ISPI Dossier
21 Febbraio 2018
Un modello turco per il mondo arabo? – Forum

Un modello turco per il Medioriente?

Fawaz Gerges (London School of Economics): “L’unico efficace modello politico in Medio Oriente è quello turco. Non c’è nient’altro. Il secondo passo delle proteste arabe sarà l’attenzione al modello turco che sposa i valori islamici e quelli della democrazia come forma universale di governo”

Fadi Hakura (Chatham House, Londra): “Non c’è dubbio che l’esempio della Turchia può essere una fonte di ispirazione in Tunisia o in Egitto, ma se un paese arabo dovesse prendere la Turchia come modello, ci vorrebbero decenni per emulare il suo sviluppo politico ed economico. Per questo è improbabile che l’esito delle crisi conduca a ciò.”

 

2 commenti »

  1. Piacerebbe molto a tutti noi se le cose andassero così. Però non possiamo dimenticare che il modello turco è arrivato dopo ottant’anni di regime quasi democratico e ferocemente laico inaugurato da Kemal, all’insegna dell’occidentalizzazione della società. Nulla di tutto ciò è avvenuto nei paesi musulmani interessati dai disordini, paesi le cui popolazioni non hanno alcuna cultura liberale nè laica. Non mitizziamo inoltre il modello turco. La Turchia ha smesso di guardare all’Europa e sta facendo la sua politica di potenza in Medio Oriente ed Asia Centrale, cavalcando i sentimenti anti-occidentali e avendo chiuso le buone relazioni con Israele. Non dimentichiamo infine la legge di Murphy: if something may go wrong, it will. Meglio essere preparati al peggio.

  2. Concordo pienamente con il Prof. Hakura.
    Pure se la Turchia rappresenta un esempio illuminante di Islam moderato che potrebbe trainare verso un modello democratico i Paesi arabi, mi sembra un pò troppo voler prospettare, imponendolo, un tale modello nei Paesi dell’area.
    Premetto che le mie considerazioni nascono dallo studio delle vicende che hanno caratterizzato l’Impero Romano.
    Tacito, che pur voleva condurre la sua indagine <>, se la prendeva prima che con la plebaglia informe che voleva solo <> con se stesso che non si riteneva in grado di individuare, per la sua gente, un modello che potesse indirizzarli verso forme di compartecipazione per il passaggio ad una forma di governo nuova, che non li appiattisse a mere pedine dell’Imperatore ma li ponesse quali elementi imprenscindibili di una realtà vitale e, per dirla in termini attuali, non di qualunquismo vuoto ed obbligato.
    Stando così le cose, mi sembra che un notevole aiuto possa provenire dai Paesi occidentali. Si quei Paesi democratici che si propongono e si battono per il cambiamento. Come? Prima di tutto favorendo, nei loro territori, un approccio al problema dell’immigrazione “interculturale” e non “multiuclturale”, come Cameron ha spiegato ed io ho indicato nella mia tesi di laurea sull’immigrazione.
    L’inteculturalità non è infatti sinonimo di passitività ma cognizione che esiste una prospettiva differente che permette ad ognuno di comprendere che i germi del cambiamento possono genuinamente crescere al di dentro e maturare convintamente per generare dal basso, tuti compatti, il cambiamento che tanti auspicano.

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