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La Libia era entrata nella “Primavera araba” in maniera anomala tra il febbraio e il marzo scorso, a causa, da una parte, della natura armata della rivolta scatenata contro Gheddafi, dall’altra, per la sua internazionalizzazione, sollecitata e ottenuta da Bengasi nella consapevolezza che senza un sostegno armato esterno non sarebbe mai riuscita ad aver ragione del Colonnello.
L’entrata dei rivoltosi a Tripoli, che ha rotto uno stallo che sembrava difficilmente sovvertibile, pare aver provocato una scossa di cui tutto il mondo arabo aveva bisogno per uscire da un circolo vizioso nel quale le forze della cosiddetta controrivoluzione sembravano avallare l’impotenza delle masse che reclamavano maggiore libertà e la debolezza di una Comunità internazionale più retorica che pragmatica.
L’ormai imminente sconfitta di Gheddafi apre però nuove e numerose incognite. All’interno del paese queste sono principalmente legate alla capacità del Consiglio Nazionale Transitorio di pacificare la Libia e di governarla, trovando una complicata sintesi tra le varie anime che lo compongono. Sul piano regionale la caduta del Rais potrebbe invece rianimare il vento della “primavera araba”, ridando più fiducia anche a quelle forze che, in alcuni casi sottotraccia, si stanno impegnando per dare corpo e prospettiva a progetti di riforma dei sistemi politico-istituzionali dei rispettivi paesi. Sul piano internazionale il crollo del regime pare premiare le politiche più interventiste (di Francia e Gran Bretagna per es.) che la frustrante mancanza di successo sembrava mettere all’angolo, a discapito di quelle più caute (come nel caso della Germania).
Tuttavia gli scenari interni e regionali rimangono alquanto incerti e potrebbero ulteriormente mutare nell’eventualità di un intervento internazionale di peacekeeping sul territorio libico.
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Libia: servirà una missione di peacekeeping?
Foud Ajami (Stanford University): "Io penso che i ribelli siano in grado di governare. Non si corre il rischio di alienarsi la burocrazia e i militari del vecchio regime, come fatto altrove. Gheddafi infatti aveva già fatto pulizia di ogni burocrazia. Il paese ha tutte le potenzialità e le ricchezze per essere un paese in salute".
Richard N. Haass (presidente del Council on Foreign Relations): "E' proprio ora che viene la parte più difficile. La Nato dovrà affrontare le conseguenze del suo successo. In realtà, in Libia non c'è nessuna istituzione pronta a prendere il potere dopo la caduta del colonnello. Non è detto quindi che non sia necessaria l'opzione "boots on the ground" per contrastare caos e insicurezza. Anche se i ribelli non richiederanno un intervento sul campo non è detto che questo, alla fine, non sia necessario".
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DALL'ISPI
L'autunno di Gheddafi rilancia la Primavera araba (new) Armando Sanguini
Il crollo del regime: incentivo o deterrente? (new) Gian Paolo Calchi Novati
La Libia, l'Islam, l'Occidente (new) Karim Mezran
Per l'Italia in Libia la rincorsa si fa lunga (new) Arturo Varvelli
La scommessa di Sarko: nuovo alleato indispensabile? (new) Massimo Nava
Nove errori da non commettere per i leader del dopo-Gheddafi (new) Francesco Bastagli
Le fragilità dell'identità nazionale libica (new) Massimiliano Cricco
Precedenti:
Transition toward Democracy in Libya: a Cautionary Tale Dirk Vandewalle
Il futuro della Libia e dell'Afghanistan tra debolezze interne e intervento esterno Andrea Carati e Arturo Varvelli
DAL MONDO
WASHINGTON
(Washington Post) "An imperfect triumph in Libya"
AUSTIN, TX
(STRATFOR) "Libya After Gadhafi: Transitioning from Rebellion to Rule"
NEW YORK
(Foreign Affairs) "Libyan Nation Building After Qaddafi"
NEW YORK
(New York Times) "Tribal Rifts Threaten to Undermine Libya Uprising"
LONDRA
(Chatham House) "Libya: Policy Options for Transition"
NEW YORK
(Council on Foreign Relations) "Post-Qaddafi Instability in Libya"
DALLO SCAFFALE
Storia della Libia contemporanea
L'Italia e l'ascesa di Gheddafi
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