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		<title>Pakistan: molte ambiguità nell&#8217;urna</title>
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		<pubDate>Fri, 10 May 2013 08:53:28 +0000</pubDate>
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Sarà un anno fitto di appuntamenti elettorali quello che il Pakistan inaugura con le elezioni politiche dell&#8217;11 maggio. Segnato fin dalla sua origine da una profonda instabilità che ha portato i militari al potere destituendo amministrazioni civili particolarmente fragili, il &#8220;Paese dei puri&#8221; raggiunge quest&#8217;anno un traguardo storico: per la prima volta un governo civile [...]]]></description>
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<p style="font: 12px Arial, Helvetica, sans-serif; color: #363636;">
<p>Sarà un anno fitto di appuntamenti elettorali quello che il Pakistan inaugura con le elezioni politiche dell&#8217;11 maggio. Segnato fin dalla sua origine da una profonda instabilità che ha portato i militari al potere destituendo amministrazioni civili particolarmente fragili, il &#8220;Paese dei puri&#8221; raggiunge quest&#8217;anno un traguardo storico: per la prima volta un governo civile completa il proprio mandato, preparandosi a passare il potere a un altro esecutivo. I cittadini pakistani sono chiamati a eleggere i 272 deputati dell&#8217;Assemblea nazionale (la Camera bassa del Parlamento) e i membri delle 4 assemblee provinciali.<br />
I maggiori contendenti sull&#8217;arena politica pakistana risultano essere ancora il Pakistan People&#8217;s Party (PPP), attuale partito di maggioranza, di orientamento laico e socialista spesso identificato con la dinastia Bhutto e la Pakistan Muslim League-Nawaz (PML-N), erede del movimento indipendentista del padre della patria Ali Jinnah, di orientamento conservatore. Tra i due contendenti è spuntato un outsider: il Pakistan Tehrik-i-Insaaf (PTI), partito guidato dal popolare ex giocatore di cricket Imran Khan, che si propone come alternativa al sistema tradizionale dei partiti del Paese.<br />
Lontano dai riflettori dell&#8217;agone elettorale agiscono però altri attori: è il caso dei militari e soprattutto dell&#8217;Inter-Service Intelligence (ISI), la potente agenzia di servizi segreti pakistana vero e proprio stato nello stato, legata a doppio filo ai movimenti islamisti che nell&#8217;ultimo periodo hanno intensificato i proprio attacchi alle istituzioni, in particolare a uomini politici provenienti dalle file del PPP. Nell&#8217;autunno del 2013 il capo di stato maggiore dell&#8217;esercito Ashfaq Kayani dovrebbe ritirarsi, così come il <em>chief justice</em> della Corte Suprema, Iftikhar Muhammad Chaudhry. Lo stesso mandato del presidente Asif Ali Zardari scadrà a settembre.<br />
Puntare il riflettore su questa prima tappa elettorale di un paese chiave per le dinamiche geopolitiche e strategiche dell&#8217;area può dunque aiutare a comprendere i difficili sviluppi della regione: dalla stabilizzazione dell&#8217;Afghanistan al difficile rapporto con l&#8217;India e a quello altalenante con l&#8217;Iran, sono molte le sfide che vedono il Pakistan giocare un ruolo di primo piano. Sullo sfondo, l&#8217;incognita del rapporto con gli Stati Uniti, da sempre piegato alla soddisfazione dei reciproci interessi nazionali: continueranno a convergere o è giunta l&#8217;ora, per il Pakistan, di cercare nuovi amici?<br />
(<em>foto AFP/Getty Images</em>)</p>
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		<title>Giappone: le scommesse di Abe</title>
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		<pubDate>Tue, 23 Apr 2013 15:19:38 +0000</pubDate>
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<p style="font: 12px Arial, Helvetica, sans-serif; color: #363636;">
