ISPI Dossier
22 Gennaio 2018
KIRGHIZISTAN:
L’ULTIMA MOSSA NEL RISIKO CENTRASIATICO
BACKGROUND

L’Asia centrale ha mantenuto per secoli, e fino all’indipendenza dall’Unione Sovietica, una posizione alquanto marginale nello scacchiere mondiale. Il collasso sovietico e l’indipendenza (subita quasi di mala voglia in Asia centrale) hanno avuto gravi conseguenze sul quadro politico ed economico della regione: la scomparsa del fattore unitario costituito dall’URSS ha liberato le tensioni etniche e ha provocato una devastante guerra civile in Tagikistan. Inoltre, la rottura dei legami commerciali all’interno dell’URSS e l’interruzione dell’afflusso dei generosi sussidi dal centro moscovita alle repubbliche periferiche hanno provocato un generale tracollo economico, aggravato oggi dalla crisi economica, che ha coinvolto tutti i paesi di nuova indipendenza e tutti i settori produttivi, pur con notevoli differenze tra le diverse repubbliche.

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L’appetito internazionale per le risorse energetiche del bacino del Caspio (cartina qui sopra)  e la possibilità di controllare attraverso la presenza militare un’area di alto valore strategico hanno riportato il Caucaso e l’heartland centroasiatico in primo piano sulla scena internazionale, al centro di quel cosiddetto nuovo “Grande Gioco” tra Stati Uniti e Russia, che vede il progressivo coinvolgimento di nuovi soggetti quali la Cina, la stessa Unione Europea e, potenzialmente, l’India e l’Iran. L’interesse internazionale per l’area è in larga misura dettato dal suo potenziale energetico, e in questo contesto l’Unione Europea va cercando un ruolo crescente, soprattutto con l’intento di ridurre la propria dipendenza energetica dalla Russia. Una delle manifestazioni più evidenti delle dinamiche del nuovo “Grande Gioco” è stata la cosiddetta “transizione egemonica”, dalla Russia agli USA, avvenuta non solo attraverso l’installazione di nuove basi militari (si veda la mappa qui sotto) funzionali alla conduzione della cosiddetta guerra globale al terrorismo, ma anche grazie al verificarsi di “rivoluzioni colorate” che almeno inizialmente sembravano indicare l’adozione, da parte di alcuni paesi caucasici e centroasiatici (Georgia e Kirghizistan in particolare), di aperture e riforme democratiche.

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Tuttavia, salvo poche eccezioni, la vita politica nei paesi interessati, e soprattutto in quelli dell’Asia centrale, ruota ancora intorno alle vecchie élite al potere dall’epoca sovietica, nell’ambito di sistemi autocratici basati su una gestione patrimoniale e clientelare (quando non famigliare) del potere. A differenza di quanto successo negli anni più recenti in altri paesi dell’Asia meridionale e del Medio Oriente, nelle due regioni considerate è stato scarso il fascino esercitato dalle comuni radici islamiche: il recupero delle tradizioni nazionali islamiche è avvenuto in forma per lo più moderata, e anzi nel caso uzbeko la politicizzazione dei movimenti islamici ha portato a una dura repressione da parte del regime. A quasi 20 anni dall’indipendenza, alcuni regimi hanno potuto consolidarsi, ma nel complesso, come dimostra il caso del Kirghizistan, la stabilità politica è ancora molto incerta, soprattutto in considerazione del caos che potrebbe verificarsi in occasione di eventuali successioni al vertice e dei conflitti interni tuttora in corso. D’altro canto negli ultimi anni la Russia ha ripreso importanza nella regione, con le mosse di quello che pare essere una sorta di roll-back.

