ISPI Dossier
21 Febbraio 2018
Iran-Israele: ultimo avviso? – Scenario

A. Iran potenza nucleare

L’ipotesi futura di un Iran dotato di armamenti nucleari sarebbe innanzitutto favorita dalla posizione contraria presa da Russia e Cina sulla possibilità di un intervento contro il regime iraniano. Questa posizione sarebbe già di per se un importante deterrente all’azione militare israeliano e ad un eventuale appoggio degli Stati Uniti. Ad oggi, anche a seguito del rapporto redatto dall’AIEA, non sussistono elementi certi per ritenere che il programma nucleare iraniano sia condotto al precipuo scopo di dotare Teheran di un proprio arsenale nucleare, seppure questa appaia un’ipotesi credibile. Nel caso in cui ciò avvenisse, tuttavia, è possibile ipotizzare nuovi scenari per il medio oriente non necessariamente catastrofici. Da più parti, infatti, si è sostenuto che il raggiungimento dello status di potenza nucleare da parte dell’Iran potrebbe al contrario consentire all’intera regione, che sta attraversando una fase di particolare instabilità, di raggiungere un nuovo punto di equilibrio nei rapporti tra i principali attori basato sul principio della deterrenza. In quest’ipotesi, infatti, la posizione dell’Iran nella regione (che vede già il Pakistan e l’India dotati di capacità nucleari) si rafforzerebbe sensibilmente sopendo i timori di un possibile attacco militare israeliano o americano. I precedenti, anche recenti, a sostegno di questa possibilità non mancano e sembrano anzi aver impresso una decisa accelerazione al programma nucleare iraniano a partire dal 2003. Il riferimento è innanzitutto al caso della Corea del Nord. Inserita da G. W. Bush, nel 2002, nel c.d. Asse del Male, Pyongyang riuscendo a dotarsi dell’atomica ha di fatto neutralizzato le possibilità di interferenze esterne in grado di minacciare la propria stabilità politica come dimostrato dai due episodi dell’affondamento della corvetta Cheonan nel marzo 2010 e dal bombardamento dei villaggi sull’isola di Yeonpyeong nel novembre successivo di fronte ai quali tanto la Corea del Sud quanto gli Stati Uniti non hanno adottato ritorsioni concrete. Dalla nuova prospettiva di potenza nucleare, l’Iran si troverebbe forse a dover rivedere in senso più moderato le linee della propria azione politica sulla scena internazionale in virtù delle accresciute responsabilità connesse al conseguimento di tale status.

B. Attacco Militare Israeliano

Un’azione preventiva da parte di Israele offrirebbe il pretesto per una controreazione iraniana –pensiamo a Hamas e Hezbollah, ma non solo – dalle proporzioni al momento incalcolabili e certamente dannosa sia ai già precari equilibri dell’area che alla sicurezza interna del Paese. Il risultato sarebbe molto probabilmente l’attivazione di una pericolosa spirale di violenza che finirebbe probabilmente col favorire in Iran il rafforzamento di tendenze conservatrici a danno proprio di quei movimenti moderati al momento presenti sulla scena nazionale. Si assisterebbe a un improvviso compattamento dell’opinione pubblica a favore di pasdaran e ayatollah proprio nel momento in cui la Repubblica Islamista si trova, in pieno clima di agitazione post primavera araba, ai minimi storici in termini di legittimità popolare. Non è nemmeno da escludere la possibilità di  un coinvolgimento dei paesi del Golfo che in passato più di altri, per motivi di rivalità storica (sunniti/sciiti), hanno spinto per l’adozione di politiche di contenimento e punizione dell’Iran. Una rappresaglia militare rivolta contro gli interessi arabi e occidentali nella regione del Golfo persico – in primis, Emirati Arabi e Kuwait obiettivi più sensibili – aprirebbe inevitabilmente le porte a un coinvolgimento dell’Arabia Saudita e degli Stati Uniti, con inevitabili ripercussioni a livello globale. L’allargamento del conflitto andrebbe immediatamente a incidere sui mercati energetici mondiali: il prezzo del petrolio rischierebbe di raggiungere soglie estremamente alte, dannose per le già fragili economie occidentali. Un attacco israeliano, seppure conseguisse gli obiettivi della distruzione dei siti nucleari, lungi dall’arrestare il programma di arricchimento dell’uranio, darebbe al contrario un grande input alla specifica missione di dotare il Paese di armi atomiche, dilazionandone solamente i tempi, perché questa rimarrebbe de facto l’unica garanzia contro un ulteriore attacco futuro. L’aggressione esterna offrirebbe infatti lo strumento per dare legittimazione giuridica alla ricerca finalizzata alla realizzazione della bomba atomica, priorità finora esclusa (formalmente) dalle autorità iraniane.

C. Nuove sanzioni e ripresa delle negoziazioni

La diversità di posizioni sulla questione del nucleare iraniano potrebbero trovare comunque un minimo comune denominatore. Gli Stati Uniti e la Gran Bretagna non sembrano escludere la possibilità di un attacco militare a Teheran, ma continuano a credere nell’efficacia di una nuova serie di sanzioni internazionali. La Germania e la Francia giudicano invece impensabile un attacco, ma sarebbero pronti ad un inasprimento delle sanzioni. Alla fine anche Russia e Cina potrebbero cedere all’imposizione di nuove sanzioni per evitare le pericolose conseguenze di un attacco israeliano. Le minacce israeliane di un raid preventivo, come sostenuto da più parti potrebbero essere un bluff, ma le conseguenze di un eventuale attacco, sarebbero troppo pericolose  per correre il rischio, e questo costringerebbe le altre potenze a continuare le pressioni sull’Iran per tenere sotto controllo il fattore Israele.

Anche il fronte interno potrebbe favorire questa soluzione. La tensione e l’isolamento internazionale del regime potrebbe indebolire il Presidente Ahmadinejd e favore di una centralità del ruolo dell’Ayatollah Khamenei. Inoltre, l’ondata di rivolgimenti che ha investito nel corso dell’ultimo anno il Maghreb e il Medio Oriente ha prodotto un effetto destabilizzante anche sulla Repubblica islamica iraniana. I delicati equilibri interni sono stati messi alla prova dalla ricettività della giovane popolazione (età media inferiore ai ventisette anni) già portatrice di un malcelato desiderio di rinnovamento. Questa  fragilità del regime degli Ayatollah è acuita anche dalla crescente contrapposizione interna al fronte ultraconservatore che vede contrapposti il Presidente Ahmadinejd e la guida spirituale della nazione, l’Ayatollah Khamenei. Lo scontro è diventato feroce negli ultimi mesi, fino allo scoppio di un clamoroso scandalo che vedrebbe coinvolto il braccio destro del Presidente in carica Esfandiar Rahim Mashaie. In considerazione di questo quadro generale, le elezioni parlamentari del 2012 e poi quelle presidenziali del 2013 costituiranno un banco di prova importante per un’intera classe politica sempre più incalzata da un movimento politico giovanile che già in passato ha dimostrato la sua forza (si pensi alla nascita nel 2009 del c.d. Movimento Verde). Un cambio di leadership potrebbe costituire un punto di svolta nelle difficoltose negoziazioni relative al programma nucleare iraniano. Anche senza arrivare a ipotizzare una vera e propria svolta moderata nel Paese, pare ragionevole ritenere che, nel tentativo di mantenere il potere e, contemporaneamente, di placare il risentimento di parte della popolazione, l’attuale classe dirigente possa infine mostrarsi più accondiscendente sul tavolo del nucleare per concentrarsi sulla cruciale questione del ricambio generazionale della classe dirigente politica.

 

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