ISPI Dossier
21 Febbraio 2018
Economia ed energia per il rilancio Euro-med – Background

Da millenni il Mediterraneo è un luogo di scambio di persone, merci e culture.  Negli ultimi decenni le due sponde del mare nostrum hanno intrapreso molteplici iniziative per consolidare le loro relazioni su piani diversi e con risultati  non sempre in linea con gli obiettivi iniziali.  Il sopraggiungere della crisi europea e della Primavera araba sembrano aver rimescolato nuovamente le carte in tavola costringendo gli attori in campo a rivedere ancora una volta le proprie strategie.

Sul piano della cooperazione politica ed economica le iniziative più importanti hanno avuto inizio a partire dalla fondazione del Partenariato euro-mediterraneo (detto anche Processo di Barcellona) nel 1995, che prevedeva la creazione di un’area di libero scambio nell’area entro il 2010 e che comprendeva i 15 membri dell’allora Unione europea e dieci paesi della sponda sud, inclusa la Turchia. L’obiettivo era proporre un frame work multilaterale in cui collocare una serie di accordi di associazione che l’Unione europea avrebbe dovuto stipulare in via bilaterale con i singoli paesi. Alcuni accordi di associazione hanno effettivamente aperto la strada a rapporti commerciali più solidi (come nel caso di Tunisia e Marocco), ma in altri casi (Siria) i ritardi sono stati tali da posticipare sine die la realizzazione effettiva della zona di libero scambio.

Parallelamente al Partenariato euro-mediterraneo, nel 2003 l’Ue ha lanciato la Politica europea di vicinato con l’obiettivo di rilanciare i rapporti di cooperazione con i paesi vicini dell’Unione, compresi quelli mediterranei, puntando più sullo sviluppo della dimensione bilaterale della cooperazione che sul multilateralismo. In questo quadro il processo di avvicinamento alla UE è pensato in forma progressiva e differenziata da paese a paese, in modo tale da rendere flessibile il percorso di integrazione al mercato comune ed evitare che le problematiche regionali, in particolare l’impasse del processo di pace israelo-palestinese, intervenissero a bloccare la cooperazione. Strumento chiave sono i piani d’azione in cui ogni paese definisce le proprie priorità per l’avvicinamento all’Unione europea. Essi coprono un ampio spettro di temi che vanno dal dialogo politico alle riforme politico-economiche, al commercio estero e alle misure di avvicinamento al mercato interno europeo, all’energia, all’ambiente, ai trasporti, alla politica sociale e ai contatti people to people. Questa politica ha ottenuto buoni risultati soprattutto con paesi come il Marocco, la Tunisia e la Giordania, anche se ha contribuito a privilegiare la dimensione bilaterale rispetto a quella multilaterale tipica del partenariato Euro-Mediterraneo.

Un ulteriore tentativo di rilanciare le relazioni euro-mediterranee è nel 2008 l’Unione per il Mediterraneo (Upm), su iniziativa dell’allora presidente francese Nicholas Sarkozy. Essa aveva l’esplicito obiettivo di sostituirsi all’ormai agonizzante politica di partenariato riproponendola in una nuova cornice maggiormente bilanciata con un segretariato diviso alla pari fra Unione europea e paesi della sponda sud. La neonata organizzazione, le cui attività avrebbero dovuto spaziare dalle energie alternative al sostegno delle piccole-medie imprese dell’area, si è però dovuta ben presto scontrare con le rinnovate tensioni causate dall’attacco israeliano su Gaza di fine 2008 e un clima conseguentemente meno fertile per una politica di cooperazione tra i paesi della regione. Sebbene ancora formalmente in vita, l’Upm ha stentato a decollare.

L’avvento della Primavera araba ha portato l’Unione europea a un risveglio dal torpore che aveva caratterizzato gli sviluppi dei rapporti mediterranei nord-sud nei tre anni precedenti. La reazione si è fatta sentire già nella primavera del 2011, quando la Commissione europea ha emesso alcuni documenti programmatici volti a ridisegnare in parte la Politica di vicinato verso i paesi arabi alla luce degli storici prodotti dal risveglio arabo. Questi documenti sottolineano la necessità per l’Ue di sostenere i cambiamenti democratici in corso nella sponda sud e di legarli a un nuovo approccio detto del “more for more”, ovvero offrire un maggiore accesso agli aiuti economici e al mercato unico europeo in cambio di maggiori riforme in senso democratico e del rispetto dei diritti umani e delle libertà di espressione. Gli interventi si sono articolati in progetti mirati in alcune aree “sensibili” per la transizione democratica come il sistema giudiziario, i processi elettorali e il rilancio della piccola e media impresa in paesi caratterizzati da elevati tassi di disoccupazione giovanile. Resta ancora da vedere se questo approccio riuscirà a produrre dei risultati concreti.  Di sicuro si può affermare che i fondi in campo sono scarsi, soprattutto se confrontati con le “donazioni” e gli investimenti provenienti da altre regioni come il Golfo.

