ISPI Dossier
24 Gennaio 2018
People to Wacth in 2010
Omar El Bashir

BashirIl suo regime è entrato nelle “liste nere” dell’Onu, degli Stati Uniti e dell’Europa per la violazione dei diritti umani, la spietatezza della repressione nei riguardi di oppositori e ribelli, l’ospitalità offerta all’Hit Parade del terrorismo internazionale. Individualmente, lui, il generale e presidente Omar al-Bashir, gode il poco onorevole privilegio di essere l’unico capo di Stato incriminato dalla Corte penale internazionale. Ma il Sudan è troppo importante per essere semplicemente messo al bando con un pacchetto di sanzioni. Nel male o nel bene il Sudan è una priorità: un po’ vittima della geopolitica, un po’ abile e spregiudicato nel lucrare sui vantaggi di posizione. Obama ha elaborato una politica per il Sudan che non si ferma agli interdetti e che a certe condizioni prevede anche l’ipotesi di un’apertura. Il 2010 potrebbe essere per Bashir l’anno delle scelte senza appello. Le poste sono la sua persona e il suo potere, una resa dei conti con il mondo esterno e la sopravvivenza stessa del Sudan.

Bashir non ha più il monopolio delle risorse, l’acqua, la terra e la cultura alta, che ha giustificato l’egemonia della regione nord-orientale, il nocciolo duro del Sudan arabo-islamico, e sconta gli effetti della deriva integralista iniziata con Nimeiri negli anni ’70 e precipitata dopo il colpo di Stato del 1989. È così che il Sudan si trova nel bel mezzo di un contenzioso di portata mondiale. Non gli basta confidare nell’appoggio dell’Egitto, ovviamente preoccupato per ogni eccesso di turbamento nella zona del Nilo. I giacimenti petroliferi si estendono nel Sud, a contatto con l’Africa nera, la cui complicità non è assicurata come quella dei paesi arabi. Il Sud, che potrebbe essere alla vigilia di una possibile secessione, ha affinato, più con la guerra che con la politica in verità, una classe dirigente estranea al mainstream di cui si è nutrito il Sudan convenzionale e sostenuta da reti potenti perfettamente inserite nel sistema globale. Il Darfur, geograficamente parte del Nord, è trattato ormai come un tertium e i movimenti che animano la guerriglia anti-araba godono di un consenso in molti ambienti internazionali che trascende i loro obiettivi, del resto mai chiariti fino in fondo. Oltre un certo limite, il gioco di contrapporre la Cina con la sua sete di energia e la sua  conclamata non-interferenza alle condizionalità, all’interventismo e agli intenti punitivi delle potenze occidentali potrebbe non pagare più se non verranno riconsiderate a fondo le modalità di tutta la politica sudanese.

Sulla base del Comprehensive Peace Agreement del 2005, nell’aprile del 2010 dovrebbero svolgersi le elezioni generali. Sarà un primo appuntamento carico di ambiguità e pericoli. In teoria, il Sudan dovrebbe costituire un parlamento a livello nazionale, con un confronto a tutto campo fra le due forze politiche che dominano rispettivamente nel Nord e nel Sud. Il responso non lascia tranquillo né il National Congress Party (Ncp) di Bashir né il Sudanese People’s Liberation Movement (Splm) di Salva Kiir, vice-presidente al centro e soprattutto capo del governo sudista con sede a Juba. È probabile che il voto, se ci sarà, magari con un rinvio per motivi organizzativi, susciterà polemiche e recriminazioni. A pochi mesi di distanza, nel gennaio 2011, il Sud dovrebbe essere chiamato a pronunciarsi sulla sorte definitiva delle province meridionali. Molti si aspettano che una vittoria (una grande vittoria?) nelle elezioni nazionali autorizzerà Bashir a ostacolare o espropriare il referendum. A tutt’oggi, non è stata neppure trovata un’intesa

sul tracciato del confine fra il Nord e il Sud. Sembra inevitabile che l’eventuale Sud-Sudan nasca in condizioni politiche e ambientali tanto precarie da portare a un fallimento o a un conflitto.

Il Sudan è impegnato a dare risposte credibili alle linee di frattura che si sono aperte nella compagine di quello che per territorio è il più grande Stato africano, dotato di una tradizione storica sicuramente superiore, e più obbligante, rispetto a molti Stati del continente. Bashir non dà l’impressione di essere abbastanza forte e abbastanza innocente per il compito. D’altra parte, la strategia a disposizione della comunità internazionale, compresa l’operazione congiunta Onu-Unione africana, per il solo fatto di essere ed essere percepita come “esterna”, rischia di muoversi in senso opposto a quella rielaborazione di un’identità e di una pratica politica che alla fine è necessaria per uscire dalla crisi risparmiando altre violenze e altre tragedie.

Gianpaolo Calchi Novati

 

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