in base agli interessi nazionali, come hanno rivelato le differenti posizioni di Ministero degli Esteri e Presidenza del Consiglio in merito.

Temi della campagna elettorale:

Come consuetudine delle campagne elettorali italiane, la politica estera ha rivestito un ruolo marginale nel dibattito politico. Solo gli avvenimenti delle ultime settimane in Mali hanno ridestato l’interesse verso gli esteri, riportando l’attenzione sul ruolo e sulle possibilità che la nostra diplomazia potrà rivestire nei principali scenari internazionali. Se i candidati hanno espresso posizioni a volte differenti verso la crisi dell’euro-zona e circa un maggiore protagonismo dell’Italia negli affari politici ed economici continentali, assai ridotte, sia nelle dichiarazioni che nei programmi, sono state le espressioni chiare sulla definizione di una una strategia programmatica di politica estera per l’Italia in ambito europeo, multilaterale o internazionale.

Qui di seguito i principali temi di discussione riguardanti la politica internazionale:

  • Unione Europea

I dossier politico-economici europei con particolare riferimento al pareggio di bilancio e alla riduzione del deficit pubblico sono stati i temi principali del dibattito di politica estera. Talvolta affrontati con grande accuratezza e serietà, altre volte ripresi da alcune forze in chiave demagogica e populista, ad oggi, a dire il vero, manca ancora una strategia italiana coerente e efficace al consolidamento del ruolo nell’Unione Europea e nelle istituzioni comunitarie. Pierluigi Bersani si è dichiarato convinto europeista e sostenitore per tutta la campagna elettorale di maggiore integrazione politica e economica dell’UE (che dovrebbe tendere alla realizzazione del progetto di “Stati Uniti d’Europa”).

Anche il premier uscente Mario Monti ha indicato come linea politica una maggiore integrazione europea, il rispetto degli accordi economici presi con l’UE e la riduzione il debito pubblico rispettando il Fiscal Compact. Inoltre, al di là dell’impegno nel processo di approvazione del bilancio pluriennale, Monti si è peraltro fatto promotore, come specificato nella sua agenda, di un’ “Europa più comunitaria e meno intergovernativa, più unita e non a più velocità, più democratica e meno distante dei cittadini”. Dichiarando, inoltre, che il prossimo Parlamento europeo dovrà avere un mandato costituzionale, il Premier uscente lascia intuire la possibilità di rivedere una complessiva struttura dell’architettura comunitaria.

Il programma del centro-destra, invece, si concentra principalmente sull’introduzione degli eurobond e su un rafforzamento dell’unione politica, economica, bancaria e finanziaria della UE. Da segnalare, infine, le posizioni fortemente euroscettiche del Movimento 5 Stelle di Beppe Grillo che ha dichiarato apertamente di voler rivedere la posizione dell’Italia nell’area dell’Euro, tramite la richiesta di un referendum.

  • Mediterraneo e Africa

Oltre ai temi europei, il Mediterraneo e il Medio Oriente hanno rappresentato due caselle importanti nella politica estera dell’ultimo governo. Non è un caso che nel dibattito pubblico le principali questioni internazionali degli ultimi mesi quali Siria, Mali, Egitto e processo di pace israelo-palestinese siano state affrontate con interesse. Tutti i candidati hanno sostenuto la naturale proiezione dell’Italia nel Mediterraneo e nei Balcani. Tuttavia non risulta chiaro come questa rinnovata propensione possa trasformarsi in un corrispettivo rafforzamento delle risorse e di un’elaborazione più chiara dei propri obiettivi. Appaiono parzialmente diversi i focus sui quali si concentrano i partiti: dall’assunzione del paese di un ruolo più attivo in un’area strategicamente rilevante per motivi energetici e di sicurezza, ma anche legati all’immigrazione clandestina.

  • F-35 e missioni militari all’estero

In campagna elettorale le questioni legate all’acquisto dei velivoli F-35 e, in maniera inferiore, al rifinanziamento delle missioni militari all’estero hanno conquistato maggiore attenzione. I caccia bombardieri sono al centro di numerose polemiche da parte dei diversi candidati e forze politiche perché, in tempi di crisi, non sono considerati indispensabili rispetto ad altre priorità come la disoccupazione o l’economia al rilento. Il tema degli F-35 rientra in un quadro di più ampio raggio che riguarda la riforma della nostra difesa nazionale volta a migliorare l’operatività delle forze armate riducendo al contempo le voci di spesa che negli anni sono state troppo improntate al pagamento di personale e poco indirizzato ad esercitazioni e investimenti. Proprio gli F-35 sono sì una voce di spesa importante ma i favorevoli al loro investimento ritengono che tale spesa sia utile e necessaria ad ammodernare il nostro parco di velivoli ormai antiquato e poco adatto ad affrontare le missioni internazionali dove siamo coinvolti, mentre gli oppositori al programma internazionale lo ritengono un capitolo di spesa troppo gravoso per le casse statali. Se, in principio, sono stati “l’Italia dei Valori”, “Sinistra Ecologia e Libertà” e il “Movimento 5 Stelle” a chiedere la cancellazione degli ordini per i caccia, nelle ultime settimane anche Pierluigi Bersani, segretario del PD, ha chiesto il taglio della spesa destinando quelle risorse per lavoro e infrastrutture. L’attuale presidente del Consiglio Mario Monti invece ha ricordato che le responsabilità di tale acquisto sono da additare ai governi precedenti a guida D’Alema e Berlusconi. Tuttavia, il premier ha rimarcato l’importanza di tale programma giustificato anche da ragioni strategiche, industriali e di efficienza economica.

Relativamente alle missioni internazionali, alla loro rilevanza e al ruolo che l’Italia assume in questi interventi, negli ultimi anni, le maggiori aree di crisi hanno interessato l’area tra Balcani, Mediterraneo, Corno d’Africa e Golfo Persico (si veda infografica). Dal Kosovo alla Repubblica Democratica del Congo, dal Sahara Occidentale all’Afghanistan, sono attive missioni internazionali alle quali l’Italia partecipa testimoniando da un lato la strategicità e l’importanza delle regioni, dall’altro la funzionalità agli interessi politici della nostra diplomazia all’interno dei quali avviene l’impegno militare italiano. La maggior parte di queste operazioni sono istituite sotto bandiera Nato, Ue o Onu. Esattamente questi fattori rispecchiano l’impostazione della politica estera italiana basata sui tre pilastri classici dell’europeismo, del multilateralismo e dell’alleanza atlantica. Il rifinanziamento delle missioni potrebbe rappresentare – come avvenuto nel recente passato – un vulnus del prossimo governo, nonostante la maggior parte delle forze politiche (le eccezioni sono rappresentate da Lega Nord e formazioni di sinistra) abbiano votato favorevolmente, rivendicando presenza italiana all’interno delle missioni internazionali, quale necessario esercizio del paese in un ruolo politico necessario a perseguire l’interesse nazionale.

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