ISPI Dossier
22 Gennaio 2018
Siria, una crisi senza fine – Background

LE FORZE IN CAMPO

Il fronte interno

Il regime:  Il regime di Bashar al-Assad ha dimostrato fino ad ora una solidità granitica di fronte all’urto di un anno di proteste trasformatesi in parte in scontri armati. Tale solidità è riconducibile a due fattori: il primo è il totale accentramento dei principali poteri dello stato – militare, civile ed economico – nelle mani di poche famiglie e clan saldamente interconnessi tra loro attraverso legami pazientemente intessuti attraverso 40 anni di dominazione della famiglia Assad. Tale fattore è utile a spiegare come una soluzione su modello egiziano o tunisino sia impraticabile in Siria, non essendoci nella struttura statale alcun potere forte in grado di contrapporsi al presidente, come l’esercito in Tunisia ed Egitto. Gli alti gradi militari e i comandanti delle molteplici forze di sicurezza presenti nel paese sono infatti composti soprattutto da uomini provenienti da clan alauiti legati  agli Assad. Inoltre le divisioni meglio addestrate ed equipaggiate dell’esercito sono composte quasi esclusivamente da soldati alauiti fedelissimi al regime, rendendo così una defezione di massa simile a quella avvenuta in Libia molto improbabile.  Il mondo dell’economia è invece dominato da da una ristretta elite legata a Rami Makhlouf, cognato di Bashar al-Assad, e principale arbitro delle attività finanziarie ed economiche del paese specialmente in seguito alle liberalizzazioni avviate nel primo decennio degli anni Duemila.

Il secondo fattore che spiega la solidità del regime è la sua grande capacità di strumentalizzare le numerose divisioni etnico-religiose interne alla Siria, e di trasformare quella che inizialmente era nata come una protesta contro un regime corrotto e dittatoriale in uno scontro religioso e inter-etnico. In particolari gli alauiti, alcuni dei quali avevano in un primo tempo partecipato alle manifestazioni contro Assad, si sono progressivamente raccolti intorno al regime di fronte al carattere sempre più sunnita-islamista dell’opposizione. Lo stesso discorso vale per la minoranza cristiana e per quella sciita, le quali temono le possibili repressioni settarie che una eventuale salita al potere dei fondamentalisti islamici sunniti comporterebbe. Tale eventualità, nei fatti improbabile, viene paventata in continuazione dai media statali, i quali sono diventati una delle principale armi nelle mani della dittatura per fomentare le divisioni interetniche e promuovere il regime come l’unico potere in grado di garantire tutte le minoranze.

L’opposizione: le proteste, scoppiate sull’onda emotiva della Primavera araba e di atti di particolare brutalità del regime come la tortura dei bambini di Daraa’, hanno dovuto presto fare i conti con la pressoché totale mancanza di una opposizione organizzata antecedente all’inizio della rivolta. In Siria l’organizzazione delle opposizioni si è dovuta infatti coagulare velocemente a seguito dell’inizio delle proteste, fattore che ne ha determinato fortemente la mancanza di coesione e di credibilità politica. Al contrario, in Tunisia e Egitto, esistevano già movimenti di opposizione di molto antecedenti l’inizio della Primavera araba, come il movimento islamista tunisino el-Nahdha e i gruppi egiziani sorti dal movimento Kifaya.

La rivolta in Siria è stata caratterizzata, soprattutto all’inizio, da una grande frammentazione dovuta alla presenza di numerosi piccoli gruppi e comitati nati autonomamente nei villaggi e nei quartieri delle grandi città senza particolari connessioni fra loro. Dopo alcuni tentativi falliti, solo ad agosto 2011, durante una conferenza a Istanbul che raccoglieva i principali membri dell’opposizione siriana sia interna al paese che in esilio, si è riusciti a mettere le basi di una organizzazione, il Syrian National Council (Snc) che fungesse da “cappello” comune per i vari movimenti sorti dopo l’inizio della protesta.

