ISPI Dossier
22 Gennaio 2018
Mali: À la guerre – Scenari

Scenari

La crisi in Mali dura oramai da mesi e lo scenario di guerra non si annuncia affatto semplice, né di breve durata. L’offensiva militare lanciata dalla sola Francia ha per il momento arrestato l’avanzata dei ribelli Tuareg e degli islamisti del Nord, a pochi chilometri dal nodo strategico di Mopti, ultimo baluardo verso la capitale Bamako. Non potendo a lungo continuare un’azione militare solitaria, Parigi per controllare il vasto territorio ha chiesto l’intervento dell’Onu. Al momento, come concordato in autunno, i paesi della Comunità degli Stati dell’Africa Occidentale (Ecowas) hanno risposto all’appello francese, promettendo di inviare circa 3mila uomini, mentre Stati Uniti, Regno Unito, Canada e Germania non hanno mostrato alcun interesse per un loro diretto coinvolgimento militare nella crisi maliana ma hanno assicurato un pieno apporto logistico e medico alla Francia nell’intento, come ha asserito Tommy Vietor, consigliere per la Sicurezza della Casa Bianca, di “impedire ai terroristi di installarsi nella regione”. Anche il consigliere del Ministero della Difesa tedesco, Stefan Paris, ha ribadito che “la situazione in Mali è seria” e che lo scenario è “in continuo cambiamento”.

Qui di seguito si individuano tre possibili scenari che potrebbero caratterizzare l’attuale situazione in Mali.

Scenario A – Un nuovo Afghanistan

Il Mali come l’Afghanistan. E’ questa la più grande preoccupazione della comunità internazionale e dei Paesi dell’Ecowas. Come annunciato dal Ministro degli Esteri francese, Laurent Fabius, l’operazione militare, che si inscrive in un contesto locale e regionale molto complicato, mira a scongiurare il pericolo di un “Sahelistan”, ossia di una ripetizione della vicenda afghana nel Sahel. Infatti, il timore più grande tra i Francesi è quello di avere un failed state o comunque uno Stato prossimo al fallimento che permetta al suo interno una proliferazione di terroristi o gruppi legati alla galassia qaedista, un po’ come avvenuto in Afghanistan, con la possibilità di influenzare pesantemente anche le sorti dei Paesi vicini. Al momento, dunque, lo scenario più verosimile è quello che il precipitoso intervento militare francese possa produrre un impantanamento delle forze in campo. Non si tratterebbe quindi di una guerra lunga e ad alta intensità, quanto di un’interminabile e sanguinosa sequela di attacchi a sorpresa, attentati e azioni di guerriglia in tutto il territorio maliano con possibili ripercussioni anche negli altri paesi della regione del Sahel, in particolare Algeria e Libia, paesi principalmente coinvolti nelle azioni di antiterrorismo regionale.

Scenario B – Deriva pakistana

L’intervento francese potrebbe fermare l’avanzata dei ribelli verso sud ricacciandoli al nord e più precisamente nella porzione di deserto sopra Timbuctù, verso i confini mauritano, algerino e libico. In questo caso, congiuntamente ad una ripresa dell’ordine e del controllo del Paese da parte del governo di Bamako, si potrebbe andare incontro ad un conflitto a bassa intensità nel quale terroristi e ribelli tuareg,  battuti in ritirata al Nord, potrebbero però continuare a operare, con possibili attacchi contro i simboli del potere o sequestrando turisti, cooperatori o giornalisti occidentali. Pur con le dovute differenze, questo scenario sarebbe molto vicino a quello pakistano, in cui il governo mantiene un controllo nominale su tutto il Paese, ma di fatto esso non è esercitato in alcune sacche dove la presenza di gruppi radicali estremisti impediscono il monopolio della violenza legittima. Come già avvenuto in Afghanistan, in Iraq, in Libia e oggi per certi versi anche in Siria, non è impensabile che si possa assistere ad una sorta di migrazione di islamisti dai Paesi confinanti (soprattutto Algeria e Niger) allo scopo appunto di favorire l’instabilità interna allo stato maliano.

Scenario C – Soluzione del conflitto

L’intervento francese a sostegno dell’esercito maliano, seguito da un rapido dispiegamento delle truppe dei paesi dell’Ecowas, potrebbe comportare una divisione del fronte nordista tra tuareg e islamisti. In questo caso, si potrebbe ipotizzare una soluzione militare del conflitto, seguita da un periodo di ricostruzione nazionale, a cui associare politiche di reale decentramento amministrativo, simile a quanto fatto nel vicino Niger. In uno scenario del genere sarà importante che la Francia e i suoi alleati si assicurino una vittoria convincente tale da imporre agli sconfitti un accordo forte e duraturo.  Per quanto auspicabile, questo scenario sembra essere il meno probabile: la conformazione del territorio rende molto costosa una vittoria convincente ottenuta sul terreno e gli interessi internazionali in campo premeranno per una soluzione contingente del problema relativo al controllo del territorio e all’isolamento delle milizie filo-islamiste, senza che però ci possa essere un reale impegno affinché l’azione militare sia accompagnata da efficaci politiche che rispondano alle richieste degli indipendentisti tuareg. Il coinvolgimento in prima persona di attori regionali, per quanto rischioso, è però la chiave di volta affinché l’operazione militare possa trasformarsi anche in un’operazione di ricostruzione nazionale.

 

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