Nonostante dal 1995 a oggi le varie iniziative di cooperazione economica abbiamo avuto risultati largamente al di sotto delle aspettative iniziali, ciò non significa che essi non abbiano contribuito a instaurare robusti rapporti commerciali e finanziari attraverso il bacino del Mediterraneo. Sotto l’influenza dei piani d’azione e degli accordi di associazione, soprattutto i paesi nel nord Africa e del Maghreb hanno modulato le proprie economie in modo strutturalmente legato al commercio e agli investimenti provenienti dall’Europa. Paesi come Tunisia, Algeria, Libia e Marocco presentano delle bilance commerciali in cui l’Europa domina più dei due terzi degli scambi, mentre altri paesi come Egitto, Libano, Siria e Giordania, pur legati anche ad altri attori come le monarchie del Golfo, la Cina o la Russia, vedono comunque l’UE tra i partner economici fondamentali. Un discorso a parte va fatto per Turchia e Israele, la prima caratterizzata da una economia negli ultimi anni in forte ascesa, assimilabile con il gruppo dei Bric, e il secondo invece molto più vicino in senso economico alle economie mature europee.

Anche nel settore degli investimenti l’Europa è protagonista soprattutto nelle economie nordafricane. Essa deve però vedersela con alcuni competitor dalle enormi capacità finanziarie come le monarchie del Golfo e la Cina, che negli ultimi anni hanno iniziato massicci programmi di investimento nell’area.

L’altro grande tema che domina i rapporti trans-mediterranei è quello dell’energia.

La dipendenza strutturale dalle importazioni energetiche dei paesi europei e la ricchezza di idrocarburi dei paesi del Nord Africa ha portato all’instaurarsi e consolidarsi di stretti legami energetici tra le due sponde del Mediterraneo.

Nel bacino mediterraneo i principali approvvigionamenti energetici verso l’Europa provengono dall’Algeria e dalla Libia, che detengono insieme più dell’80% delle riserve petrolifere presenti nell’area mediterranea, nonché quasi il 70% delle riserve di gas naturale. Significative, sebbene meno consistenti, sono anche le forniture dall’Egitto, e in misura minore di Siria e Tunisia. La dipendenza dei paesi europei dagli approvvigionamenti energetici esterni ha contribuito a creare una fitta rete di legami e di connessioni, materiali e non, attraverso il Mediterraneo. Mentre l’export di petrolio avviene primariamente attraverso il trasporto navale, negli ultimi decenni è stata costruita una rete di pipeline che consente il transito del gas da Algeria e Libia verso l’Europa meridionale. In particolare l’Algeria si trova al centro di una rete di gasdotti che la collegano a Italia e Spagna. Dal 1983 è attivo il Transmed, che trasporta il gas algerino in Italia attraverso la Tunisia, mentre il Galsi, il gasdotto diretto dall’Algeria alla Sardegna dovrebbe entrare in servizio nel 2014. Sul versante occidentale operano invece il MEG, dal 1996, che passando per il Marocco porta il gas algerino verso la Spagna, e dal 2011 il Medgaz che attraverso condotte sottomarine, lunghe 210 chilometri, raggiunge direttamente la costa meridionale spagnola. Di particolare importanza per gli approvvigionamenti energetici dell’Italia è il Greenstream, il gasdotto che trasporta oltre 20 milioni di mc/giorno di gas naturale libico e fornisce il 10% del fabbisogno annuale italiano.

La Primavera araba e la crisi europea hanno però messo almeno temporaneamente in discussione questi solidi rapporti. La contrazione dell’economia europea degli ultimi due anni ha infatti pesantemente danneggiato soprattutto le economie dei partner commerciali del nord Africa. A loro volta le rivolte scoppiate nel 2011 hanno notevolmente intimorito gli investitori internazionali, e soprattutto europei, che soprattutto nei primi mesi del 2011 sono corsi a portare i loro risparmi fuori dai paesi investiti dalle proteste, causando gravi danni finanziari soprattutto in Egitto, dove le riserve di valuta sono calate drammaticamente.

La stabilizzazione post-Primavera araba e la ripresa economica europea rimangono le incognite che pesano sugli sviluppi dei rapporti euro-mediterranei nel prossimo futuro.

 

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