ISPI Dossier
22 Gennaio 2018
Egitto, la difficile coabitazione – Background
  • Il lungo e travagliato processo elettorale dell’Egitto post-Mubarak si è concluso con la vittoria di Mohamed Mursi. Moursi, segretario di Giustizia e Sviluppo –ala politica del movimento dei Fratelli Musulmani – è il quinto presidente egiziano, il primo a non appartenere ai ranghi dell’esercito, e soprattutto il primo a provenire dalle file dell’islamismo militante. La vittoria è arrivata dopo un testa a testa con il rivale Ahmed Shafik, ultimo primo ministro dell’era Mubarak nonché esponente di spicco di quella classe militare che dai tempi del colpo di stato degli Ufficiali Liberi (1952) ha governato ininterrottamente il Paese. Mursi ha raccolto il 51,7% dei consensi, mentre il rivale Shafik si è fermato al 48,3%. In termini assoluti, lo scarto tra i due è stato di poco più di un milione di voti (13.280.131 per Mursi, 12.347.380 per Shafik).
  • I primi gesti politici del nuovo presidente sono stati volti a fornire rassicurazioni  agli osservatori internazionali: le dimissioni da segretario del partito Giustizia e Sviluppo e l’esplicitazione della volontà di rispettare tutti gli accordi conclusi dall’Egitto nel corso della propria storia (e il pensiero va soprattutto all’accordo di pace con Israele firmato nel 1979 a Camp David) rappresentano in questo senso una sorta di rassicurazione sulla direzione che prenderà l’Egitto in questo tormentato periodo post-rivoluzionario.
  • Ad offuscare lo scenario intervengono però le decisioni recentemente assunte dal Consiglio Supremo delle Forze Armate (SCAF):
    • 14 giugno: la Corte Costituzionale egiziana – composta da giudici direttamente provenienti dall’era Mubarak – dichiara incostituzionale la legge elettorale che ha portato alla formazione dell’attuale parlamento egiziano, sulla scorta del fatto che un terzo dei seggi riservati a candidati indipendenti è stato invece assegnato a candidati con affiliazioni partitiche. Sebbene dalla pronuncia della Corte Costituzionale poteva scaturire il solo obbligo di riassegnare il terzo dei seggi ai candidati indipendenti, lo SCAF ha deciso per lo scioglimento dell’intera Assemblea del Popolo (la camera bassa del parlamento, dotata però di considerevoli poteri). La decisione è stata interpretata come un tentativo da parte della classe militare di emarginare l’avanzata della componente islamista che, in seguito alle prime elezioni libere del Paese, aveva conquistato la maggioranza dei seggi in parlamento. Con la dissoluzione del parlamento, le funzioni legislative sono state assunte dallo SCAF, che le manterrà fino a quando non verrà eletta una nuova Assemblea del popolo.
    • 18 giugno: lo SCAF introduce una modifica alla Carta Costituzionale approvata lo scorso marzo; tale modifica affida allo SCAF il monopolio delle forze armate e degli affari militari. Al neo-eletto presidente  vengono dunque sottratte le prerogative di nominare gli ufficiali dell’esercito e il Ministro della difesa, nonché il potere di dichiarare lo stato di guerra o di ordinare il dispiegamento delle forze militari. Le modifiche alla Carta costituzionale danno poi allo SCAF il controllo sulle leggi di bilancio, oltre che il potere di nominare una nuova Assemblea costituente alla quale affidare il compito di redigere una nuova Carta costituzionale. Anche le condizioni dell’attuale Assemblea costituente sono infatti assai precarie: eletta nei giorni scorsi dal parlamento egiziano ora defunto, potrebbe essere sciolta sulla base della stessa decisione che ha portato allo scioglimento della camera bassa del parlamento.

Vedi il precedente Background sulle elezioni presidenziali egiziane – Maggio 2012

 

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