ISPI Dossier
21 Febbraio 2018
Un modello turco per il mondo arabo?

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  • Il modello turco

Il riferimento che viene usato in questi giorni al “modello turco” si rifà principalmente alla sintesi tra forze militari nazionaliste e islam che regge di fatto la Turchia. Tuttavia esiste un preciso concetto teorico di “modello turco”. Questo prende le mosse dalla cosiddetta Turkish Islamic Synthesis. E’ una visione del mondo, usata a costruzione di uno stato, basata sulla fusione di tre concetti: piena consapevolezza di un’identità nazionale (nazionalismo), espansione economica, inclusione non conflittuale della cultura islamica in un apparato democratico e laico. Il movimento è nato il 14 maggio del 1970 nell’area riconducibile alla Anatolia (Turchia centrale) per opera di un gruppo di intellettuali conservatori della classe medio-alta che si faceva chiamare “Cuore degli intellettuali”. Il collettivo di accademici, professori e pensatori, ha messo in campo questa visione del mondo in contrapposizione con la cultura dominante a partire dagli anni ‘60 del secolo scorso e ascrivibile all’area politica di sinistra. Personaggi dell’intelligentia turca, come Ibrahim Kafesolu, Altan Deliorman, Muharrem Ergin, e Ahmet Kabakl, hanno organizzato conferenze aperte al pubblico e scritto articoli per diffondere la propria idea, sintetizzata poi nel libro del 1973 “The Vision of the Intellectual House: Today’s Issues of Turkey”. Da idea della contro-cultura, il “modello turco” è diventato l’ideologia dominante a partire dal terzo colpo di stato militare dell’era repubblicana (12 settembre 1980); nel tentativo di plasmare, su quelle basi, la futura evoluzione della politica, della società e dell’economia nazionale. L’approccio sintetico tra il nazionalismo turco, l’Islam e l’occidentalizzazione della Turchia risale a prima del periodo repubblicano. La differenza con il Kemalismo (da Mustafa Kemal, il leader riformatore, fondatore della Prima Repubblica, noto come Ataturk “padre di tutti i turchi”), che si rifaceva a questi tre pilastri, seppur con una marginalizzazione dell’elemento religioso, sta nel “come” far confluire gli obiettivi: la sintesi. I concetti, rielaborati dal “Cuore”, erano dunque già presenti nella cultura turca. Il motivo per cui hanno raggiunto il rango di una vera e propria ideologia nazionale è che sono stati “usati” a costruzione pratica, e non teorica, dello stato turco nato a seguito del colpo di stato del 1980. Secondo i critici, questa visione del mondo, proprio perché composita di ideali pre-esistenti, ha avuto fortuna per questioni di contingenza più che per la solidità delle basi teoriche sulle quali è stata costruita. In ogni caso, il più evidente tratto caratteristico della “dottrina” è il legame tra il nazionalismo turco e l’Islam, visto come una relazione armonica, e non come una dicotomia conflittuale. In base a questo, la nazione turca ha ottenuto una posizione privilegiata con il suo ruolo di avanguardia nella storia della diffusione dell’Islam. Secondo la sintesi, l’ideale è che tutti i musulmani dovrebbero avere una consapevolezza di essere una Ummet, o meglio, una nazione in senso moderno.

La sintesi turco islamica ha trovato piena applicazione con l’ascesa al potere del Akp a partire dalle elezioni dell’ottobre 2002, e la successiva conferma a quelle del 2007. I successivi governi guidati dal Akp – partito con forte retaggio socio-culturale di matrice islamica – hanno perseguito un deciso cammino di riforme che ha cambiato il volto della Turchia contemporanea. Sullo sfondo del negoziato per l’ingresso nell’Unione europea, gli esecutivi del Akp hanno modificato in profondità l’assetto politico-istituzionale del paese. Oltre a riequilibrare il rapporto tra potere civile e militare, le riforme messe in campo negli ultimi anni hanno contribuito alla liberalizzazione del mercato turco favorendo una solida crescita economica, e favorito notevolmente una maggiore garanzia dei diritti umani e collettivi. In particolar modo, l’Akp per primo ha favorito l’apertura di un dibattito pubblico sulla questione Curda adottando, inoltre, una serie di misure legislative che oggi ampliano le libertà d’espressione dei Curdi. Una svolta rispetto alla prassi politica costituita, visto che il tema è stato considerato fino ad allora pressoché tabù nella vita pubblica.

