ISPI Dossier
22 Gennaio 2018
Internet e i regimi autoritari – Scenario

Il mondo delle reti contro il mondo delle nazioni

Sin dalle loro lontane radici, le politiche democratiche delle nazioni moderne ad alto sviluppo industriale (culture di massa, delega dei cittadini ad essere rappresentati in parlamento, governi che esprimono il potere delle maggioranze degli elettori sulle minoranze all’opposizione, mediazione istituzionale tra interessi economici e diritti civili) sono state caratterizzate dall’ostentazione di valori collettivi tradotti in forme di comunicazione spettacolare. La formula “società dello spettacolo” – non  poco debitrice dello sfarzo e della monumentalità dei regimi di potere “assoluti” – risulta efficace dal Re Sole sino alla televisione generalista.  A questa formula si contrappone la “società delle reti” che, seppure ancora allo stato nascente (su vari fronti: culturali, istituzionali e politici piuttosto che economici), sta rapidamente ridefinendo dall’alto e dal basso tutti i sistemi sociali coinvolti nella potenza invasiva e relazionale dei new media.

Se Stato, governi, movimenti e partiti sino ad oggi hanno misurato e in gran parte ancora misurano la propria efficacia in base alla “quantità” del consenso ottenuto (decidendo quali siano i contenuti necessari a tale consenso e come essi vadano centralmente e verticalmente ridefiniti per conservarlo oppure ottenerlo), ora i “conti” tornano sempre meno. Al di là dei numeri e delle corazze identitarie prefissate, si fa necessario registrare, analizzare e interpretare la “qualità“ dei bisogni emergenti sul territorio e soprattutto le relazioni interpersonali – orizzontali, locali, instabili, private, emotive – tra i cittadini (o meglio persone, e semmai consumatori) che percepiscono quei bisogni, li creano, li trasformano secondo logiche che poco hanno a vedere con le politiche e i conflitti di stampo classico. Questo mutamento di paradigma trova la sua più calzante metafora e i suoi più naturali strumenti nel computer (Internet, blog, web2.0) e nelle forme di interconnessione, rapida e facile, intima e virale, che la telefonia mobile realizza tra vecchi e nuovi media.

Tuttavia, attenzione: non bisogna interpretare tutto questo come si trattasse di “liberazione” dalle forme storiche (politiche e economiche) del Potere o come fosse di per sé una “liberazione” dal basso, per il semplice fatto di intaccare i consunti e sempre più inefficaci modelli delle democrazie rappresentative di massa. Infatti le grandi possibilità di “trasgressione” che le innovazioni digitali introducono potrebbero funzionare come rigenerazione dei rapporti di potere che sino ad oggi hanno caratterizzato le società a regime nazionale, adeguandole alle dinamiche di potere dei processi di globalizzazione, a nuove collocazioni geopolitiche delle forme di imperialismo sovranazionale, e via dicendo.

Il recente conflitto (prevedibile, da tempo annunciato) tra Google e Cina dimostra che di fatto il mondo delle nazioni è sempre più costretto a confrontarsi con il mondo delle reti. Essendo la Cina un sistema illiberale – che peraltro sostiene uno sviluppo tecnologico tendenzialmente selvaggio, logiche di massivo sfruttamento del lavoro e leggi di mercato di spirito imperialista – la natura di questo suo conflitto geopolitico con Google è stata letta da noi occidentali come scontro tra un regime chiuso, sostanzialmente pre-democratico e l’impulso libertario di cui le reti sarebbero in questo caso una indubbia forza d’urto (come lo fu la civiltà dei consumi televisiva nei confronti dello Stato Sovietico). In questo caso, dunque, le democrazie storiche fanno emergere il potenziale innovativo e trasgressivo che i new media hanno oggettivamente, si potrebbe dire “per loro natura”.

Tuttavia, in contesti occidentali di tradizione liberale e progressista – in cui i mass media hanno seguito di pari passo lo sviluppo della società di massa e infine anche la sua progressiva destrutturazione della società civile in una sorta di neopopulismo plebiscitario e insieme di frantumazione delle forme di coesione collettiva, di proliferazione di pubblici per nulla pluralisti – non sono pochi quelli che individuano nella rete notevoli rischi: contaminazione della democrazia parlamentare, dinamiche di controllo totalitario sulla vita quotidiana, contrazione della privacy, crisi della collettività, solipsismo, violenza occulta, sabotaggio, insidie bio-tecnologiche, terrosirmo, fondamentalismo, capitalismo devastatore. Qui, conta vedere quanto la rappresentazione del significato dei media digitali, anche quando “ragionevole”, sia funzionale all’incapacità di criticare la propria storia e i propri privilegi, le proprie forme di governo.