A guidarlo in settembre è stato eletto Bhuran Ghalioun, un accademico residente in Francia, e uno dei protagonisti, nel 2000-2001 della cosiddetta “Primavera di Damasco”, ovvero quel movimento nato dalla temporanea libertà di opinione e di stampa concessa dal nuovo  presidente Bashar al-Assad, appena salito al potere in seguito alla morte del padre Hafez. Tale movimento, che secondo le promesse del giovane Assad avrebbe dovuto aprire la strada ad una nuova liberalizzazione politica della Siria, fu repentinamente soppresso durante il 2001, quando il regime capì di non poterne controllare le istanze riformatrici. I principale esponenti della Primavera di Damasco, fuggiti in esilio dopo la stretta repressiva del regime, sono ora rappresentati all’interno del Snc. Al loro fianco siedono i leader esiliati della Fratellanza musulmana siriana, espulsa dal paese in seguito alla sanguinosa repressione di Hama del 1982 (che costò tra i 15.000 e le 30.000  morti)  e ora sempre più maggioritaria nelle file dell’opposizione ufficiale.

Il Snc è stato duramente criticato per i repentini cambi di posizioni politiche durante la sua breve storia. In particolare in soli sei mesi è passato da una totale avversione a qualunque ingerenza esterna, soprattutto militare, ad un sostegno per un intervento Nato in aiuto dei ribelli. Al momento la politica del Snc è focalizzata nell’attirare supporto internazionale e aiuti per le forze armate dell’opposizione, il Free Syrian Army, e alla conseguente maggiore militarizzazione della rivolta.

L’unico altro gruppo degno di nota che rimane tuttora fuori dall’Snc è il Comitato di coordinamento nazionale per il cambiamento democratico (National Coordination Committe for Democratic Change,  Nccdc), una sigla che rappresenta la frangia più laica e di sinistra delle proteste contro il regime e che si oppone strenuamente a qualunque intervento straniero e all’uso della violenza nella rivolta. Il fatto che l’Nccdc abbia sede a Damasco, però, l’ha reso facile bersaglio per le critiche del Snc, che lo accusa di collaborazionismo con il regime, accusa che appare non del tutto infondata vista la relativa morbidezza con cui gli esponenti dell’organizzazione vengono trattati dalle autorità siriane.

Il contesto regionale

Con l’Egitto temporaneamente fuori gioco, sul piano regionale la partita siriana viene giocata dagli altri tre principali protagonisti dell’area mediorientale degli ultimi anni: Arabia Saudita (affiancata da tutti i paesi del Consiglio di Cooperazione del Golfo e in particolare dal Qatar), l’Iran e la Turchia, entrata prepotentemente nel gioco della politica mediorientale nell’ultimo decennio.

In particolare in Siria si gioca una delle principali partite della più che trentennale competizione tra monarchia saudita e Repubblica iraniana. Il regime di Damasco, infatti, è il principale alleato di Teheran nel mondo arabo, attraverso il quale ha sempre potuto esercitare la propria strategia politica nei teatri più caldi del Medio Oriente come la Palestina e il Libano. Attraverso il territorio e i servizi di sicurezza siriani sono infatti sempre transitati le relazioni e gli scambi di informazioni e di armi con Hamas e l’Hezbollah libanese.

Il terzo protagonista regionale del conflitto siriano è la Turchia. Ankara si è distinta nei primi mesi della rivolta per il suo attivismo a sostegno delle istanze dell’opposizione, ospitando sul proprio territorio le prime riunioni dei suoi leader. Il governo di Erdogan è stato infatti il principale protagonista nella formazione dell’Snc, favorendone inoltre apertamente le frange islamiste della bandita Fratellanza Musulmana siriana. Tra gli obiettivi della Turchia c’è prima di tutto la volontà di proporsi come leader del nuovo ordine mediorientale emerso dalla Primavera Araba, i cui paesi coinvolti guardavano, specialmente all’inizio, alla Turchia come modello per lo sviluppo democratico della regione. Oltre a ciò, vi era anche la volontà di tenere sotto controllo l’evoluzione della ribellione in Siria, onde evitare il possibile emergere di istanze indipendentiste tra le frange curde siriane in grado di “contagiare”  il Kurdistan turco, dove la mai risolta situazione di latente tensione è sempre pronta a trasformarsi in scontro aperto. Proprio questo secondo elemento ha portato a un progressivo arenarsi dell’attivismo di Ankara, specialmente dopo le esplicite minacce pervenute dagli ambienti curdi del PKK, e della sua controparte siriana, il Consiglio Nazionale Curdo (Cnc), il quale ha stretto una alleanza con il regime di Assad.