  • I Fratelli Musulmani in Egitto

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La “fratellanza islamica” (al-Ikhwan al-Muslimun) è una delle maggiori e più influenti organizzazioni islamiche al mondo. Il gruppo è fondato in Egitto da Hassan al-Banna (foto) nel 1928 con l’obiettivo di unire attivismo politico e attività caritatevoli nei confronti della popolazione. Ben presto il movimento assume connotati politici, in particolare in chiave anti-coloniale, vista la dominazione britannica in Egitto e più in generale l’influenza occidentale sul paese. I Fratelli Musulmani costituiscono oggi il maggiore gruppo d’opposizione egiziano ma, anche se hanno chiesto ufficialmente le dimissioni del presidente Hosni Mubarak, dimessosi l’11 febbraio, non hanno guidato le recenti proteste al Cairo come forza politica dominante e hanno espresso l’intenzione di non avanzare alcuna candidatura per la presidenza. In questo senso non si può ascrivere loro la paternità dell’azione né tanto meno indicarli come forza propulsiva del malcontento. Nonostante ciò, gli analisti ritengono che alle prossime elezioni possano raggiungere, se non superare, il 25-30 per cento delle preferenze.

A partire dagli anni ‘30 i Fratelli hanno sempre più successo. Da allora in tutto il Paese nascono gruppi autonomi che si richiamano all’Organizzazione. Fondano moschee, scuole, centri di aggregazione culturale. Secondo un codice proprio, supportano e ribadiscono formalmente principi democratici. Lo slogan che li ha resi celebri “L’Islam è la soluzione” lascia però intendere che il sostegno sia rivolto piuttosto alla creazione di uno stato islamico, basato cioè sulla legge coranica: la Sharia. L’uso della violenza, ripudiato a parole, non è stato sempre escluso nella prassi.

Durante gli anni ‘40 i Fratelli musulmani raggiungono i 2 milioni di seguaci in tutto l’Egitto e il movimento inizia a diffondersi nel resto del mondo arabo. Nel 1948 Hassan al-Banna viene ucciso da uno sconosciuto. Prima di morire, Banna aveva creato una costola para-militare del movimento, chiamata Apparato Speciale, i cui effettivi si sono occupati di combattere i colonialisti inglesi. Il gruppo viene sciolto per ordine del governo nello stesso anno. Il sospetto è che i Fratelli si siano macchiati del delitto del primo ministro Mahmoud al-Nuqrashi. Azione condannata pubblicamente da Banna prima del suo assassinio.

Nel 1954, dopo il fallito attentato al presidente Gamal Abdul Nasser, i Fratelli vengono formalmente banditi e a centinaia vengono imprigionati e torturati.  Questi episodi sono alla base del cambiamento di rotta nella strategia dei Fratelli. Strategia sintetizzata dagli scritti dell’ideologo Sayyid Qutb, che invocava l’uso della Jihad (”guerra santa”; “conversione degli infedeli”).

Per via della sua opera culturale e di proselitismo, Qutb viene assassinato nel 1966. Un anno prima il governo aveva di nuovo sciolto il movimento. Qutb diventa un martire per i Fratelli.

Durante gli anni ‘80 i Fratelli tornano a far parte della vita pubblica. I suoi leader stringono alleanze con diversi partiti di colori differenti. Nel 2000 il movimento, ormai un partito d’opposizione al presidente Mubarak, in carica dal 1981, ottiene 17 seggi in Parlamento. Nel 2005 il risultato alle urne è il migliore di sempre: 20 per cento dei seggi con l’elezione di candidati indipendenti. Un risultato che spiazza Mubarak. Tant’è che il leader del Pnd (Partito nazionale democratico) applica una serie di riforme per arginare l’influenza del movimento. Le elezioni parlamentari del novembre 2010 sono segnate da questo modus operandi di Mubarak, che ha tentato di contenere ulteriormente i Fratelli, i quali, in risposta, decidono di boicottare il secondo turno elettorale.