<p>Dopo la negativa esperienza dei governi a guida democratica (2009-2012), il Giappone è tornato al passato e punta al proprio rilancio scegliendo la stabilità e la tradizione degli esecutivi liberaldemocratici (LDP). La maggioranza conseguita dai conservatori è stata netta e ha attribuito al nuovo governo e alla coalizione di centro-destra un mandato forte per poter governare e provare a cambiare radicalmente il paese, stretto com’è tra deflazione economica e immobilismo politico.<br />
Il nuovo governo guidato dal nazionalista Shinzo Abe dovrà puntare su due priorità per sovvertire il declino del paese: crescita economica e ridefinizione della politica estera giapponese. Su queste basi la risposta del nuovo esecutivo nei suoi primi quattro mesi di attività è stata, da un lato, la promozione di una strategia aggressiva di incremento della spesa pubblica e politiche monetarie espansive per rilanciare la propria economia (“Abenomics”), dall’altra il tentativo di riaffermare il ruolo di grande potenza regionale e globale del Giappone.<br />
Proprio il rapporto con Pechino rappresenta una delle principali sfide di politica estera per Tokyo. Infatti, se da un lato la Cina é il primo partner commerciale giapponese, dall’altra l&#8217;aperta ostilità tra le due potenze nella disputa sulle isole Senkaku/Diaoyu rappresenta, al pari della minaccia nord-coreana, uno dei temi di maggiore tensione regionale.<br />
Tuttavia la retorica nazionalista si scontra con la realtà dei fatti che richiede maggiore moderazione e risolutezza, soprattutto nei rapporti con gli altri interlocutori asiatici, con i quali i rapporti sono molto tesi anche in virtù di altre dispute territoriali che nascondono motivazioni di carattere strategico ed economico. Così, tra velleità di un nuovo protagonismo regionale e la volontà di sganciarsi gradualmente dall’ombrello americano, il Giappone si trova a dover ripensare il proprio ruolo internazionale. (<em>foto AFP/Getty Images</em>)</p>
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		<title>Corea del Nord: rischio reale o bluff?</title>
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		<pubDate>Tue, 09 Apr 2013 10:46:34 +0000</pubDate>
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Nuovi venti di guerra tornano a spirare su una delle aree geopolitiche più strategiche del macrocontinente asiatico. L&#8217;atteggiamento provocatorio adottato dalla Corea del Nord nelle ultime settimane tiene il mondo con il fiato sospeso, soprattutto dopo il posizionamento da parte di Pyongyang di due missili Musudan a media gittata sulle rampe di lancio e l&#8217;invito [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://www.ispionline.it/it/img/AFP.jpg" alt="" /></p>
<p style="font: 12px Arial, Helvetica, sans-serif; color: #363636;">
<p>Nuovi venti di guerra tornano a spirare su una delle aree geopolitiche più strategiche del macrocontinente asiatico. L&#8217;atteggiamento provocatorio adottato dalla Corea del Nord nelle ultime settimane tiene il mondo con il fiato sospeso, soprattutto dopo il posizionamento da parte di Pyongyang di due missili Musudan a media gittata sulle rampe di lancio e l&#8217;invito rivolto alle ambasciate straniere a prepararsi a evacuare. Bluff o vera minaccia?<br />
Nata ufficialmente come stato comunista di stampo stalinista, la Corea del Nord si è presto trasformata in qualche cosa di diverso. La promulgazione della dottrina del <em>Chuch&#8217;e</em> (&#8221;autosufficienza&#8221;) a partire dagli anni &#8216;50 ha fatto sì che Pyongyang si svincolasse presto dall&#8217;abbraccio di Unione Sovietica e Cina maoista, costruendo una forma di marxismo-leninismo incentrata sul culto della personalità del primo leader Kim Il-Sung. A partire dal 1994, con l&#8217;ascesa al potere di Kim Jong-il, alla dottrina del juche è andata ad affiancarsi quella del <em>Songun</em> (&#8221;prima i militari&#8221;). Autosufficienza e preminenza del settore militare sono alla base della difficile situazione interna in cui versa oggi la Corea del Nord. Con un&#8217;azione politica guidata dagli obiettivi del mantenimento della stabilità del regime e subordinata alle esigenze del settore militare, Pyongyang ha sempre rimandato le riforme economiche necessarie a dare respiro a un paese periodicamente provato dalla mancanza dei generi alimentari primari.<br />
