ISPI Dossier
24 Gennaio 2018
“Nuova” Palestina, la svolta impossibile – Background

L’Autorità Nazionale palestinese ha confermato negli ultimi giorni che il 20 settembre chiederà all’Assemblea generale dell’Onu il riconoscimento della Palestina come stato indipendente e sovrano. Se Abu Mazen andrà fino in fondo, la richiesta di diventare il 194° stato sovrano riconosciuto dalle Nazioni Unite dovrà essere valutata dal Consiglio di sicurezza. Gli Stati Uniti hanno già dichiarato che vi si opporranno e questo sarebbe sufficiente a far decadere la piena sovranità. Il dossier passerà però all’Assemblea generale che potrà votare la promozione della Palestina da “entità” a “stato non membro”. Questo comunque comporterebbe l’acquisizione delle prerogatice che il diritto internazionale riconosce agli stati, come ad esempio quello di adire alla Corte Penale Internazionale, pur non avendo piena rappresentanza alle Nazioni Unite.

Lo stallo nelle trattative dei negoziati con Israele

Il voto all’Assemblea generale delle Nazioni Unite arriva dopo quasi dieci anni di stallo  dei negoziati tra israeliani e palestinesi, ed è il risultato della crescente frustrazione dei palestinesi nei confronti di un processo di pace che ormai considerano come inconcludente. Negli ultimi anni le trattative sono state di fatto interrotte, in parte a causa del conflitto interno ai palestinesi – che ha visto opporsi Fatah e Hamas –, in parte a causa dell’incapacità delle parti di accordarsi sulle precondizioni delle trattative. Il rifiuto israeliano di fermare la costruzione degli insediamenti di coloni nella Cisgiordania e il ruolo politico di Hamas, che si rifiuta di riconoscere Israele, si sono rivelati ostacoli finora insormontabili. Di conseguenza, molti nella leadership palestinese si sono convinti che, nelle attuali condizioni, la via delle trattative sia un vicolo cieco. Questa visione è stata rafforzata dalla convinzione che gli Stati Uniti siano troppo arrendevoli nei confronti dell’intransigenza israeliana. La decisione americana a febbraio scorso di affondare la risoluzione del Consiglio di sicurezza contro la costruzione degli insediamenti israeliani in Cisgiordania, nonostante questi siano considerati illegali dal diritto internazionale, ha confermato le convinzioni e i timori della leadership palestinese.

La primavera araba e il conflitto israelo-palestinese

Lo scoppio della “primavera araba” ha contribuito al senso di urgenza della leadership palestinese, conscia del nervosismo latente tra la propria popolazione. Per quanto sostanzialmente sporadiche e isolate, le manifestazioni di piazza hanno convinto i leader palestinesi della necessità di riaffermare la propria credibilità e legittimità con dei risultati concreti, tra cui la tuttora incompleta riconciliazione tra Hamas e Fatah, e sbloccare l’impasse dei negoziati con Israele. Secondo l’Olp la richiesta di riconoscimento è una strategia per aggirare gli ostacoli provocati dall’intransigenza israeliana. Secondo la posizione ufficiale, i palestinesi si prefiggono di convincere nuovamente gli israeliani a sedersi al tavolo delle trattative.