Il contesto internazionale

La guerra civile in Siria tra il regime di Assad e i ribelli trova un riflesso diplomatico nella diversità di vedute al Consiglio di Sicurezza dell’Onu. I cinque Paesi aventi diritto di veto sono divisi in due blocchi: da una parte, gli occidentali Stati Uniti, Francia e Gran Bretagna; dall’altra, le potenze emergenti Cina e Russia. Ciò che li differenzia è la divergente concezione di sovranità e comunità internazionale. Per gli occidentali, ciascuno Stato membro delle Nazioni Unite ha la responsabilità di proteggere il proprio popolo da atti violenti, crimini di guerra e repressioni sanguinarie condotte dalle autorità nazionali. Laddove quest’ultimi non risultino in grado, né volenterosi, di adempiere a tali obblighi, la comunità internazionale ha il diritto (se non il dovere) di assicurare alle popolazioni una efficace protezione. Di fatto, ciò vuol dire interferire negli affari interni di uno Stato. Ed è proprio a questo principio che Cina e Russia si oppongono. Per loro, il principio vestfaliano dell’inviolabilità della sovranità ha, e deve avere, la precedenza su qualsiasi tentativo di ingerenza, sia essa umanitaria o meno, da parte di una “comunità internazionale” che rispecchia i valori occidentali. Per Mosca, però, c’è altro. La Siria è un suo alleato fondamentale in Medio Oriente, in grado di garantire, a livello strategico, un accesso ai mari caldi alla flotta russa e, diplomaticamente, di occupare una posizione centrale nel determinare gli equilibri della regione. Per il Cremlino, mantenere aperta la via per Damasco consentirebbe così di poter influenzare, più o meno (in)direttamente, la relazione speciale tra il regime di Assad e l’Iran degli Ayatollah.


CRONOLOGIA ESSENZIALE

Marzo – Aprile 2011
Il 24 marzo, il “Giorno della Dignità”, a Damasco si radunano migliaia di manifestanti per chiedere la liberazione dei numerosi detenuti politici. Un mese dopo, il 28 aprile, è il “Giorno della Rabbia”. Proteste si tengono a Deraa. Le forze dell’ordine sparano sulla folla radunatasi tra le vie della città. Il regime decreta il rilascio di alcuni prigionieri, mentre annuncia misure concilianti per tentare di calmare la protesta. Assad rimuove il governo. Intanto, però, accusa i manifestanti di essere mossi da Israele. Lo stato di emergenza, proclamato nel 1963, è annullato.

Maggio 2011
L’esercito entra con i carri armati a Deraa, Banyas, Homs e nei sobborghi di Damasco per reprimere le incessanti proteste contro il regime. Gli Stati Uniti annunciano sanzioni economiche in risposta alle azioni sanguinarie attuate dalle forze armate siriane. Pochi giorni dopo, l’Unione Europea si allinea a Washington. Assad annuncia un’amnistia per tutti i prigionieri politici.

Giugno 2011
Fonti governative riferiscono che a Jisr al-Shughour 120 membri delle forze dell’ordine sono stati uccisi da una “gang armata”. L’esercito assedia la città, e più di diecimila abitanti fuggono verso la Turchia. Assad promette di avviare un “dialogo nazionale” sulle riforme. Gli ispettori dell’IAEA riferiscono al Consiglio di Sicurezza dell’ONU di un presunto e dichiarato programma nucleare siriano. La struttura che avrebbe dovuto ospitare il reattore, però, era stata distrutta negli anni precedenti da un raid israeliano.

Luglio – Agosto 2011
Assad rimuove il governatore della provincia di Hama, fortemente scossa da proteste e dimostrazioni di massa, ed invia le truppe a restaurare l’ordine anche a costo di provocare centinaia di vittime. I rappresentanti dei ribelli si ritrovano ad Istanbul per creare un organo per unificare la voce delle fazioni di opposizione: è il Consiglio Nazionale Siriano. Parallelamente, viene fondato il Free Siryan Army per contrastare militarmente le forze del regime. Il Presidente americano, Obama, chiede ad Assad di abbandonare la carica di capo dello Stato.

Ottobre 2011
Il nuovo Consiglio Nazionale Siriano annuncia di avere formato ufficialmente un fronte di opposizione interna, comprendente anche gli esiliati politici all’estero. Al Palazzo di Vetro di New York inizia una battaglia diplomatica: Cina e Russia decidono di porre il veto alla risoluzione ONU, proposta dai Paesi occidentali (USA, Gran Bretagna e Francia), che condanna la repressione in atto in Siria.