Già Kim Jong-il negli ultimi anni del suo potere aveva capito che una riforma dell&#8217;economia era necessaria, ma la paura che questa potesse causare tensioni sociali che avrebbero messo in pericolo la tenuta del regime l&#8217;aveva fermato. L&#8217;attuale leader Kim Jong-un &#8211; alla guida del paese da soli due anni &#8211; sembra non disporre al momento del potere necessario per affrontare tali riforme. Nel frattempo, se il giovane leader paventa l&#8217;ipotesi di un attacco nucleare agli Stati Uniti e ai suoi alleati &#8211; anche se gli analisti non lo ritengono realizzabile -, il Giappone schiera tre batterie di missili Patriot nei dintorni di Tokyo.<br />
L&#8217;elevato livello al quale è stata portata la tensione nelle ultime settimane sembra suggerire un netto peggioramento della situazione interna, tanto dal punto di vista economico quanto da quello del prestigio personale del leader supremo. L&#8217;incognita è rappresentata dall&#8217;effettiva capacità degli attori coinvolti &#8211; principalmente Corea del Sud, Stati Uniti e Cina &#8211; di ricondurre a ragione la mina vagante nordcoreana e dalla disponibilità di quest&#8217;ultima a fermare l&#8217;escalation prima che il punto di non ritorno venga superato. (<em>foto AFP</em>)</p>
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		<title>Euroscettici d&#8217;Europa: non solo Grillo</title>
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		<pubDate>Fri, 22 Mar 2013 11:15:38 +0000</pubDate>
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Le scorse elezioni politiche del 24-25 febbraio hanno visto l&#8217;affermarsi di un movimento portatore del sentimento dell&#8217;anti-politica &#8211; il Movimento 5 Stelle di Beppe Grillo &#8211; tra le cui principali connotazioni vi è una diffidenza nei confronti dell&#8217;Unione Europea, tale da arrivare a paventare un referendum per l&#8217;uscita dell&#8217;Italia dalla moneta unica. L&#8217;ascesa di Grillo [...]]]></description>
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<p style="font: 12px Arial, Helvetica, sans-serif; color: #363636;">
<p>Le scorse elezioni politiche del 24-25 febbraio hanno visto l&#8217;affermarsi di un movimento portatore del sentimento dell&#8217;anti-politica &#8211; il Movimento 5 Stelle di Beppe Grillo &#8211; tra le cui principali connotazioni vi è una diffidenza nei confronti dell&#8217;Unione Europea, tale da arrivare a paventare un referendum per l&#8217;uscita dell&#8217;Italia dalla moneta unica. L&#8217;ascesa di Grillo nel panorama politico italiano rappresenta solo l&#8217;ultima declinazione di un fenomeno, quello dell&#8217;euroscetticismo &#8211; a volte sconfinante addirittura nell&#8217;anti-europeismo -, che in Europa si sta diffondendo già da qualche anno.<br />
Quello che inizialmente era un dissenso verso l&#8217;euro e verso le politiche di austerità si è allargato a comprendere tutte le forme di protesta contro la politica tradizionale, che hanno trovato terreno fertile nell&#8217;incapacità dei governi di offrire una via di uscita credibile dalla crisi economica. Movimenti di democrazia &#8220;liquida&#8221;, ma anche partiti &#8220;personali&#8221;, si sono imposti all&#8217;attenzione delle cronache per aver saputo intercettare il disagio nei confronti della politica &#8220;di Palazzo&#8221; e dei partiti tradizionali, offrendo la prospettiva di nuove &#8211; e per certi versi ancora incognite &#8211; forme di rappresentanza.<br />
