ISPI Dossier
21 Febbraio 2018
Un modello turco per il mondo arabo? – Scenario

Il modello turco per L’Egitto

Nelle ultime settimane, relativamente all’evoluzione delle crisi in Egitto, Tunisia e in altri paesi arabi, diversi analisti internazionali sembrano scommettere sulla creazione di democrazie sul modello turco.

Il potere dei militari, infatti, potrebbe controbilanciare quello di partiti islamici che riconoscano il ruolo dei primi come difensori della laicità dello Stato. Ne risulterebbe una formula di coabitazione, simile a quella dell’attuale Turchia. Tuttavia, le incognite sulla gestione del periodo di transizione da parte dei militari lasciano aperti scenari molto differenti sulla possibilità di realizzazione di questo modello e sulla questione, più complessiva, della diffusione della democrazia in Egitto e nei paesi arabi dell’area.

Scenario A. Il modello turco

Dalle attuali crisi nel Mediterraneo il ruolo dei militari quali garanti della sopravvivenza dello stato nazionale sembra uscire rafforzato. In Egitto, dopo le dimissioni di Mubarak, la prospettiva di una democrazia “controllata” sul modello turco potrebbe concretizzarsi dove il Consiglio supremo delle forze armate gestirà il Paese per i prossimi sei mesi o fino allo svolgimento delle elezioni legislative e presidenziali. I militari si stanno già facendo carico del mantenimento della sicurezza nel paese. L’esercito si ritiene infatti il difensore del popolo egiziano e viene riconosciuto come tale da gran parte della società.

Allo stesso tempo i manifestanti egiziani sembrano poter riconoscere nei Fratelli Musulmani una forza politica che si ispira al modello Erdogan e non agli ayatollah iraniani. Secondo alcuni analisti internazionali, tra i quali Dominique Moisi, consigliere dell’Ifri (Istituto francese di relazioni internazionali), il gruppo islamista, entrato a pieno titolo nel processo di transizione nazionale come gruppo moderato, rappresenta in Egitto la sola forza organizzata. In questa prospettiva appare normale che assuma un ruolo nei colloqui politici in corso. Gli egiziani che hanno manifestato in queste settimane hanno già rinunciato alla violenza e sembrano ispirarsi essi stessi agli islamisti in Turchia.

Sebbene infatti si siano fatte luce, all’interno della Fratellanza, in particolari contingenze storiche correnti estremiste che hanno anche patrocinato la lotta armata, i Fratelli Musulmani, durante le presidenze di Anwar Sadat e di Hosni Mubarak, hanno cercato una legittimazione politica “democratica”, tentando di partecipare alle organizzazioni sindacali e professionali e correndo come indipendenti alle competizioni elettorali. Pur di acquisire legittimazione, la dirigenza della Fratellanza ha smussato le asperità ideologiche e le pratiche della sua ideologia ed ha accettato di subire limitazioni da parte dell’esecutivo e della polizia.

E’ probabile ipotizzare che in situazione di moderazione dell’opposizione islamica l’esercito si terrà fuori da questa crisi ed interverrà solo come strumento di ultima istanza in caso di un’implosione del sistema. Non è irrilevante la tradizione dei militari che li vede piuttosto lontani dalla lotta politica. Per esempio, come rilevato nel Commentary di Karim Mezran, è da sottolineare il fatto che i militari, vivendo in guarnigioni e caserme, e non avendo neanche il diritto di voto, non partecipano solitamente al processo politico nazionale.

