ISPI Dossier
24 Gennaio 2018
Tunisia: effetto domino? – Background
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Algeria, Tunisia, Egitto, Libia tra rivolte, democrazia e regime

Tunisia

Le riforme strutturali messe in campo dal governo tunisino hanno migliorato la posizione del paese: al 32esimo posto nella graduatoria internazionale della competitività (Global Competitiveness Report; WEF), meglio dei vicini nord africani. La crescita del Pil, secondo le previsioni dell’Economist intelligence unit, si assesterà al 3% cento nel 2011 contro un tasso del 3,4 previsto nel 2010. Nel dodicesimo piano quinquennale (2010-14) stilato da Tunisi, sotto la guida dell’ormai ex presidente Zine El Abidine Ben Ali, si prevedeva una crescita media annua del 5,5%: obiettivo ambizioso, ma ridimensionato rispetto al target fissato in precedenza. Altro obiettivo sarebbe stato ridurre il rapporto deficit/Pil al 3%. Per farlo, il governo tunisino aveva deciso di aumentare i prezzi delle materie prime alimentari e dei prodotti energetici. Manovra che sta alla base delle violente proteste di piazza iniziate nella città di Sidi Bouzid il 18 dicembre 2010, poi diffuse in tutto il paese, con un bilancio ufficioso di 60 morti al 13 gennaio 2011. Le proteste riflettono il malcontento nei confronti del governo nazionale giudicato incapace di creare nel paese nuova occupazione in grado di assorbire forza lavoro, per lo più giovane, abbondante e qualificata, e considerato autoritario e corrotto. La disoccupazione oscillerà tra il 14% e il 13% durante il prossimo lustro.

Chi è Ben Ali?

Luoghi, episodi e date della rivolta: la “Rivoluzione dei gelsomini”

Algeria

Con l’obiettivo di incoraggiare la crescita e ridurre la disoccupazione, l’Algeria sta cercando di diversificare la propria economia, dipendente dagli idrocarburi, sviluppando altri settori quali l’agricoltura, ma anche i servizi di business, le ICT e il turismo. La pressoché totale dipendenza dagli idrocarburi – nel 2009 quasi il 98% dell’intero valore delle esportazioni algerine è stato coperto da gas e petrolio – rende infatti il paese particolarmente esposto alle oscillazioni del prezzo del greggio. Per il 2011-2015 la crescita media prevista del Pil è del 4,2%, modesta rispetto alle capacità del territorio ma rispettabile visto il contesto internazionale di crisi economica. Nonostante questo, la disoccupazione nel 2011 è prevista a un tasso del 10%, con un andamento tra il 9 e il 9,4% fino al 2015, dopo aver toccato il 30% nel decennio passato. Proteste e rivolte popolari non sono un fenomeno inusuale per il paese, sia nel settore pubblico sia in quello privato. L’aumento dei prezzi delle materie prime, unito a un’elevata disoccupazione giovanile e al risentimento verso le politiche governative, decise da una élite percepita come corrotta, motivano le proteste di piazza di inizio 2011. Negli anni passati il governo guidato dal presidente Abdelaziz Bouteflika – in carica da 12 anni – aveva promesso di concentrarsi sulla manodopera interna piuttosto che rivolgersi al mercato del lavoro estero, più a buon mercato, per ridurre la disoccupazione. Nonostante queste premesse la disoccupazione giovanile resta la questione più critica e la causa primaria del malcontento: un giovane su cinque tra i 16 e i 24 anni è senza lavoro, il 22% dei laureati non ha un impiego.

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Egitto

Il paese è alleato degli Stati Uniti sin dai primi anni Ottanta e ha ricevuto da Washington fino a circa 2 miliardi di dollari all’anno in aiuti. A livello regionale, l’Egitto partecipa come mediatore al processo di pace arabo-israeliano. Le elezioni parlamentari hanno confermato la maggioranza del partito di governo di Hosni Mubarak, mentre più incerte sembrano le presidenziali fissate per settembre 2011, vista l’età (82 anni) e i problemi di salute del presidente egiziano, che vede come suo possibile erede il figlio Gamal. L’aumento delle tensioni sociali a causa della crescita demografica e dell’elevata disoccupazione, e una controversia tra il Cairo e i paesi africani circa lo sfruttamento delle acque del Nilo potrebbero costituire ulteriori elementi di instabilità di medio periodo. Sui siti web gli utenti egiziani appoggiano la rivolta tunisina in segno di protesta contro i regimi longevi e dittatoriali. Il 17 gennaio davanti al palazzo del parlamento al Cairo un uomo si dà fuoco in segno di protesta per la chiusura del proprio ristorante.

Libia

Muammar Gheddafi, Guida della rivoluzione, è la massima autorità del paese dal colpo di stato del 1969. Le relazioni della Libia con la comunità internazionale sono andate lentamente migliorando dal 2003, quando Gheddafi ha annunciato che il paese avrebbe rinunciato al possesso di armi di distruzione di massa. Nel 2009 il parlamento italiano ha ratificato il Trattato di amicizia e cooperazione italo-libico; parallelamente sono stati avviati i negoziati per l’accordo di associazione con l’Unione europea. La mancanza di una successione designata crea incertezza sul piano politico interno. Secondo diversi analisti Saif al-Islam, uno dei sei figli di Gheddafi, sarebbe il più probabile candidato alla successione. Il 12 gennaio il governo libico ha deciso di abolire tutte le tasse sul prezzo dei beni alimentari in vendita nel paese. Il timore di Tripoli è che possano scoppiare proteste simili a quelle algerine e tunisine. La disoccupazione oscilla tra il 20 e il 30 % (non sono disponibili dati ufficiali del Governo) ma la struttura dello stato libico basata sulle entrate energetiche per il 95%, garantisce ai cittadini la ricezione diretta e indiretta di parte delle rendite petrolifere. Da una decina di anni Gheddafi ha lentamente avviato una modernizzazione del paese con l’obiettivo di differenziare l’economia. Da tempo è attesa una riforma fiscale.

 

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