Nuovi movimenti, sorti per l&#8217;occasione o rinvigoriti dalla crisi economico-politica, hanno guadagnato rapidamente consensi in tutta Europa, con connotazioni diverse da paese a paese. In alcuni casi, la sempre maggiore ingerenza della Commissione europea nelle politiche economiche nazionali, dettata dalla necessità di fare fronte alla crisi del debito, ha sicuramente contribuito a far sì che nascessero nuove ondate di euroscetticismo tra la popolazione dei paesi europei, che ha trovato facile sponda politica in movimenti e partiti che hanno fatto della diffidenza verso Bruxelles la propria bandiera. In altri casi, invece, il sentimento anti-europeista rappresenta addirittura la connotazione principale della struttura ideologica di riferimento di movimenti populisti e nazionalisti.<br />
Questo Dossier ISPI propone una riflessione approfondita proprio sul tema dell&#8217;euroscetticismo e delle sue diverse manifestazioni nei vari contesti europei, offrendo dapprima una mappatura di tali movimenti e partiti politici, analizzandone successivamente alcune specificità.<br />
(<em>foto Swissmacky-Shutterstock</em>)</p>
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<td width="48%" align="right"><a href="http://www.ispionline.it/it/articoli/articolo/europa/gli-euroscettici-europa-background" onclick="pageTracker._trackPageview('/outgoing/www.ispionline.it/it/articoli/articolo/europa/gli-euroscettici-europa-background?referer=');"><img src="http://ispinews.ispionline.it/newsletter/images/background.jpg" border="0" alt="background" /></a></td>
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		<title>Il ritorno di Obama in Medio Oriente</title>
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		<pubDate>Mon, 18 Mar 2013 16:47:22 +0000</pubDate>
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Dal 20 al 22 marzo il presidente Barack Obama compirà un&#8217;importante visita di Stato tra Israele &#8211; la prima nello stato ebraico dall&#8217;inizio del suo mandato nel 2009 -, Territori Occupati e Giordania. I temi di maggiore confronto saranno i principali dossier mediorientali: dalla crisi siriana al nucleare iraniano, passando per la transizione egiziana, la [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://www.ispionline.it/it/img/ShowImage.jpg" alt="" /></p>
<p style="font: 12px Arial, Helvetica, sans-serif; color: #363636;">
<p>Dal 20 al 22 marzo il presidente Barack Obama compirà un&#8217;importante visita di Stato tra Israele &#8211; la prima nello stato ebraico dall&#8217;inizio del suo mandato nel 2009 -, Territori Occupati e Giordania. I temi di maggiore confronto saranno i principali dossier mediorientali: dalla crisi siriana al nucleare iraniano, passando per la transizione egiziana, la lotta al terrorismo internazionale ed, infine, il rilancio della questione israelo-palestinese.<br />
Tuttavia, il presidente ha subito tenuto a precisare che in questo viaggio non presenterà al governo Netanyahu né un piano di pace, né una &#8220;tabella di marcia&#8221; per il ritiro dei coloni dalla Cisgiordania, come invece era stato riportato da alcuni quotidiani israeliani.<br />
Il primo mandato di Barack Obama, come hanno osservato molti commentatori, non si è distinto per un chiaro impegno in Medio Oriente. Da un lato, l&#8217;amministrazione americana negli ultimi anni si è concentrata sul disimpegno. Il ritiro dall&#8217;Iraq, già in agenda nel 2008, e dall&#8217;Afghanistan, dopo un tentativo di <em>surge</em> simile a quello iracheno, sono stati la manifestazione più evidente di una razionalizzazione delle risorse da investire nella macro-regione del Medio Oriente allargato. Dall&#8217;altro lato, l&#8217;amministrazione Obama ha mantenuto un profilo marcatamente defilato rispetto ai recenti processi di cambiamento nell&#8217;area, dalla cosiddetta Primavera araba all&#8217;intervento militare in Libia, dove è stato adottato un approccio inconsueto nelle politiche mediorientali di Washington come quello del &#8220;<em>leading from behind</em>&#8220;.<br />