Dunque, la cosa migliore è ammettere che attraverso le reti i territori storici delle politiche di pace e di guerra si stanno profondamente trasformando ma che gli assetti di governo che ne possono scaturire dipenderanno sempre e come sempre da chi vince e chi perde nel conflitto tra diversi interessi. Tornando alla Cina: che il mondo delle nazioni venga contrastato da sovranità diverse da quella dello Stato non dovrebbe meravigliarci. In due secoli di storia del pianeta, i processi di mondializzazione e poi di globalizzazione hanno ampliamente dimostrato una continua dialettica tra sovranità dello stato nazionale e potere delle transazioni economiche internazionali (molte tecnologie – il telegrafo, il telefono, il cinema, la radio e via dicendo – sono nate o quantomeno sono state “accolte” per superare i confini storici, linguistici e istituzionali delle nazioni).

Nel gioco complesso tra paesi egemoni e paesi subalterni, l’industria culturale di massa prodotta da nazioni imperialiste ha per più aspetti assoggettato – grazie alla pervasività dei media audiovisivi (soprattutto la TV) – le culture nazionali (così come queste ultime hanno fatto sulle culture locali grazie alla scuola e al libro). Tuttavia, ora sta venendo meno quel sostanziale punto di equilibrio tra dinamiche nazionali e dinamiche internazionali che in parte si poteva riconoscere alla comunicazione televisiva di tipo generalista (e al suo funzionamento integrato con la grande stampa). Ora, le reti aprono un nuovo ciclo di de-territorializzazione. Nella storia – grazie a clamorose innovazioni dei trasporti, delle armi, della comunicazione a distanza – cose, animali, persone, schiavi, popoli e minoranze furono a volte distrutte, altre salvate a prezzo della loro de-formazione; forme di potere alternative arrivarono a comandare, regimi di senso furono sostituti da altri regimi di senso. E così via. La storia delle reti è appena cominciata. Rispetto ad essa la politica è una esperienza di vita troppo profonda, originaria, e insieme troppo obsoleta, corrotta.

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Lo Scenario è stato curato da Alberto Abruzzese , professore ordinario di Sociologia dei processi culturali e comunicativi; coordinatore del dottorato in Comunicazione e nuove tecnologie; e pro-rettore allo sviluppo, innovazione e ai rapporti internazionali all’Università IULM di Milano.

 

3 commenti »

  1. Convengo in pieno con la Sua analisi. Mi sono occupata personalmente fondando un gruppo 2 anni fà su uno studio approfondito dell’effetto sui giovani dell’uso indiscriminato delle chat e del loro pericolo, includendo ciò in ambito politico e sociale. Questo mi sembra che validi alcune Sue affermazioni.
    Vittoria

  2. Il punto nodale sta nella capacità di attivazione delle persone che paradossalmente mai come prima nella storia è sembrata cosi plausibile grazie all’accessibilità dei mezzi di interconnessione e alla loro diffusione ma che allo stesso tempo corre il rischio di venire subdolamente eterodiretta dai gangli nevralgici dei sistemi di potere.
    La rete pertanto costituisce un’arma a doppio taglio: da un lato una reale e concreta possibiilità per la gente comune di affrancarsi dalla millenaria sensazione di impotenza e dall’altro il rischio di vemire immessi in un “calderone olistico” di orwelliana memoria.

  3. Anche i paesi totalitari dovrebbero riconoscere principi di libertà oggettivi e neutrali, non frutto della cultura occidentale, affinchè diversi interessi possano avere voce. Internet è uno realtà moderna oltre che risorsa straordinaria che appartiene all’umanità intera e a cui tutti possono contribuire. Le persone dovrebbero essere messe in condizione di poter scegliere e di avere accesso ad un confronto. Il regime totalitario basato su un potere che si fa forte della repressione e della violenza non è legittimo e non può decidere per i singoli.
    Mara

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