ISPI Dossier
24 Gennaio 2018
SCENARIO
La risposta internazionale alle emergenze:
united or divided?



Già a partire dall’immediato dopo-terremoto di Spitak (Armenia, 1985), dopo ogni grande operazione di aiuto umanitario la comunità dell’assistenza internazionale si è raccolta in momenti di riflessione sugli insegnamenti da trarre. Il quadro generale che emerge da queste riflessioni non è particolarmente confortante. Tre ipotesi si profilano all’orizzonte.

Status quo. Alcune lezioni appaiono infatti come lezioni non apprese, certi errori operativi sembrano essere commessi ad ogni nuova operazione di soccorso e certe attitudini o comportamenti contraddicono in pieno le stesse raccomandazioni che vengono riformulate ogni volta. Un pessimista sarebbe quindi autorizzato a guardare al futuro con preoccupazione: uno status quo nel quale i problemi cronici che pesano sulla risposta internazionale ai terremoti sembrano permanere, assumere nuove dimensioni e se possibile diventare ancora più seri.

Autoregolazione. Eppure, va riconosciuto che ci sono segni di miglioramento. Per esempio, gli sforzi di auto-regolazione compiuti durante gli ultimi vent’anni dalla comunità delle squadre di ricerca e soccorso attraverso la loro associazione internazionale INSARAG (International Search and Rescue Advisory Group) hanno portato notevoli progressi. L’adozione delle Linee Guida INSARAG, per esempio, è un grande passo in avanti. Si tratta di una serie di principi operativi e raccomandazioni tecniche che hanno fatto crescere il livello generale di questa disciplina, livellando le pratiche dei teams professionali su uno standard più alto ed aiutando ad eliminare i teams non professionali, gli amatori ed i perditempo potenzialmente dannosi. Sforzi simili di auto-regolazione sono stati compiuti, con vari livelli di successo, dall’intera comunità umanitaria, per esempio attraverso l’ambizioso Progetto SPHERE. Si tratta qui di un corposo insieme di standard minimi umanitari ed indicatori associati, sviluppato congiuntamente ed adottato da oltre 450 organizzazioni, che si trova oggi alla terza revisione è che è diventato il vero documento di riferimento tecnico per tutta la comunità. Dal successo di queste ed altre iniziative si evince quindi che miglioramenti sono possibili sul come del coordinamento umanitario.

Assistenza e guida dei militari. Il decidere sul chi, cosa, dove e sul quando nella concitata risposta di emergenza ai terremoti rimane invece per il momento un affare parecchio confuso e frustrante. Costruito su fondamenta friabili (il mandato di “solo consenso” per le Nazioni Unite e le scarse capacità di coordinamento da parte dei paesi colpiti), questo processo sembra pronto per essere carpito dagli “ultimi arrivati” sulla scena umanitaria internazionale. La risposta allo tsunami dell’Asia sudorientale, al terremoto del Pakistan e, specialmente, al recente terremoto di Haiti sembrano indicare chiaramente un ruolo sempre maggiore dei militari non solo nella logistica e negli aiuti di emergenza, ma anche nel dirigere e coordinare l’assistenza internazionale. Questi sviluppi hanno già attirato feroci critiche e reazioni virulente da parte di molti attori di primo piano. Rimane da capire se queste critiche verranno sedate dal “peso” stesso dei militari e dalla determinazione dei politici nei loro paesi, quella stessa combinazione di forze che ha imposto il concetto delle Missioni Integrate (cioè missioni che combinano l’elemento politico, militare ed umanitario sotto un unico cappello direttivo) a crisi come quella in Afghanistan, in Sierra Leone o in Liberia. Le Missioni Integrate erano state accolte con lo stesso scetticismo e la stessa furia, ma sono arrivate per rimanere.

Al di là delle discussioni dottrinali, comunque, la cosa più importante è che l’assistenza internazionale rimanga centrata sulle vittime. Il coordinamento deve mirare ad aumentare l’efficacia (il fare le cose giuste) e l’efficienza (il fare le cose bene) dell’aiuto umanitario, misurate dall’impatto che questo aiuto ha sulla popolazione. Non bisogna che un settore della popolazione o un settore tecnico di assistenza rimangano scoperti, così come non bisogna che lo stesso settore venga coperto da più attori contemporaneamente. Questo, e soltanto questo, sarà il metro con cui verranno valutati i sistemi di coordinamento del futuro.

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1 commento »

  1. Vorrei ricordare che il cosi detto “terremoto di Spitak” avvenne il 7 dicembre del 1988 e non nel 1985 come cita l’articolo.

    http://www.ideambienteweb.apat.it/site/it-IT/Sezioni/Articoli/Documenti/2009_10_09_art_armenia.html?contentid=619

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