Questa cautela non sarà probabilmente abbandonata, ma forse sarà accompagnata da un maggior impegno politico. I problemi sono straordinariamente numerosi. Proprio la questione dei negoziati tra Israele e Anp, rimasta emarginata nell&#8217;agenda internazionale dell&#8217;Obama I, potrebbe essere una delle scommesse del secondo mandato presidenziale, sulla quale, eventualmente, rilanciare anche l&#8217;azione di politica estera nella regione. La capacità degli Stati Uniti di riaffermarsi come potenza regionale dipenderà anche dalla propria capacità di saper gestire l&#8217;aggrovigliata matassa di variabili di instabilità del Grande Medio Oriente. (<em>foto AFP/Getty Images</em>)</p>
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		<title>Dopo Chavez: un nuovo capitolo del Sud America</title>
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		<pubDate>Wed, 06 Mar 2013 11:38:45 +0000</pubDate>
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La scomparsa di Hugo Chavez Frias rappresenta un passaggio storico assai rilevante per la storia recente del paese, per le istanze bolivariane promosse dal presidente caudillo nella regione, e, per certi versi, per il panorama internazionale. La figura di Chavez e il suo carisma nelle relazioni regionali e internazionali hanno contribuito a dare un rilievo [...]]]></description>
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<p style="font: 12px Arial, Helvetica, sans-serif; color: #363636;">
<p>La scomparsa di Hugo Chavez Frias rappresenta un passaggio storico assai rilevante per la storia recente del paese, per le istanze bolivariane promosse dal presidente caudillo nella regione, e, per certi versi, per il panorama internazionale. La figura di Chavez e il suo carisma nelle relazioni regionali e internazionali hanno contribuito a dare un rilievo politico e mediatico al Venezuela che mai aveva avuto in precedenza.<br />
Le incognite riguardanti il futuro della repubblica venezuelana sono tante. Sul piano interno sarà probabile una lotta alla successione nel Partito socialista unido (Psuv) tra l&#8217;ala civilista che fa capo al delfino Nicolas Maduro e i militari che detengono le leve economiche e politiche del paese e si legano alle ingombranti figure del presidente dell&#8217;Assemblea nazionale Diosdado Cabello e a quella del potente ministro del Petrolio Rafael Ramirez. Sul piano economico rimane la necessità venezuelana di favorire un vero modello di sviluppo che vada al di là della distribuzione ineguale dei proventi petroliferi. Infine, la politica estera regionale, fiore all&#8217;occhiello del sogno chavista, potrebbe risentire maggiormente della scomparsa del leader.<br />
Le sfide future e la profonda incertezza sulle sorti della Repubblica venezuelana e del progetto &#8220;rivoluzionario&#8221; di Chavez potrebbero potenzialmente produrre ricadute politiche e strategiche di ampia portata. L&#8217;eredità internazionale del caudillo venezuelano è la vera sfida per i suoi alleati e, sebbene si facciano i nomi dei presidenti di Ecuador e Bolivia, rispettivamente Correa e Morales, non sembra emergere ad oggi nessuna personalità di spicco capace di raccoglierla. Il rischio è che possa aprirsi una fase di incertezza politica, acuita da molteplici interessi in gioco di diversi attori, che coinvolgerà alcuni importanti cardini internazionali del Venezuela di Chavez: l&#8217;Alba (L&#8217;Alleanza Bolivariana per l&#8217;America Latina) e il Celac (Comunità degli Stati Latino Americani e dei Caraibi), la special relationship con i Castro e Cuba, ma soprattutto la politica anti-imperialista nei confronti degli Stati Uniti.<br />
Obama, infatti, ha prontamente dichiarato che oggi inizia un &#8220;nuovo capitolo&#8221; del Sud America. <i>(foto AFP)</i></p>
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		<title>Un Papa per il mondo che verrà</title>
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		<pubDate>Wed, 27 Feb 2013 11:21:56 +0000</pubDate>
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Oggi 28 febbraio 2013, Benedetto XVI lascia il Pontificato. La storica decisione di Joseph Ratzinger – primo Papa a dimettersi da oltre sette secoli – è stata annunciata lo scorso 11 febbraio.