Dopo la caduta del raìs, l’obiettivo prioritario dichiarato dei Fratelli è quello di veder riconosciuto ufficialmente il movimento.

  • Le tappe della rivolta egiziana. Dai primi tumulti alla dimissioni di Hosni Mubarak.

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I 18 giorni che hanno cambiato l’Egitto.

25 Gennaio – Inizia la rivolta popolare al Cairo, si diffonde in tutte le principali città dell’Egitto. Le forze di opposizione, in particolare i movimenti giovanili attivi sul web, proclamano “la giornata della collera” a ricordare quella che in Tunisia ha portato alla caduta del presidente, Zine el-Abidine Ben Ali. Migliaia di dimostranti scendono in piazza al Cairo, Alessandria, Suez e Assuan. Circa 15 mila persone si riversano a piazza Tahrir, nel centro della capitale, divenuta il luogo simbolo della protesta contro il regime, scontrandosi per la prima volta con le forze di sicurezza. Nelle violenze al Cairo perde la vita un poliziotto, mentre due manifestanti muoiono a Suez.

26-27 gennaio – La repressione da parte della polizia si intensifica. A Suez, gli agenti sparano colpi d’arma da fuoco contro i dimostranti che tentano di dare alle fiamme alcuni palazzi governativi. Vengono arrestate 500 persone in due giorni. Il 27 gennaio uno dei leader dell’opposizione egiziana, ex direttore dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica, e premio nobel per la Pace, Mohammad ElBaradei, torna al Cairo da Vienna, dove si trovava in esilio volontario, accolto all’aeroporto da migliaia di manifestanti.

28 gennaio – La giornata è considerata uno spartiacque della rivolta. Ribattezzata dai Fratelli Musulmani “il venerdì della collera”. In mattinata il governo blocca il traffico internet e le comunicazioni nel tentativo di frenare il passaparola tra i manifestanti e le comunicazioni con l’esterno. Nei giorni precedenti i social network Facebook era stato bloccato, in concomitanza con la crisi di governo tunisina. Nonostante il “blocco” delle comunicazioni al Cairo sfilano centinaia di migliaia di manifestanti Il governo al termine della giornata impone il coprifuoco. Mubarak promette riforme e annuncia un rimpasto di governo. Incendi nella sede del partito al potere e in numerosi commissariati. Notte segnata da saccheggi.

29 gennaio – Durante una nuova giornata di scontri muoiono 33 persone. Vengono attaccate le sedi della polizia a Rafah, al confine con la Striscia di Gaza, e Ismailiya, a nord della città di Suez. Mubarak annuncia la nomina di un nuovo Primo ministro, il generale Ahmad Chafic, e la creazione della carica di vice presidente che viene affidata al capo dei Servizi, generale Omar Suleiman.

30 gennaio – Altra giornata di manifestazioni per le piazze del Cairo. L’esercito scende in campo per circondare la capitale e aerei caccia volano a bassa quota nello spazio aereo sovrastante. Migliaia di manifestanti al Cairo.

31 gennaio – Mubarak forma un nuovo governo. Viene sostituito il ministro dell’Interno, Habib el Adli, al suo posto arriva Mahmoud Wagdi. L’esercito annuncia che non userà la forza contro il popolo che rivendica istanze “legittime”. Il capo dei servizi, da poco vice presidente, Suleiman, apre al dialogo con l’opposizione. Rappresentata in particolare dai Fratelli Musulmani, la forza d’opposizione maggioritaria.

