ISPI Dossier
26 Giugno 2017
Mali: À la guerre – Forum

Esiste un fronte compatto su un intervento in Mali?

Romano Prodi (Inviato Speciale dell’Onu per il Sahel): “Devo ammettere di non aver mai visto una coesione internazionale come quella che distingue in queste ore il sostegno all’intervento militare in Mali. Il motivo sta nel fatto che la paura del terrorismo accomuna tutti”.

Guido Westerwelle (Ministro degli Esteri tedesco): “E’ giusto che la Francia abbia risposto alla richiesta di aiuto da parte del governo del Mali (ma) il dispiegamento di truppe tedesche in aiuto a quelle franco-maliane non è in discussione”.

 

2 commenti »

  1. La paura non è mai una buona consigliera. I peggiori delitti sono spesso opera di persone che, attanagliate dalla paura, riversano all’esterno una violenza cieca e incontrollata. Temo che il rischio di un’azione violenta improvvisata solo sulla base della paura rischi di produrre effetti incontrollati e potenzialmente molto pericolosi.

    La paura molto spesso è figlia dell’ignoranza: si teme ciò che non si conosce, e nelle vicende maliane credo che ben pochi abbiano una conoscenza adeguata delle vicende passate e presenti di questo paese e delle forze in campo nel presente conflitto. Per questo il rischio è quello di battersi alla cieca contro degli avversari male identificati e a favore di alleati altrettanto male conosciuti.

    Non ho purtroppo il tempo (e, credo, lo spazio) per descrivere in modo più preciso e dettagliato quello che nelle schede qui accluse viene sunteggiato in modo a volte troppo drastico quando non palesemente erroneo (in particolare, è scandalosa la voluta confusione tra l’MNLA e i gruppi islamici e terroristici Aqmi, Mujao e Ansar Dine), e mi limito a segnalare alcuni punti che mi sembrano importanti:

    1) Una guerra nel deserto non è facile, anche (se non soprattutto) per chi combatte dal cielo e con armi “tecnologiche”. Per una soluzione efficace del conflitto bisognerebbe fare intervenire truppe di terra che siano addestrate per la guerra nel deserto. L’esercito del Mali è un colabrodo, si dice sia stato volutamente tenuto ad un bassissimo livello di efficienza per prevenire colpi di stato, e comunque non ha la minima capacità di svolgere questo compito. Anche gli altri paesi dell’Ecowas sono in condizioni non molto diversi, e un loro eventuale impiego rischia di sollevare più problemi che soluzioni. I soli che sarebbero adeguati a combattere a fianco dell’Occidente contro i terroristi islamici (e lo hanno ribadito più volte, anche se tanti lo ignorano o fingono di ignorarlo) sono i tuareg e in generale le popolazioni dell’Azawad. Il MNLA, contrariamente alle insinuazioni che emergono anche dal sito dell’ISPI, è sempre stato contrario agli islamisti e li ha combattuti già ben prima dello scoppio della crisi attuale. I gruppi di terroristi, dediti per lo più al narcotraffico, sono presenti da più di un decennio sul territorio del Nord del Mali (Azawad), con la complicità conclamata di diversi esponenti del governo maliano, e la ribellione dei tuareg (iniziata nel dicembre del 2011, ben prima del colpo di stato di Bamako) aveva anche lo scopo di opporsi alla trasformazione del territorio in un santuario di terroristi e narcotrafficanti.

    2) Un grosso punto di domanda riguarda l’oggetto dell’ “aiuto” da parte della Francia e della comunità internazionale. Chi si vuole aiutare con questa guerra? Nonostante tutto, sembra che tanto la Francia quanto la comunità internazionale continuino a voler sostenere lo stato del Mali la cui “integrità territoriale” sarebbe sacrosanta e tale da far accettare qualunque tipo di governo, più o meno putschista, più o meno antidemocratico, più o meno razzista. Il rifiuto di ammettere l’errore fatto nel 1960 creando uno stato che avrebbe sottoposto per più di mezzo secolo le regioni del nord a un trattamento da vera e propria colonia, impedisce anche solo di prendere in considerazione le sacrosante ragioni del MNLA e le sue continue offerte di impegno nella lotta contro i terroristi islamici. Il MNLA è una forza laica, che intende rappresentare tutti i popoli dell’Azawad (e quindi non solo i tuareg), e che aspira semplicemente a permettere ai popoli di quella regione di autogovernarsi senza essere sfruttati e perseguitati da un governo sostanzialmente “straniero” e razzista come quello del Mali, e senza vedere il proprio territorio trasformato in un santuario di terroristi e crocevia di narcotraffico.

