ISPI Dossier
21 Febbraio 2018
Primavera araba: test Tunisia – Scenario

Le elezioni che si tengono il 23 ottobre per rappresentano una tappa fondamentale per il successo della transizione politica in Tunisia, primo paese della “Primavera araba” a confrontarsi con l’esito delle urne per decidere la composizione delle futura assemblea costituente. L’ipotesi più probabile è che possa emergere una maggioranza relativa del partito islamico Enhada, che comunque dovrà trovare forme di accordo, che già ora si prospettano difficili, con alcuni degli altri numerosi partiti che compongono il quadro politico del paese. Infatti, il processo di legalizzazione di molti partiti all’indomani della caduta del regime e la creazione di nuovi, hanno comportato un allargamento e una frammentazione molto vasta del panorama politico nazionale.

Scenario A – Il fallimento della transizione

In Tunisia, manifestazioni e scontri sono proseguiti ininterrottamente fino alla vigilia delle elezioni. Le cause sono legate alle difficoltà del governo nel guidare la transizione e nella reticenza del sistema giudiziario nel perseguire i membri del regime di Ben Ali e smantellare i loro centri di potere economico. In questo quadro è possibile che scontri e proteste proseguano se non verranno date risposte concrete alle richieste della popolazione. Tuttavia, difficilmente  un nuovo governo ad interim, frutto di molti compromessi politici, potrà fornirle. Secondo i sondaggi nessuno dei partiti sembra poter ottenere un numero di seggi tale da assicurarsi una maggioranza all’interno dell’assemblea.  La formazione di eventuali blocchi di alleanze, che si potranno eventualmente delineare solo all’indomani del voto, apre scenari piuttosto incerti riguardo alla scelta del nuovo presidente e del nuovo primo ministro. Gli uomini del vecchio regime, soprattutto chi non aveva ruoli di primo piano, rimangono ancora attivi non solo nell’economia ma anche in politica, avendo costituito nuovi partiti che si presenteranno alle prossime elezioni. Il risultato potrebbe essere una sorta di paralisi delle decisioni, sottoposte al veto incrociato di più parti.

Ad aggravare questa situazione potrebbero sopraggiungere nuove difficoltà economiche: la contrazione economica nel primo semestre del 2011 è stata di circa il 2% e le previsioni per il secondo semestre sono di una crescita che si potrebbe attestare tra lo 0,2% e l’1%. Gli investitori e gli operatori economici stanno adottando un atteggiamento wait and see e difficilmente potranno mutarlo all’indomani delle elezioni per la Costituente. Inoltre l’ampliamento del deficit nel saldo delle partite correnti, soprattutto legato al calo dei flussi turistici, la diminuzione sostanziale degli IDE e delle rimesse dall’estero, rende più incerta la ripresa economica. Dipenderà dall’aiuto finanziario di alcuni attori internazionali, Banca Mondiale, UE e Banca Africana per lo sviluppo, la capacità della Banca Centrale Tunisina di ricorrere ampiamente alle sue riserve di valuta straniera per frenare un eventuale nuovo allargamento del deficit.

Se questa transizione dovesse fallire e l’instabilità politica prolungarsi, si riaprirebbero spazi per un controllo del paese da parte dei militari – con relativi nuovi governi manipolati – o per ulteriori sommovimenti il cui esito sarebbe di difficile previsione.

Scenario B – Democratizzazione nel segno del populismo islamico

Se le elezioni del 23 ottobre si svolgeranno regolarmente, l’Assemblea Costituente potrà godere di una forte legittimazione e sarà il primo organismo politico della transizione ad avere un mandato popolare. L’accordo tra gli 11 principali partiti tunisini per limitare il mandato assembleare a un anno e indire nuove elezioni entro l’ottobre del 2012 lascia presagire la volontà di una cooperazione reale tra tutte le forze politiche nel portare a termine con successo il processo di transizione. La costituzione di una piattaforma comune tra le forze politiche come requisito essenziale per scrivere le nuove regole costituzionali e ridefinire l’assetto istituzionale del Paese non appare improbabile.

Il possibile successo elettorale del partito Ennahda costituirebbe un importante banco di prova per “l’Islam politico” e della promozione di alcuni suoi valori tramite una partecipazione attiva della cittadinanza. Nonostante la leadership di Ennahda abbia in più occasioni sottolineato l’impegno a non modificare la legislazione tunisina in senso islamista, permangono forti preoccupazioni sull’evoluzione in senso conservatore che il partito potrebbe avere nel caso in cui ricevesse un ampio consenso popolare nelle elezioni. La composizione interna del partito rimane estremamente variegata: si ritrovano moderati ed estremisti. I secondi sembrano aver lasciato la parola ai primi in queste settimane, ma potrebbero uscire dall’ombra dopo le elezioni. Gli episodi di violenza messi in atto da alcune centinaia di salafisti negli ultimi giorni (protesta all’Università di Sousse per la non-ammissione di una ragazza completamente velata e tentativo di incendio della sede della rete televisiva “modernista” Nessma in seguito alla trasmissione del film franco-iraniano Persepolis, giudicato blasfemo) sono stati condannati da Ennahda, che ha però tentato di minimizzare l’accaduto.

Tuttavia, la possibilità di estendere alla Tunisia “il modello turco”, con un partito di chiara ispirazione islamica  al governo, ma inserito nella dialettica democratica interna e legittimato dai più importanti attori internazionali, segnerebbe probabilmente un punto di svolta importante per il futuro politico dei paesi arabi. Sarebbe il superamento del trade off tra Islam politico e democrazia, che l’esperienza algerina e il successo elettorale di Hamas nei Territori Palestinesi sembravano indicare come insuperabile, anche se i riferimenti politici rimarrebbero ancora lontani dal modello di democrazia liberale occidentale.

Proprio il piano economico potrebbe aiutare i nuovi governanti. Nonostante le difficoltà che il paese sta attraversando la condizione strutturale dell’economia tunisina è sana e lascia presagire concrete possibilità di ripresa. Il paese ha continuato a crescere negli ultimi anni nonostante l’alto grado di concentrazione di oligopoli e di corruzione. Nonostante la grave contrazione economica il PIL, attualmente sotto l’1%, dovrebbe tornare ad attestarsi al 3% nel 2013, per raggiungere un 5% nel 2015.  Il “populismo islamico” emergente potrebbe tradursi in una lotta alla corruzione e in una moralizzazione del paese anche in economia che faciliterebbe lo smantellamento di oligopoli e lo sradicamento delle pratiche di clientelari  del vecchio regime, favorendo tra l’altro l’emergere di una media eclasse imprenditoriale che, sull’esempio di quella turca, riesca a coniugare valori religiosi tradizionali con l’economia di mercato.

 

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