La posta in gioco all’ONU

La strategia palestinese si pone due distinti obiettivi. In primo luogo si mira a ottenere il riconoscimento formale di uno stato palestinese all’interno delle frontiere precedenti all’occupazione israeliana del 1967. Le rivendicazioni palestinesi si basano sui successi nel campo del rafforzamento istituzionale e amministrativo dell’Autorità nazionale palestinese ottenuti da Mahmūd Abbās e Salam Fayad negli ultimi anni. Questi successi sono stati infatti riconosciuti da FMI e Banca Mondiale, che lo scorso aprile hanno dichiarato che la Anp era pronta per amministrare uno stato sovrano. Malgrado il riconoscimento formale da parte della comunità internazionale difficilmente potrà migliorare le condizioni delle popolazioni che vivono all’interno dei territori occupati, i palestinesi sperano che un’eventuale garanzia internazionale delle frontiere possa tutelarli maggiormente da ambizioni territoriali israeliane sugli insediamenti di coloni nella Cisgiordania. Molti palestinesi, infatti, temono che il permissivismo della amministrazione Netanyahu nei confronti della costruzione di insediamenti sia motivata da ambizioni espansionistiche. In questo senso, il proliferare degli insediamenti avrebbe come scopo la creazione di un rapporto demografico favorevole agli israeliani, che in tal modo giustificherebbe le loro pretese su certe aree della Cisgiordania, in particolare attorno a Gerusalemme est. Il riconoscimento delle frontiere del ’67, quindi, sarebbe una contromossa intesa a fissare le dimensioni del futuro stato palestinese, garantendo compensazioni territoriali in cambio di ogni eventuale annessione da parte israeliana.

Il secondo punto consiste nel raggiungimento dello status di paese membro delle Nazioni Unite, con l’obiettivo di godere appieno delle prerogative della statualità garantite dal diritto internazionale e dallo Statuto delle Nazioni Unite. In caso di riconoscimento, i territori occupati sarebbero ufficialmente protetti dall’Art. 2 della Carta Onu, che proibisce l’annessione di territori sovrani con l’uso delle armi.

Un’ altra conseguenza del riconoscimento riguarda il diritto palestinese di richiedere l’intervento della Corte Penale Internazionale. Finora, questa prerogativa è stata negata ai palestinesi in quanto la Corte ha giurisdizione solamente su stati sovrani. Tuttavia, il riconoscimento permetterebbe all’Autorità palestinese di rientrare a pieno titolo sotto la giurisdizione della Corte. Questo permetterebbe ai palestinesi di appellarsi alla Corte sui casi di violazioni di diritti umani da parte delle forze di sicurezza israeliane nei Territori occupati.

In ultima analisi, la strategia palestinese mira a riequilibrare i rapporti di forza con i loro interlocutori nelle future trattative.

La posizione della comunità internazionale

Il riconoscimento dello stato palestinese incontra il favore di una solida maggioranza dei membri dell’Onu. 116 stati su 192 (oltre il 60%) hanno già riconosciuto lo stato palestinese e Abbās conta di raggiungere quota 135 in tempo per il voto, così da raggiungere l’implicito sostegno di due terzi dei membri dell’Assemblea Generale. I palestinesi godono di maggior sostegno fuori dall’Europa, specialmente in America Latina, Africa e Asia. Spiccano tra le eccezioni Messico, Giappone, Corea del Sud, Tailandia e Australia, mentre le potenze emergenti (i BRICS – Brasile, Russia, India, Cina e Sud Africa), che attualmente siedono tutte al Consiglio di Sicurezza, sono  favorevoli al riconoscimento. L’Europa è la più divisa, nonostante i tentativi di Alto rappresentante per la politica estera e di difesa dell’Unione europea Catherine Ashton di trovare una posizione comune per l’Ue. Se Spagna, Cipro, Grecia e Malta hanno già espresso la propria posizione in favore del riconoscimento, Italia, Repubblica Ceca, Portogallo e Germania si sono espressi in senso contrario. Le sorprese potrebbero venire da Francia e Gran Bretagna, che non si sono schierate apertamente per il ‘no’ preferendo aspettare di leggere i dettagli della risoluzione, con i francesi che si sono addirittura dimostrati possibilisti. Giovedì 9 settembre, gli Stati Uniti hanno ufficialmente dichiarato che eserciteranno il loro potere di veto contro la risoluzione nel caso i palestinesi richiedessero una risoluzione al Consiglio di Sicurezza. Il veto americano di fatto esclude la possibilità che i palestinesi possano ottenere il riconoscimento pieno, ma questi ultimi potrebbero ancora sperare in una soluzione di compromesso che giunga a concedere alla Palestina lo status di “stato non-membro”.

 

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