    3) La sola soluzione ragionevole consisterebbe nell’allearsi formalmente all’MNLA (eventualmente barattando l’indipendenza immediata con un referendum sull’autodeterminazione, a guerra finita) e fornirlo di mezzi bellici e finanziari tali da competere sul terreno con i terroristi, che attualmente appaiono meglio armati e spudoratamente meglio finanziati (tra gli altri dal Qatar). Il MNLA avrebbe tutte le potenzialità per battersi in modo efficace contro i gruppi terroristi e per garantire, una volta liberato il paese, un governo pacifico e democratico dell’Azawad. Tutte le altre soluzioni, che vedano coinvolte solo forze straniere e tendano a ridare al Mali la sovranità su una regione che esso sente come una colonia e non come un territorio abitato da concittadini, lascerebbero una scia di instabilità destinata a protrarsi a lungo, e in prospettiva potrebbero finire per radicare su quel territorio le forze islamiste violente che tutti aspirano a vedere sconfitte.

  2. E’ necessario difendere gli interessi Francesi?
    In questi giorni si sta avvicinando a grandi passi un nuovo scenario di guerra alle porte dell’Europa.
    Naturalmente la motivazione è quella che impera in ogni angolo del mondo , la lotta al terrorismo di matrice islamica Quaedista.
    Da anni le coalizioni occidentali combattono questo fantasma multiforme che assume diverse identità e che si nutre della stessa forza che si impiega per sradicarlo.
    All’impiego di armi e strategie sempre più sofisticate ed hi-tech esso risponde con la mobilitazione di masse di diseredati che colti dalla fascinazione e dalla manipolazione di un messaggio di resistenza si immolano sperando in un futuro senza occidentali in casa propria.
    Forse è giunta l’ora di capire che questa idra immaginaria sia più presente nelle nostre paure che nella realtà e che la fame energivora dell’occidente abbia innescato un meccanismo perverso che come una specie di fuoco greco si alimenta ogni volta che qualcuno ci butta sopra dell’acqua.
    Nella necessità di approvvigionamenti a basso costo o senza alcun costo l’occidente cerca di colmare il gap che lo contrappone all’oriente capace di sfornare prodotti a costi competitivi basandosi sulla totale deregulation dell’organizzazione del lavoro e sullo sfruttamento delle proprie popolazioni.
    In questo quadro si può inserire l’idea iniziale che ha animato la global war contro il terrorismo che, sotto il messaggio promozionale dell’esportazione della democrazia e la salvaguardia delle popolazioni vessate dall’oscurantismo integralista, non aveva altro obbiettivo che istituire delle sfere d’influenza sulle aree ricche di risorse minerali ed energetiche.
    Poiché il cambiamento fino ad ora si è basato su un semplicistico concetto di sostituzione di governi mediante l’uso della forza , in assenza di un substrato interno capace di colmare i vuoti di potere creati , il risultato finale è quello di una condizione di instabilità permanente che agisce molto meglio di qualsiasi offensiva terroristica in quanto erode le disponibilità finanziarie degli stati che nella ricerca di un modello di guerra con fair-play elaborano sempre nuove strategie e sistemi d’arma più costosi che si illudono di proteggere le proprie truppe e di causare i minori danni collaterali possibili.
    Guerre come quella in Iraq o in Afganistan si stanno trasformando in delle voragini dal punto di vista finanziario e non portano a nessuna soluzione all’orizzonte.
    La guerra è sempre una cosa sporca ma se si combatte come una partita di golf crea problemi solo a che rispetta le regole, ovvero ai soldati sul terreno.
    In questi giorni si è aperto un altro teatro operativo in Mali che sotto l’etichetta della salvaguardia dell’integrità territoriale de questo stato africano non è altro che la manifestazione di una debolezza del sistema colonial-soft della Francia.
    I nostri vicini insiemi ai Britannici ostentano liberalità , democrazia e rispetto dei diritti dell’uomo a tutto spiano ma , con deciso vigore hanno mantenuto rapporti molto stretti con le ex colonie , alimentando le ambizioni di dittatori e case regnanti più o meno liberticide.