Kirghizistan

Il primo Presidente del paese, Askar Akaev, è stato l’unico, tra tutte le repubbliche centroasiatiche, a non provenire dalle fila del PCUS. Inizialmente incline alla promozione di maggiori libertà politiche e alle riforme economiche sul modello proposto dalle istituzioni finanziarie internazionali, Akaev ha presto dovuto confrontarsi con gli effetti fortemente negativi sull’economia e sulla società nazionale prodotti dalle politiche di aggiustamento strutturale attuate in un paese con scarse risorse materiali e stridenti contrasti regionali. La svolta autoritaria che ne è conseguita ha scatenato il malcontento popolare che dopo le elezioni parlamentari del febbraio 2005, largamente percepite come manipolate dalle autorità, è esploso in violente manifestazioni soprattutto nelle regioni meridionali. Una volta diffuse in tutto il paese, le proteste hanno acquistato un carattere anti-presidenziale, costringendo infine Akaev a fuggire in Russia (“Rivoluzione dei tulipani”). Il suo posto è stato preso da Kurmanbek Bakiyev, leader delle forze di opposizione, poi confermato alla presidenza nelle elezioni del luglio 2005. Il nuovo regime si è trovato subito in contrasto con le forze di opposizione e con nuove manifestazioni di piazza; alla fine del 2006 Bakiyev sembrava aver accettato di ridurre i poteri presidenziali con l’introduzione di una nuova Costituzione parlamentare, ma poco dopo ha ottenuto dal parlamento l’approvazione di una carta costituzionale che restaurava l’egemonia presidenziale, fino al nuovo colpo di stato di aprile 2010 che l’ha deposto…

 

3 commenti »

  1. I prossimi lustri saranno i più impegnativi per le nazioni moderate del pianeta, spinte or qua’ or la’ da forze centrifughe, centripete, terroristiche , fondamentaliste ecc. Orbene: 1) Lo sforzo è ciclopico perchè è difficile ’suggerire’ a popoli emergenti di adottare in tempi accelerati dalla globalizzazione, principi costituzionali e fondamentali di democrazia,libertà, uguaglianza, tolleranza, parità di diritti tra uomo e donna, che i popoli in senso lato di origine europea si sono dati dopo più di duemila anni di scelleratezze; per farlo ci vuole arte e diplomazia; di solito ‘i giovani’ non ascoltano i vecchi e vogliono farsi le loro esperienze così come gli suggerisce il loro proprio contesto e la propria indole. 2) Comunque come pragmaticamente ha capito Barack Obama in primis c’è senza dubbio la questione del nucleare le cui basi per la sua soluzione sono poste all’attuale summit di Washington e nell’individuare il nuovo pericolo atomico mondiale nel terrorismo; 3) l’ulteriore passo( è una mia opinione personale) penso che debba essere, almeno come obiettivo strategico a lungo termine, il graduale sganciamento dalle fonti energetiche petrolifere (nonostante i forti guadagni ivi connessi) che da sole sono state il motore bellico di guerre colossali scatenate per il controllo di aree che altrimenti sarebbero rimaste nell’oblio;sara’ possibile?. Forse alla lunga cio’ potrebbere allentare le tensioni e gli appetiti reciproci. Ma quanto alla lunga? Come diceva J.J.Rosseau : possiamo essere pessimisti con la ragione ma dobbiamo essere ottimisti con la volontà. Il generale Custer (ed altri) disse che le guerre (civili e non) si fanno per prevalere ( e dal suo e di altri punto di vista non aveva torto!). Ma oggidì nel frattempo è giocoforza che dobbiamo ricordare prima a noi stessi e poi agli altri dando l’esempio (cercando ovviamente di convincerli se e fin dove si può!)che se si vuole prevalere, lo si deve fare ma usando solo l’intelligenza ,la buona volontà e la democrazia. Utopia? Sono cose che meglio di me gli esperti sapranno di già; io da privato cittadino sto cercando almeno di capire gli obiettivi delle prossime linee di fondo.Grazie.

  2. La necessaria riscoperta della propria identità, delle proprie origini, il punto comune da dove cominciare a costruire.
    Ma guardiamo prima in casa nostra, come Europei che esempio possiamo dare?
    In Europa non abbiamo ancora formato una costituzione su cui formare le basi per la nuova Europa politica.
    Giovanni Paolo 2″ lo aveva capito benissimo e solo ammettendo le comuni radici cristiane come punto d’unione si poteva sperare per una Europa vera.
    Vedi che fine ha fatto il referendum sulla costituzione Europea in mancanza di tale riconoscimento.
    Sempre Giovanni paolo 2″ nel concilio ecumenico esortava i partecipanti nel lasciar perdere le cose che li dividevano per cercare quelle che si condividevano.
    Cosa fare ci è stato indicato e allora largo agli uomini di buona volontà.
    Ricominciamo da casa nostra, riconoscendo le nostre radici cristiane per dare poi l’esempio ai nostri vicini nel ritrovare le loro comuni radici

  3. Sposo pienamente la tesi di Francescoe in più non vedo in Obama tutto questo interesse per stabilizzare la zona in questione, anzi forse è più comoda così per gli Stati Uniti in lotta con la Russia e la Cina per la supremazia di quel territorio strategico

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