Scenario B. “Mubarakismo” senza Mubarak

Una seconda concreta possibilità è che l’esercito continui a detenere le leve del potere. Dalla attuale crisi, infatti, il vincitore temporaneo è proprio l’esercito. Sono i militari che hanno consentito a Mubarak di rimanere al potere per 18 giorni, che l’hanno difeso dalla piazza, che hanno gestito in maniera piuttosto misurata le proteste, che hanno dialogato con l’opposizione. E sono stati loro che, quando hanno visto che la rivolta e le proteste avrebbe potuto coinvolgerli, hanno messo alla porta Mubarak, “salvando” lo stato egiziano. Solamente i militari possono garantire continuità nei rapporti internazionali, soprattutto quelli con gli Usa. Negli ultimi decenni sono stati soprattutto loro a beneficiare degli aiuti americani all’Egitto. Avvantaggiandosi di questi aiuti, i militari sono diventati una vera e propria casta, quasi un’istituzione in grado di auto-sostenersi attraverso la creazione di imprese, industrie, aziende agricole, eccetera… Un apparato che viene gestito con un duplice scopo: difendere la nazione da nemici esterni e preservare la stabilità interna. Una concreta possibilità che è stata individuata in questi giorni è che la “rivoluzione” si tramuti solamente in un colpo di stato. La mancanza di leader nelle fila dell’opposizione potrebbe, da una parte, favorire una situazione di anarchia del quadro politico, dall’altra, accentuare il ruolo dell’esercito nell’esercizio del potere con la riproposizione delle vecchie formule politiche.

Ciò che chiede la piazza – fine dello stato di emergenza, vere elezioni libere, riforma profonda delle strutture economiche e politiche – potrebbe certamente toccare i privilegi della casta militare mettendo a repentaglio il processo di democratizzazione. Come prontamente rilevato da Foreign Affairs un pericolo reale potrebbe consistere quindi nella persistenza del “Mubarakismo”, pur senza Mubarak.

Scenario C. Islamizzazione del quadro sociale e politico

Un terzo scenario, attualmente più improbabile, ma sicuramente più inquietante in una prospettiva occidentale, è relativo ad una futura islamizzazione del quadro sociale, e di conseguenza, di quello politico. I Fratelli musulmani sono rimasti spiazzati dalla proteste. Non sono stati responsabili dell’avvio della rivoluzione ma cercheranno comunque di cavalcarla. Probabilmente opteranno, almeno inizialmente, per una linea di piena legittimità scontrandosi con il pregiudizio islamico di parte dei militari.

In questa prospettiva, come evidenziato da Campanini, i Fratelli Musulmani hanno storicamente perseguito una “islamizzazione dal basso” che, se aveva inizialmente per obiettivo la realizzazione dello stato islamico. L’obiettivo della Fratellanza è sempre stato quello di una  profonda trasformazione dell’uomo islamico e della società islamica. A ciò si aggiunge una struttura organizzativa particolarmente articolata ed efficiente che garantisce la partecipazione popolare dei milioni di aderenti all’organizzazione e che prefigura l’esistenza di un autentico partito di massa. Secondo le ultime rilevazioni il gruppo islamico potrebbe ottenere un consenso attorno al 30-35% divenendo una forza molto politica rilevante.

Un Egitto dominato dai Fratelli Musulmani è destinato sicuramente ad un atteggiamento più anti-occidentale e con un fervore anti-sionista. Se andrà al governo, il principale obiettivo della politica estera della Fratellanza sarà probabilmente di rivalutare la dipendenza militare e finanziaria dell’Egitto dagli Stati Uniti. Nel prossimo futuro, quindi, secondo alcuni analisti, potrebbero cercare di ristabilire un “califfato islamico”. L’analista britannico John Bradley, ad esempio, cita i ‘documenti pubblicati dal gruppo’ che “chiariscono come il gruppo creda nella democrazia islamica, non in quella occidentale. Per dirla semplicemente: la Confraternita renderà la partecipazione politica dei singoli nella società soggetta ai principi della sharia”, con un “consiglio di musulmani che supervisionerà il governo” e una serie di limitazioni, ad esempio per le donne.

I Fratelli Musulmani, quindi, possono comunque apparire oggi come l’unica forza organizzata contro-egemonica, con le potenzialità di contestare e superare lo status quo politico vigente e la possibilità di costituire il corpo dirigente intellettuale e morale delle masse islamiche, nonostante queste potenzialità si siano parzialmente smussate e private della loro incisività nel corso del tempo.

 

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