ISPI Dossier
24 Gennaio 2018
Tunisia: effetto domino? – Scenari

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Scenari

La rivolta che ha portato alla caduta di Ben Ali in Tunisia appare oggi come il segnale più chiaro di un diffuso malessere sociale ed economico nella sponda Sud del Mediterraneo accompagnato da una crescente insofferenza verso alcuni regimi, considerati distanti dalle esigenze e dai problemi della popolazione. Nonostante una crescita economica dei paesi del Nord Africa che anche nel picco della crisi economica internazionale è rimasta positiva e si è mantenuta al di sopra di quella dei paesi europei, e nonostante le incoraggianti prospettive di crescita per il prossimo biennio, i paesi del Nord Africa soffrono di problemi endemici: diffusa povertà, elevata disoccupazione, corruzione a livello politico e istituzionale, carenze infrastrutturali che ostacolano lo sviluppo economico interno e l’integrazione regionale. A questo si aggiungono le ricadute della crisi economica in Europa, principale partner commerciale e importante fonte di turisti per i paesi della sponda Sud. Inoltre, le riforme liberiste avviate in alcuni paesi, in particolare in Egitto, se da una parte hanno prodotto una maggiore apertura dei mercati interni e aumentato le possibilità di fare business e investimenti diretti esteri, dall’altra hanno avuto inevitabili ricadute negative per le ristrutturazioni che queste comportano.

Se il deficit socio-economico, unito a forti restrizioni politiche, contribuisce a spiegare le ragioni delle rivolte, resta da vedere quali saranno le conseguenze della “rivoluzione dei gelsomini” tunisina nei paesi del Nord Africa. Pur nelle grandi differenze che contraddistinguono i regimi arabi dell’area e le diverse motivazioni delle proteste e degli scontri delle ultime settimane in Tunisia, Algeria ed Egitto, il dato della crescita demografica e della disoccupazione – in particolare quella giovanile – accomuna quasi tutti i paesi dell’area e ne costituisce una delle principali fonti d’instabilità sociale e politica.

Il timore di un effetto contagio in tutta l’area riecheggia nei media arabi. Tuttavia, a oggi è difficile dire quali siano le possibilità di spill over di uno “scenario Tunisia”, e se e come i regimi saranno in grado di farvi fronte.

Scenario 0

Un primo scenario, quello che vede gli eventi tunisini come essenzialmente legati a fattori e dinamiche locali, tenderebbe a escludere importanti ripercussioni negli altri paesi dell’area. Le proteste, tuttavia, hanno già animato un dibattito a livello regionale circa le prospettive di cambiamento politico. In Giordania, per esempio, la Fratellanza Musulmana ha avvertito che l’imminente aumento dei prezzi previsti dal governo porterà a un’esplosione senza precedenti. In Libia, in seguito alle vicende nella vicina Tunisia, il governo si è affrettato a tagliare tutte le tasse sui generi alimentari. In Egitto, il ministro del Commercio e dell’Industria Rashid Mohammed Rashid ha esplicitamente escluso la possibilità di uno “scenario Tunisia” nel paese, anche se molti giornalisti e attivisti politici ne hanno chiaramente prospettato il pericolo.
Pertanto non si può escludere che gli eventi tunisini non avranno ricadute sui paesi nordafricani e, più in generale, sui paesi arabi, lasciando aperti tutti gli scenari. La rivolta potrebbe condurre non solo a un cambio di potere, garantito dall’esercito, ma a un cambio di regime, innescato dalla protesta di piazza di una generazione ventenne che ha i numeri dalla sua (è più del 40% della popolazione), ma che percepisce come disperato il proprio futuro. Privi, tuttavia, di una chiara direzione politica e di leadership e con pochi partiti politici capaci di giocare un ruolo significativo, i moti tunisini potrebbero condurre a una situazione di anarchia, che favorirebbe di fatto il ruolo di esercito, e il ripristino dello status quo, attraverso la sostituzione di Ben Ali con un nuovo leader. Le elezioni che si dovrebbero tenere entro due mesi potrebbero in realtà, essere rimandate per motivi di sicurezza o nuovamente “indirizzate”, come tradizione sotto il regime del deposto presidente.

Scenario A

Gli scenari che si aprono per la regione nel suo complesso potrebbero ricalcare quanto avverrà in Tunisia. I regimi nord-africani e arabi sono allarmati dalla crisi tunisina e potrebbero reagire chiudendosi maggiormente e rinviando le riforme o la soluzione dei problemi fino all’esplosione di nuove rivolte. In quest’ottica potrebbero comunque essere incluse alcune misure palliative (come la riduzione dei prezzi o delle tasse) per fare rientrare la situazione senza tuttavia affrontare le problematiche politiche e socio-economiche di fondo. Ciò non darebbe una reale risposta ai movimenti di piazza e ci si interroga su quanto una situazione del genere possa essere sostenibile. È probabile che, in uno scenario simile, nel medio e lungo periodo possano crescere, prevalentemente in clandestinità, varie forme di opposizioni ai regimi, di tipo democratico o, forse, più verosimilmente, di stampo islamista. Una situazione che potrebbe condurre anche a repentini e cruenti regime changes.

Scenario B

Un diverso scenario prevede la possibilità che queste rivolte inneschino un processo di riforme politiche che favoriscano un’apertura in senso democratico dei regimi e una più efficace azione politica volta allo sradicamento della corruzione. I regimi arabi potrebbero rispondere come hanno fatto alla fine degli anni Ottanta quando, dopo proteste con motivazioni essenzialmente economiche, in paesi come la Giordania vi sono state aperture democratiche significative. Questo scenario potrebbe portare anche a cambi ai vertici del potere, soprattutto in paesi come Egitto e Algeria, i cui leader dovranno a breve affrontare le problematiche relative a una loro successione. Non è scontato però che il cambio al vertice si traduca in un reale cambiamento politico. Operazioni esclusivamente cosmetiche ricondurrebbero di fatto allo scenario A.

Quale che sia lo scenario futuro, è innegabile in ogni caso che gli eventi tunisini rappresentino un fatto di grande portata. Si vedrà nei prossimi mesi se si tratterà di un reale cambiamento per il paese e di un “punto di partenza” per l’avvio di processi di trasformazione e di aperture democratiche nei paesi del mondo arabo.

 

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