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<p style="font: 12px Arial, Helvetica, sans-serif; color: #363636;">
<p>Oggi 28 febbraio 2013, Benedetto XVI lascia il Pontificato. La storica decisione di Joseph Ratzinger – primo Papa a dimettersi da oltre sette secoli – è stata annunciata lo scorso 11 febbraio.<br />
Quale è stata la dimensione geopolitica del suo Pontificato? Come ha sostenuto un editoriale del settimanale «The Economist», se Giovanni Paolo II è stato un “Papa per il mondo”, Benedetto XVI è stato un “Papa per la Chiesa”. Il teologo Ratzinger si è dedicato, infatti, molto di più al dialogo ecumenico e ai rapporti con le altre Chiese, piuttosto che al dialogo con le altre fedi e ai rapporti con il mondo asiatico e africano, pur avendo compiuto gesti di riavvicinamento ad attori con cui le relazioni sono per tradizione difficili (vedi Cina o Islam). La sua prima preoccupazione è stata quella dell’unità della Chiesa. Benedetto XVI ha criticato, in più di un’occasione, il processo di globalizzazione, definita “tutt’altro che sinonimo di ordine mondiale”: così come Giovanni Paolo II, Benedetto XVI ha preso posizione contro la concentrazione della ricchezza nelle mani di pochi, collegando questo fenomeno all’instabilità politica, ai conflitti internazionali (Libia e Siria in particolare) e alla povertà diffusa.<br />
Il Conclave che si riunirà entro il prossimo 15 marzo eleggerà il 266esimo Papa di Roma. Il nuovo Pontefice sarà chiamato ad affrontare tutte le questioni di grande rilevanza che il Papato di Benedetto XVI ha lasciato aperte: la soluzione ai problemi etici all&#8217;interno delle Curie, così come le possibili divisioni interne alla Chiesa, la crisi delle vocazioni tra i prelati e le sfide moderniste lanciate dalla maggioranza dei fedeli e dalle chiese emergenti dei paesi più demograficamente rilevanti (America Latina e Africa) sono tra le priorità della prossima agenda papale. Non di meno al successore di Pietro si porrà il compito di riportare la Chiesa di Roma al centro delle grandi emergenze mondiali, non solo spirituali, ma anche e soprattutto politiche.<br />
Questo dossier analizza l&#8217;azione di Benedetto XVI nelle aree geopolitiche più rilevanti e delinea le maggiori sfide del prossimo Pontefice.<br />
Due i fronti principali: da una parte, mantenere il focus tradizionale sul continente europeo, con  la necessità di recuperare alla fede quei credenti che negli ultimi anni hanno ceduto alle sirene del relativismo e del materialismo; dall&#8217;altra, la necessità di trovare il modo di parlare ai popoli dei Paesi emergenti cercando di ridare alla Chiesa stessa quell&#8217;aura di universalità che negli ultimi anni è stata offuscata dal carattere prettamente occidentale della cattolicità. (<em>Foto Courtesy Reuters</em>)</p>
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		<title>Italia al voto: Politica estera cercasi</title>
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		<pubDate>Tue, 19 Feb 2013 11:27:27 +0000</pubDate>
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L&#8217;Italia è alla vigilia di un voto strategico per il suo futuro sul fronte interno ed estero. Tuttavia di politica estera, poco o nulla, si è dibattuto nella campagna elettorale. Gli avvenimenti internazionali degli ultimi anni hanno colto il paese in un momento di particolare debolezza economica e politica. Si aggiunga la progressiva perdita di [...]]]></description>
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<p style="font: 12px Arial, Helvetica, sans-serif; color: #363636;">