1 febbraio – Un milione di persone scende in piazza in tutto l’Egitto. Piazza Tahrir al Cairo è stracolma e diventa il luogo simbolo dalle proteste. Mubarak annuncia che non si ricandiderà alle presidenziali di settembre ma che non lascerà la presidenza prima della fine del mandato. I manifestanti chiedono immediate dimissioni. Il presidente americano Barack Obama, dopo aver mantenuto per giorni una linea poco chiara e a tratti contrastante sui fatti egiziani, afferma di aver detto a Mubarak di avviare “adesso” una transizione politica pacifica.

2 febbraio – I sostenitori del presidente Mubarak scendono in piazza. Si scatenano scontri violenti tra i manifestanti filo ed anti governativi. I sostenitori del governo vengono respinti dopo lanci di sassi e bombe molotov durati ore. I Fratelli musulmani rifiutano che Mubarak resti alla guida del Paese fino a fine mandato.

5 febbraio – Gamal Mubarak, figlio del presidente e suo più probabile successore fino all’inizio delle proteste, lascia il Partito nazionale democratico (Pnd) al governo. E fugge all’estero.

6 febbraio – Per i manifestanti è la “domenica dei martiri”, un altro giorno di proteste per ricordare le vittime delle violenze dei giorni precedenti. Suleiman avvia il dialogo con le opposizioni per stabilire priorità e scadenze delle riforme istituzionali.

8 febbraio – Suleiman annuncia la formazione di due commissioni indipendenti per lavorare a un quadro di riforme politiche. Un milione di persone affolla di nuovo piazza Tahrir che si traformerà un presidio permanente.

9 febbraio – Giornata di sciopero nazionale proclamata dai sindacati. L’adesione è alta al Cairo, Alessandria, Suez. Anche il lavoratori della Compagnia del Canale si fermano. Nel sud del Paese, nella città di Wadi al-Jadid, si verificano scontri violenti. Morti almeno cinque dimostranti.

10 febbraio – Si rincorrono voci sulle imminenti dimissioni di Mubarak. Le fonti sono il segretario del Pnd, Hossam Badrawi, e il premier Ahmed Shafiq. La tv di stato annuncia un discorso alla nazione da parte del presidente. Le dimissioni non arrivano. Piazza Tahrir insorge.

11 febbraio – Arrivano le effettive dimissioni di Mubarak. Lo annuncia il vice presidente Suleiman. I poteri presidenziali passano al Consiglio supremo delle Forze Armate. Festa in piazza Tahrir.

13 febbraio – Viene sciolto il Parlamento e sospesa la Costituzione. Il Consiglio supremo delle Forze Armate assume la guida del Paese fino a nuove elezioni legislative e parlamentari. Il Consiglio annuncia la formazione di una Commissione per emendare la Costituzione, che sarà successivamente sottoposta a referendum popolare.

  • L’esercito Egiziano

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Dall’inzio delle rivolte popolari l’esercito egiziano, a differenza della polizia, si è distinto per non avere ostacolato nè represso le manifestazioni di piazza. Ha favorito una transizione lenta del potere, culminata con le dimissioni del presidente Hosni Mubarak. I vertici militari gestiranno la transizione fino a nuove elezioni.

Le forze armate egiziane possono contare su 468.500 effettivi e 479.000 riservisti.

Esercito effettivi: 340.000 soldati di leva; Marina: 18.500; Aviazione: 30.000; Comando difesa aerea: 80.000. Più 397.000 paramilitari delle Forza sicurezza centrale, Guardia nazionale e Guardie di confine

Mezzi terra: 3.723 carri armati, di cui 973 M1A1 Abrams; 410 veicoli da ricognizione; 4.160 blindati trasporto truppe; 610 mezzi corazzati da combattimento; almeno 2.100 missili terra-aria; 42 missili tattici terra-terra; 4.480 pezzi di artiglieria, 2.528 mortai.

Marina: 4 sottomarini da pattugliamento; 10 unità di superficie da combattimento, 10 motovedette.

Aviazione: 462 aerei; 165 aerei da combattimenti, di cui 26 F-16A, 12 F16-B, 74 MiG-21F e 53 Mirage D/E; 125 elicotteri.

(Fonte: Military Balance 2010)

 

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