    La motivazione non tanto elevata, è la necessità di mantenere gli artigli sulle risorse energetiche di questi stati. Fino a prima della guerra in Libia mantenevano un minimo di pudore ma credendo che il conflitto dall’impronta neocoloniale si sia abilmente mascherato nelle rivolte più o meno spontanee che hanno caratterizzato tutto il nord-africa , oggi rilanciano nell’area francofona dell’africa occidentale.
    L’attività bellica Francese , che tale è , non può e non deve essere mascherata da azione di polizia internazionale essa non è altro che la normale conseguenza della strategia di destabilizzazione operata dalla stessa Francia nel sud della Libia all’inizio del conflitto contro Gheddafi.
    Infatti le prime attività delle truppe transalpine e dei loro alleati , o collaboranti (non bisogna dimenticare il conflitto Ciad-Libia alimentato e sostenuto dalla Francia in chiave anti-Libica) è stato quello di distruggere l’apparato di sicurezza e difesa a sud della Libia per favorire l’accesso degli stessi Touareg che vengono, ora, etichettati come terroristi.
    E’ la medesima nemesi storica che perseguita tutti gli stati che dopo aver finanziato ed allevato soggetti più o meno affidabili , se li ritrovano contro , con le stesse armi cui avevano dato libero accesso.
    L’improponibilità e l’irrealizzabilità dell’attività militare in Mali è legata sia alla posizione geografica dello stato sia al tipo che alla quantità delle forze in campo.
    Il contesto geografico è quello di una zona desertica che si estende senza variazione orografica attraverso differenti stati , con una permeabilità ai transiti pressoché assoluta, infatti i Tuoareg abituati a vivere nel deserto si possono spingere dal Mali al Niger e da questo al Ciad o alla Rep. Centrafricana ecc. ecc. rendendo ogni contrasto od attività mirata al contenimento ed all’eliminazione veramente impegnativo.
    Le forze in campo hanno una consistenza ridicola sia per la quantità che per la potenzialità offensiva, infatti la Brigata motorizzata della Legione che si vede a più riprese in tv o sui giornali può andare bene per riprendere una città, sempre ammesso che i “terroristi” si vogliano impegnare in combattimento, ma nulla di più.
    Basta ricordare che uno scenario più attinente a questo è quello del conflitto delle forze dell’asse contro i britannici in Cirenaica dove il personale impiegato raggiungeva numeri pari a 500 volte questi.
    La lezione derivante è che questo impegno comporterà un attrito logistico elevatissimo, in quanto gli eserciti moderni necessitano si energia , sotto diverse forme, ricambi di ogni tipo, munizioni che si differenziano da quelle più semplici ai sistemi d’offesa più sofisticati, appoggio aereo sia ad ala fissa che rotante, attività d’intelligence elettronica ed umana ecc. ecc.
    E dall’atra parte ?
    Carburante, munizioni per armi leggere e di squadra , antiaeree ed anticarro che sono facilmente reperibili e sicuramente meno sofisticate.
    Questa specie di caccia alla volpe ,nel deserto, potrebbe essere un sistema per svenare chi vi partecipa, allo stesso modo di come si stanno svenando gli USA in Afganistan .
    L’Italia in questo caso dovrebbe valutare attentamente quali potrebbero essere le ricadute strategiche ed economiche del suo impegno, sicuramente molto oneroso, da negoziare prima e non dopo, con una buona dose di determinazione e mancanza di fair-play chiedendo cosa si butta sul nostro piatto della bilancia visto che su quello franco-britannico, si trovano Uranio, Gas Naturale, Petrolio, pietre preziose e vari altri tipi di materiali strategici.
    In alternativa il nostro Ministro degli Esteri in accordo con la Turchia, nazione che attualmente sta penetrando in maniera fattiva in Africa, dovrebbe creare una hot line che porti ad un negoziato favorevole a tale asse per la stabilizzazione degli stati e la creazione di un New-Order affine alla politica di E. Mattei in materia di scambi economici.

Lascia un commento


ISPIChi siamoContatti