<p>L&#8217;Italia è alla vigilia di un voto strategico per il suo futuro sul fronte interno ed estero. Tuttavia di politica estera, poco o nulla, si è dibattuto nella campagna elettorale. Gli avvenimenti internazionali degli ultimi anni hanno colto il paese in un momento di particolare debolezza economica e politica. Si aggiunga la progressiva perdita di rilevanza strategica che l&#8217;Italia ha assunto agli occhi del grande alleato statunitense negli ultimi vent&#8217;anni. Se la penisola durante l&#8217;era del mondo bipolare si trovava ai confini della sfera d&#8217;influenza atlantica &#8211; avanguardia e insieme barriera degli interessi e dei valori occidentali in Europa e nel Mediterraneo nel costante confronto con la minaccia sovietica -,  nel ventennio seguente ha perso questa centralità geopolitica, &#8220;superata&#8221; dall&#8217;espansione della democrazia in Europa e dalla guerra al terrorismo combattuta su scala mondiale. Fattori interni e fattori internazionali hanno avuto quindi profonda influenza sulla capacità italiana di esprimere una politica estera all&#8217;altezza delle nuove sfide globali. Pur con qualche variazione d&#8217;accento, a seconda della composizione dei governi, l&#8217;Italia degli ultimi anni ha continuato a considerare la NATO, vale a dire gli Stati Uniti, come un cardine fondamentale e l&#8217;Europa come un obiettivo indispensabile della propria azione, ma ha avuto almeno un altro polo: il rapporto con la Russia di Putin e con diversi altri paesi produttori di idrocarburi.<br />
Questo dossier, con contributi di esperti e analisti di Think Tanks partner dell&#8217;ISPI, cerca di far luce proprio sulla percezione dell&#8217;Italia e della sua diplomazia nelle principali aree di riferimento tracciando scenari di quello che potrà essere il ruolo italiano negli anni a venire. (<em>Foto: Consiglio dell&#8217;Unione Europea</em>)<br />
<em> </em></p>
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		<title>Elezioni 2013: Israele gioca in difesa</title>
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		<pubDate>Mon, 21 Jan 2013 16:24:45 +0000</pubDate>
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<p style="font: 12px Arial, Helvetica, sans-serif; color: #363636;">
<p>Israele torna oggi alle urne per eleggere la Knesset, il parlamento israeliano. Le elezioni anticipate sono state convocate a ottobre dal Primo Ministro uscente Benjamin Netanyahu per ragioni di opportunità politica, legate all&#8217;ampio consenso di cui godeva nei sondaggi e funzionale alla formazione di un governo di ampia maggioranza. Durante la campagna elettorale,  il dibattito è stato incentrato sui temi di politica estera e di sicurezza, in particolare la politica degli insediamenti dei coloni in Cisgiordania e la minaccia iraniana. Nonostante l&#8217;alta frammentazione partitica (sono in lizza ben 34 partiti), il voto israeliano sembra essere tuttavia sempre più condizionato dalle fazioni della destra religiosa. I partiti laici di centro e sinistra arrivano all&#8217;appuntamento elettorale divisi, con programmi incentrati su temi socio-economici  su cui è stato difficile catalizzare l&#8217;attenzione e senza grandi opportunità di contrastare lo strapotere del cosiddetto &#8220;Biberman&#8221;, il duo formato da Netanyahu e dall&#8217;ex Ministro degli Esteri Avigdor Lieberman, leader di Yisrael Beiteinu. Nell&#8217;ottobre scorso, al momento della definizione della lista unica Likud-Beiteinu, la netta vittoria della coppia sembrava scontata, oggi permangono le incognite sulla composizione del futuro governo che evidenziano la difficoltà cronica del paese di formare un esecutivo stabile e durevole senza ricorrere a coalizioni ampie ed eterogenee. Il duo Netanyahu-Lieberman dovrà con ogni probabilità scendere a compromessi con la stella nascente della destra religiosa Naftali Bennett, nonché gli altri partiti ultra-ortodossi Shas e Torah. Il rischio è quindi che Israele possa spostare ulteriormente l&#8217;asse della propria politica verso posizioni sempre più oltranziste gettando ulteriori ombre sia sul conflitto arabo-israeliano sia sul già complesso e delicato quadro regionale.<br />
