ISPI Dossier
16 Dicembre 2017

Archivio luglio, 2011

Autunno caldo per la Primavera araba

Per la Primavera araba si profila un autunno caldo. Le proteste, i sommovimenti e le rivolte che negli ultimi mesi si sono registrati in Nordafrica e in Medio Oriente hanno fatto presupporre che l’area fosse sotto la spinta del cambiamento. Per la stampa e gli osservatori internazionali si è però oggi passati dalla certezza in merito all’inevitabilità dell’espansione democratica alla retorica della frustrazione. E ciò per l’impossibilità della stessa espansione democratica di prevalere in quanto costretta e limitata da fattori contro-rivoluzionari endogeni ed esogeni.

I timori di un mancato cambiamento – legati alla comparsa di una possibile stagione di depressione economica, emergenza sociale, aperti conflitti e insicurezza geopolitica dell’area – sono cresciuti con il trascorrere della Primavera: alla relativamente rapida caduta di Ben Ali in Tunisia e Hosni Mubarak in Egitto non è seguita, ad esempio, quella di Gheddafi, auspicata dalle potenze occidentali per la Libia. Così mentre i primi due paesi si trovano ora alle prese con una difficile transizione dagli esiti tutt’altro che certi, la terza si è arenata in una guerra civile e in uno stallo difficilmente sovvertibile dall’incerto intervento internazionale, collegato anche al relativo disimpegno statunitense nell’area. Nel contempo, l’effetto domino rivoluzionario, seguito da quello della repressione, si è propagato in Siria, Bahrein e Yemen e con esso un arco di instabilità che parte dalle coste del Nord Africa e si spinge fino all’Iran, collegandosi alla ormai cronica fragilità dell’Asia centrale e meridionale, a partire dall’Afghanistan.

Gli scenari rimangono quindi più che mai aperti e le prospettive di un autunno caldo del mondo arabo potrebbero ulteriormente mutare gli attori, i ruoli delle potenze e le relazioni internazionali degli ultimi decenni.

background scenario

 

 

forum

Il futuro della primavera araba:
più democratico o solamente più instabile?

Bernard-Henri Lévy (filosofo): "Io penso che oltre alla percezione di un Islam pericolo per gli occidentali stia emergendo un Islam che è compatibile con i diritti umani e che vuole la democrazia. Questa parte sta diventando sempre più forte, in luoghi come la Libia e l'Egitto. Ecco perché io credo nel successo di questa rivoluzione, anche se rimango vigile e talvolta ansioso".

Richard N. Haass (presidente del Council on Foreign Relations): "Si sta presentando una serie di sviluppi che produrranno una regione meno tollerante, meno prospera e meno stabile di quanto già non fosse. Nonostante tutto, la vecchia guardia autoritaria che ancora domina gran parte della regione potrebbe ancora essere deposta pacificamente e rimpiazzata con qualcosa di relativamente aperto e democratico. Sfortunatamente questo sembra poco probabile al momento".

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DAL MONDO

NEW YORK
(Council on Foreign Relations)
"The Arab Spring Has Given Way to a Long, Hot Summer"

LONDRA
(EIU)
"Spring Tide. Will the Arab risings yield democracy, dictatorship or disorder?"

NEW YORK
(Foreign Policy)
"Why Middle East Studies Missed the Arab Spring. The Mith of Authoritarian Stability"

PARIGI
(Institut Thomas More)
"La Syrie dans l'équation géopolitique régionale"

 

DALLO SCAFFALE

The New Arab Revolt. What Happened, What It Means, and What Comes Next

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