Novembre 2011
La Lega Araba sospende la Siria come Stato membro dell’organizzazione, accusandola di incapacità ad elaborare un piano per pacificare il Paese. La stessa Lega presenta un piano che prevede la deposizione di Assad e decide di sanzionare economicamente Damasco. Il Free Siryan Army attacca una base dell’esercito nazionale nei pressi di Damasco. Sostenitori di Assad assaltano numerose ambasciate straniere nella capitale siriana.

Dicembre 2011
Le Nazioni Unite dichiarano che il conto delle vittime della repressione supera quota cinquemila. La Siria accetta la proposta della Lega Araba di introdurre sul territorio alcuni osservatori dell’organizzazione per verificare la natura della protesta e della repressione: migliaia di manifestanti si radunano a Homs per accoglierli. Attentati terroristici nel centro di Damasco causano circa cinquanta morti: l’opposizione sospetta che siano stati pianificati dal regime. La tv di Stato annuncia che 700 detenuti politici sono stati liberati.

Gennaio – Febbraio 2012
Nuovi atti terroristici, condotti da attentatori suicidi, colpiscono il centro di Damasco. Il governo promette di rispondere con il “pugno di ferro”. La Lega Araba decide di ritirare i suoi osservatori: le violenze repressive continuano o, ancor peggio, si intensificano. A Tunisi, la comunità internazionale si raduna per la prima conferenza di coordinamento sulla questione siriana: sul modello libico, viene rinominata in “Amici della Siria”. Emergono però divergenze tra i partecipanti: l’Arabia Saudita abbandona il summit prima della conclusione, denunciando l’assenza di risolutezza nel sostenere materialmente i ribelli.

Marzo – Aprile 2012
L’esercito siriano riconquista la città di Baba Amr, nel distretto di Homs, precedentemente occupata dai ribelli; in punizione, vengono condotti massacri tra i civili che sostenevano l’opposizione. In molti decidono di rifugiarsi in Libano. Il Consiglio di Sicurezza dell’ONU annuncia di sostenere il piano di pace elaborato dall’inviato delle Nazioni Unite in Siria, Kofi Annan. Cina e Russia decidono di sostenere tale piano solo dopo importanti modifiche, che lo indeboliscono. Lo stesso Consiglio di Sicurezza emana poi una dichiarazione non vincolante di condanna delle violenze in Siria. Dal punto di vista diplomatico, si tiene una seconda conferenza degli “Amici della Siria”, ad Istanbul, e un vertice della Lega Araba a Baghdad. Entrambe terminano in un nulla di fatto.

I SEI PUNTI DEL PIANO ANNAN*

1.  Fine delle violenze. D’accordo con Annan, la Siria aveva stabilito per le 3 del mattino del 10 aprile, ora di Londra – le 6 di Damasco – l’orario del cessate il fuoco. L’opposizione si era impegnata a deporre le armi esattamente 48 ore dopo. In un anno, secondo l’Onu, i morti sono stati più di novemila.
2.  Mettere in atto un processo politico aperto, orchestrato dai siriani, per fare fronte alle preoccupazioni legittime della popolazione; la scelta, inoltre, di un interlocutore designato quando richiesto da Annan. L’ex segretario delle Nazioni Unite non chiede più la deposizione di Assad, condizione prevista invece dal piano precedente della Lega Araba.
3.  Invio di aiuti in tutte le zone colpite dai combattimenti e una tregua umanitaria di due ore al giorno; un lasso di tempo, cioè, in cui ci sia la possibilità di portare soccorso ai feriti. Secondo l’Onu, i rifugiati siriani sono 39.000. 200.000 il numero dei profughi per la Mezzaluna Rossa.
4.  Rilascio delle persone arrestate arbitrariamente, in particolare quelle delle categorie più vulnerabili e quelle coinvolte in attività politiche pacifiche; inoltre, la comunicazione della lista delle prigioni e il libero accesso a esse.
5.  Libertà di circolazione in tutto il paese per i giornalisti e messa in atto di una politica non discriminatoria per il rilascio dei visti.
6.  Impegno da parte delle autorità siriane a rispettare la libertà di associazione e il diritto di partecipare a manifestazioni pacifiche.

*tratto da euronews.it

 

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