<em>(foto AP)</em></p>
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		<title>Mali: À la guerre</title>
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		<pubDate>Thu, 17 Jan 2013 12:10:10 +0000</pubDate>
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Lo scorso 7 gennaio le forze islamiste e i Tuareg che si riuniscono intorno alle sigle di Ansar Dine, Mujao, Aqim e Mnla hanno lanciato un&#8217;importante offensiva militare verso il sud del Mali con l&#8217;obiettivo di conquistare Bamako. La Francia, in qualità di ex potenza coloniale, già dallo scorso 11 gennaio, ha accolto solitaria la [...]]]></description>
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<p style="font: 12px Arial, Helvetica, sans-serif; color: #363636;">
<p>Lo scorso 7 gennaio le forze islamiste e i Tuareg che si riuniscono intorno alle sigle di Ansar Dine, Mujao, Aqim e Mnla hanno lanciato un&#8217;importante offensiva militare verso il sud del Mali con l&#8217;obiettivo di conquistare Bamako. La Francia, in qualità di ex potenza coloniale, già dallo scorso 11 gennaio, ha accolto solitaria la richiesta di aiuto del presidente <em>ad interim</em> Diocounda Traoré. E&#8217; partita così &#8220;Serval&#8221;, un&#8217;operazione militare basata su truppe di terra e raid aerei che, particolarmente intensa nelle aree di Gao e Kidal, sembrerebbe, tuttavia, non aver arrestato l&#8217;iniziativa islamista verso la capitale. Ai soldati francesi si sono affiancate anche le prime truppe messe a disposizione dai paesi dell&#8217;Africa occidentale e dispiegate sotto l&#8217;egida della Risoluzione 2085 delle Nazioni Unite. Hollande ha dichiarato che le operazioni sono mirate in particolare a proteggere i 6 mila cittadini francesi in Mali e che esse si stanno conducendo nel pieno rispetto del diritto internazionale. Ad ogni modo, l&#8217;iniziativa militare francese ha momentaneamente tamponato la mancanza di coordinamento tra forze internazionali ed africane, anche se lo scenario militare starebbe mutando e vedrebbe un coinvolgimento, almeno logistico, degli alleati occidentali, come emerso dal Consiglio straordinario dei ministri degli Esteri della Ue che ha concesso il via libera ad una missione di addestramento dell&#8217;esercito del Mali.<br />
L&#8217;obiettivo dunque è quello di accelerare la messa in pratica della Risoluzione Onu per fronteggiare i gruppi islamisti che, come ha dichiarato l&#8217;<em>entourage</em> di Hollande, sono meglio equipaggiati ed addestrati di quanto Parigi stessa si aspettasse e hanno già alle spalle esperienze di guerra come quelle in Afghanistan e in Libia. Proprio quest&#8217;ultima esperienza e l&#8217;uscita di scena di Gheddafi hanno decretato la rottura di collaudati equilibri che per anni sono stati utili a controllare il Sahel, un territorio vastissimo nel deserto del Sahara nel quale agisce indisturbata Aqim che finanzia le sue imprese attraverso le lucrose entrate derivanti dal traffico di stupefacenti e dal sequestro di occidentali. Proprio questo tipo di operazioni, come dimostrato dal recente attacco ad una piattiaforma della BP a In Amenas nel sud dell&#8217;Algeria, in risposta all&#8217;azione militare francese in Mali, potrebbero essere un ulteriore motivo di instabilità per l&#8217;intera regione aprendo dunque nuovi e imprevedibili scenari. La guerra non si annuncia affatto semplice, né di breve durata e rischia dunque di estendersi anche oltre i confini maliani. <em>(foto Reuters)</em></p>
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